Caro Totò, la morte per te non è una livella 

AGI – La morte è una livella. Caro Totò, siamo d’accordo ma qui si esagera! Mi faccia il piacere! Perché in certi casi la morte non livella bene o non livella proprio (grazie a Dio). E lei, Totò – ovvero principe Antonio de Curtis – ne è lampante esempio. Per l’anagrafe di questa terra se n’è andato nel 1967, un po’ di tempo fa, eppure vede?, è ancora qui, s’informi: in tutta Italia oggi hanno ricordato i 125 anni dalla sua nascita, alla faccia della livella e alla facciaccia della morte.

Principe sì, con una sfilza di nomi da suscitare lo sconcerto di tanti sangue blu, peggio per chi – non credendo alla noblesse in generale o in particolare alla sua – la vorrebbe solo principe della risata o solo Antonio Clemente, una miseria dell’anagrafe rettificata più tardi da lei. Stavolta senza ironia. Perché su tutto si poteva ridere con lei, caro principe, ma non sull’araldica e sul Gotha. Principe dunque sì, ma pure santo per qualcuno.

Per Paolo Isotta, che intitolò a lei, “San Totò”, l’ultimo libro in cui catalogava minuziosamente tutti quanti i suoi film. Santo per il popolo napoletano (prima che a “popolo”, come fosse una brutta parola, si sostituisse “gente” o “ggente”), santo perché a lei il popolo si è rivolto addirittura per l’intercessione delle grazie, perché in via Santa Maria Antesaecula al Rione Sanità le hanno pure innalzato un altarino, santo perché nottetempo, casa per casa, lei partiva da Roma con l’autista e infilava buste da diecimila lire sotto la porta dei poveri, santo perché manteneva centinaia di randagi in un canile e persino il titolato Rex, mitico pastore della polizia, vi trovò ospitalità.

Santo perché quando uno le chiede intercessione si aspetta anche il sorriso, non la cazziata di Padre Pio, santo laico perché non è stata la Chiesa a consacrarla ma una spontanea devozione popolare.

Fantasma benigno, o per citarla anche allegro fantasma lei è stato, quando ci fu qualche anno fa uno sciame dei suoi presunti avvistamenti: chi giurava di averla incontrata dalle parti di Palazzo San Giacomo, chi semplicemente intravedeva la sua effigie sui muri della metropolitana, come fosse una Madonna, e chi le attribuiva profezie sul futuro di Napoli.

Ma meglio celebrare le nascite che le morti, meglio i compleanni come quello che oggi l’avrebbe portata a spegnere 125 candeline (alla faccia del bicarbonato!). Sicuramente la sua immortalità non poggia sulle apparizioni spiritiche e nemmeno su quella sancita dalle statue – pure, quanta fatica per renderle gli onori toponomastici – né poggia sulla prolifica iconografia: dal murale che la ritrae con Peppino alla Sanità ai magneti e alle statuine di San Gregorio Armeno.

La sua immortalità è nel linguaggio e nella filosofia di vita, nella maschera e nell’affinità, perché qualcuno dei personaggi che incontrò lei lo abbiamo davvero incontrato anche noi: ogni condominio ha conosciuto il suo rapace ragionier Casoria, ogni esaminando s’è imbattuto in un esaminatore canagliesco che non sa il significato della parola “paliatone”, ogni candidato a un lavoro ha trovato qualcuno che gli proponeva di censire i piccioni di piazza San Marco, ogni viaggiatore avrà incrociato qualche onorevole Trombetta, o un consuocero alla Aldo Fabrizi, un commercialista intrallazziere alla de Funes o un integerrimo mastino delle tasse (sempre come Fabrizi).

Si potrebbe continuare per pagine non avendo più spazio, come nella famosa lettera che lei – abbondandis in abbondandum – dettò a Peppino nella pensione milanese per salvare vostro nipote dalla presunta malafemmena. E a proposito di canzoni, tralasciando su chi fosse l’ispiratrice del brano entrato nei classici napoletani, chissà quale spiritello dell’aria in un momento di dolenza amorosa le dettò quelle parole e quella melodia – una cosa semplicissima, come molte cose bellissime – nella tonalità senza accidenti del do maggiore, che trascrissero al pianoforte mentre lei la fischiettava. Pure questo, principe. Pure compositore ma meglio del “cigno della musica” di Caianello.

Ecco, solo disordinato e soggettivo può essere un ricordo, perché il resto è già storia del teatro, della rivista e del cinema a dispetto di quei film fatti di fretta e dei critici che in vita la massacravano, ragion per cui dimostrò con Pasolini di poter dare loro torto (ma non ce n’era bisogno).

Resta una curiosità, caro principe: avrà poi esaudito il voto di Luciano De Crescenzo, che dubitava dell’aldilà senza escluderlo e sperava, qualora ci fosse, di incontrarsi proprio con lei? Morto che parla, se poi vi siete visti batta un colpo.