A Casa Monluè ci sono una quarantina di bambini ucraini, la ‘mascotte’ ha un anno

AGI – Quattro o cinque biciclette colorate, di varie misure e un paio di monopattini, donati dai cittadini. Sostano nel cortile di Casa Moluè, un grande edificio del primo novecento milanese, tutelato dai beni culturali, ex scuola, adesso diventata un grande centro di accoglienza. Le usano i bimbi ucraini che, con le loro mamme, da una decina di giorni sono ospiti della struttura del Comune, gestita dalla cooperativa Farsi Prossimo. Qui ci sono bambini che fanno i bambini, vanno in bici, corrono sul prato e giocano nell’orto, adesso deserto per il freddo invernale. Christian Boniardi, il coordinatore del Centro, ha aperto le porte all’AGI. 

“Mentre fino a un anno fa avevamo un sistema più volto all’integrazione, adesso siamo diventati un Cas, centro di accoglienza straordinario – spiega – . E in pochissimi giorni nelle ex aule diventate tante piccole stanze adeguatissime per un’accoglienza che garantisca la privacy necessaria, ci sono circa 70 ucraini, sono famiglie, mamme con bambini. Ce ne sono tantissimi, una quarantina. Il più piccolo ha un anno, è il figlio di Maria, sta nella stanza 30. C’è anche qualche padre, o perché anziano o con problematiche sanitarie”. 

“Il corridoio umanitario ha consentito la fuga alle persone vulnerabili, quindi abbiamo una famiglia di sordomuti, e due donne con gravi problemi oncologici”.

Si può tracciare un identikit di questi profughi? “Sono famiglie del ceto medio, ci sono diversi laureati, persone che avevano una vita agiata, si vede dalla cura dei bimbi, da come le madri stanno con i loro figli. E arrivano tutti dalle città. Queste donne sono partite in macchina, treno, pullman, dalla sera alla mattina, uno zainetto e via”.

Adesso sono “molto scosse”, in ansia per i mariti, figli maggiorenni e genitori, e “sono costantemente connesse” con chi non ha potuto o non ha voluto lasciare il Paese. A Casa Monluè c’è il wifi, insieme a tanti altri servizi, e poche regole, l’orario della mensa e il coprifuoco alle 11.

“Qui hanno una risposta immediata ai bisogni primari, uno screening medico sanitario con una dottoressa interna. Prima di arrivare hanno fatto il tampone a Bresso e invieremo agli hub chi non è ancora vaccinato. Iniziamo con gli orientamenti legali, per capire che tipo di permesso dovranno richiedere. E stiamo per attivare la scuola di italiano con Natalia, per chi si fermerà. Non vedono l’ora di imparare la lingua. E poi capiremo come accompagnare queste donne in altre accoglienze non collettive”.

Una casa tutta per loro. “Si sta attivando a livello cittadino tramite Caritas Ambrosiana, una rete di appartamenti per l’accoglienza diffusa, dove presumibilmente buona parte di questi nuclei familiari, verranno trasferiti”.Secondo gli ultimi dati ci sono già circa 200 abitazioni messe a disposizione dai milanesi. Senza contare gli spazi offerti da 64 Parrocchie. 

A Casa Monluè comunque possono restare fino a diversa indicazione del governo e contare su cibo, acqua calda, un posto tranquillo per dormire, e uno staff di professionisti, con avvocato, psicologa, dottoressa, assistente sociale, e mediatrice culturale, insieme a scout e volontari.

“La settimana scorsa abbiamo fatto una riunione con tutti gli ospiti, per fare chiarezza – racconta il coordinatore del centro -. Sono molto scosse e in questa fase traumatica, hanno anche degli atteggiamenti un po’ spigolosi. Ma quel momento è servito per sciogliere tante tensioni e riequilibrare alcune aspettative. Nel momento in cui abbiamo parlato del fatto che nessuno di noi può sapere quanto durerà questa guerra, c’è stato un momento di commozione molto forte da parte di tutti. Spero possano stare bene qui e a Milano. Ci sono tutte le possibilità per ricaricare le batterie e conoscere il contesto in cui si è arrivati. Noi ci occupiamo delle questioni pratiche e cerchiamo di dare un volto umano al sistema di accoglienza”.