Azione e lo scoglio delle firme. O la “scialuppa” di Renzi

AGI. – “Azione da sola non ha la deroga e dunque dovrà raccogliere le firme. Senza coalizzarsi con altri che hanno le deroghe, mi parrebbe assai rischioso tentare di far ammettere comunque le sue liste dagli uffici circoscrizionali senza aver raccolto appunto le previste firme”. Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, spiega che il partito di Calenda non ha la deroga necessaria a presentarsi senza dover raccogliere le firme in tutta Italia.

“Dentro questa legge elettorale particolarmente problematica, mi sarei aspettato che Calenda ed Azione avessero mantenuto l’accordo perché non hanno la deroga per le firme. Per cui tenuto conto di ciò, immagino ora che Calenda intenda: o provare a fare una lista con altri che hanno la deroga, oppure che si impegnerà a raccogliere le firme in questi pochi giorni”.

“In politica bisogna pensare bene e molto prima di firmare accordi. Una volta sottoscritti, pacta sunt servanda. Responsabilità e serietà per acta et agenda”. Così Stefano Ceccanti, esponente Pd e costituzionalista. Ceccanti, nelle sue vesti di studioso delle regole istituzionali, spiega anche adesso, Calenda “ha davanti a sé due strade: o riesce a raccogliere le firme necessarie a presentarsi da solo, e allora può entrare in Parlamento se nel proporzionale supera il 3%, oppure si allea con Italia viva, dato che Matteo Renzi ha la deroga alla raccolta di firme”.

“Con il Rosatellum qualsiasi lista che si presenta entra con il 3% dei voti, indipendentemente dal fatto che stia in una coalizione o meno. Le liste che non raggiungono l’1% invece perdono i loro voti. Una coalizione deve avere il 10%. Le liste di una coalizione che stanno tra l’1% e il 3% danno i loro voti ai partiti che hanno superato il 3% (cosa che successe a +Europa a favore del Pd nelle scorse elezioni).