Canale del Bosforo, un campo non secondario della guerra tra Putin e Occidente

AGI – Si dice che la vera causa della guerra di Troia non fu Elena, ma la necessità di controllare lo stretto dei Dardanelli che consente l’accesso al canale del Bosforo e infine al Mar Nero. Una teoria più solida di quella dell’Iliade per spiegare l’importanza che da sempre contraddistingue questo stretto, sia a livello commerciale sia militare e geopolitico.

Situato nella Turchia nordoccidentale, il Bosforo, lungo 31 km e di larghezza compresa tra i 740 e 3.300 metri e incorniciato dalla metropoli di Istanbul, unisce Mar Nero e Mar di Marmara, collegato a sua volta al Mediterraneo attraverso lo stretto dei Dardanelli, da secoli un passaggio strategico per l’intera regione.

Proprio nel punto più stretto i sultani ottomani che assediarono Costantinopoli ebbero il tempo di costruire due fortezze, una per sponda, imponendo dazi e tasse di passaggio alle navi bizantine, infliggendo un duro colpo all’impero romano d’Oriente che spianò la strada alla presa di Costantinopoli nel 1453, quando divenne Istanbul.

Entrambi gli stretti sono in territorio turco e il passaggio attraverso questi è regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936, che ha fornito le condizioni ideali per incrementare l’importanza di questo snodo garantendo il diritto di passaggio alle navi mercantili. Allo stesso modo, tema caldo di questi giorni, il diritto di passaggio della navi da guerra può essere ristretto.

Ankara ha la facoltà di negare il permesso a navi militari di Paesi in guerra, a meno che queste non appartengano a uno stato rivierasco del Mar Nero e non siano registrate presso le basi militari dell’area. In caso sia la Turchia stessa coinvolta in un conflitto il passaggio potrà essere vietato a tutte le navi da guerra di Paesi che potrebbero costituire una minaccia per i turchi. 

Aumento del traffico merci

Nonostante le previsioni relative ai tempi di guerra il traffico nel Bosforo è aumentato vertiginosamente, passando dalle 4.500 navi del 1936 alle 48 mila attuali; un via vai costituito essenzialmente da navi cargo, petroliere, navi militari, da crociera e pescherecci, che lo rendono quattro volte più trafficato sia del canale di Suez che di Panama.

Se è stimato nell’ordine delle 48 mila il numero totale di navi che attraversano il Bosforo annualmente, anche se non sono mancati anni in cui si sono superate le 55 mila imbarcazioni. Nonostante le restrizioni relative al passaggio di petroliere entrate in vigore nel 2002, il traffico si è attestato appena al di sotto delle 50 mila navi l’anno, la maggioranza delle quali, in media circa 35 mila, sono cargo commerciali, mentre le petroliere sono circa 10 mila l’anno.

Un dato quest’ultimo che aiuta a comprendere come il Bosforo costituisca una delle principali rotte per il trasporto di petrolio al mondo che può così viaggiare dal Caspio e dalla Russia fino a Paesi non solo dell’Europa sudoccidentale, ma anche verso l’Asia.

Petrolio e grano

Per quanto riguarda la Russia, il gigante tra i Paesi affacciati sul Mar Nero, si calcola che il 65% dell’export verso l’estero e il 38% del petrolio esportato da Mosca passino attraverso il Bosforo. Se al petrolio russo si sommano quello estratto in Kazakistan e in Azerbaigian, tutto convogliato attraverso il canale che attraversa Istanbul, si stima che 3 milioni di barili al giorno, 20 milioni di tonnellate l’anno, equivalenti al 3% del fabbisogno annuo mondiale, attraversino le acque del Bosforo.

Oltre al petrolio è importante il passaggio di grano, che dai mercati di Russia, Ucraina e Kazakistan arriva poi in tutto il mondo coprendone più del 25% del fabbisogno complessivo, oltre al passaggio di un quinto della richiesta mondiale di granoturco e olio di girasole. Si calcola che più del 60% del grano ucraino esca attraverso il Mar Nero. Altri materiali che attraversano il Bosforo e rappresentano una importante voce dell’export dei Paesi dell’area sono ferro e acciaio.

L’acciaio ucraino, in particolare, copre il 10% del fabbisogno europeo e le conseguenze del conflitto non tarderanno ad abbattersi sui mercati dell’Ue, dopo i prezzi record toccati lo scorso anno. A livello geopolitico e strategico l’importanza del Bosforo è tornata recentemente alla ribalta, anche perché 3 dei 6 Paesi rivieraschi, Turchia, Bulgaria e Romania, appartengono alla Nato. Considerato che oltre alla Russia gli altri due Paesi sono Georgia e Ucraina, è facile capire come il Mar Nero sia una delle regioni in cui l’espansione Nato verso est, che il presidente russo Putin indica come una delle cause principali del conflitto in corso, abbia messo in apprensione il Cremlino.

Proprio Ucraina e Georgia sono state nel recente passato teatro di scontri e tensioni che, prima del conflitto in corso, avevano messo in chiaro la posizione della Russia sull’espansionismo Nato verso Est, ma anche ribadito il concetto che per la Russia il Mar Nero è la porta d’ingresso verso il mondo, non solo verso il Mediterraneo, ma anche verso l’Atlantico.

È attraverso il Mar Nero che Mosca può raggiungere linee di comunicazione marittime e regioni strategiche che altrimenti le sarebbero di fatto precluse. Ankara ha al momento vietato il passaggio alle navi da guerra, lasciando il Bosforo aperto alle navi russe registrate presso le basi militari del Mar Nero.

Al momento risulta negato il permesso al passaggio a tre diverse navi, mentre una è stata autorizzata. Tuttavia è nelle settimane precedenti il conflitto che la Russia ha convogliato una intera flotta, richiamando navi ormeggiate a Murmansk, Severamorsk e nel Baltico, oltre a un sottomarino con testate capaci di colpire a 2.400 km di distanza.

Certo è che il Mar Nero è uno dei campi in cui si sta giocando la guerra in corso. Ankara non ha sanzionato Mosca, ma con la chiusura del Bosforo alle navi da guerra ha sferrato un colpo molto più duro, non solo simbolicamente, a Putin. Un colpo che rompe quell’equilibrio precario che la Turchia, ed Erdogan in particolare, hanno mantenuto nel Mar Nero, tra appartenenza alla Nato e l’ingombrante vicino russo, con cui le relazioni sono state eccellenti negli ultimi anni.

I ripetuti tentativi di Erdogan, rilanciati di recente, ad assumere il ruolo di mediatore nella crisi vanno letti in quest’ottica, perché se le posizioni Nato dovessero inasprirsi e il conflitto prendere la via dell’escalation, allora la Turchia si troverebbe in una posizione critica, che potrebbe divenire impossibile da gestire. Se la Nato entra in guerra infatti Ankara sarà costretta a chiudere il Bosforo alle navi russe, con conseguenze che Erdogan non vuole neanche provare a immaginare.