Caterina e Petja, la coppia italo-ucraina che aiuta la resistenza da Bergamo

AGI – Caterina e Petja e le loro due figlie di tre anni e 18 mesi sono scampati alla guerra in Ucraina per un soffio. Caterina è di Bergamo, ha 30 anni, Petja è ucraino di origine russa, la famiglia è di Odessa, ha 31 anni. Vivevano e lavoravano a Kiev da otto anni, costruivano lì il loro futuro. La guerra ha travolto i loro piani, ma stanno combattendo da lontano per i loro amici, la loro gente.

“Due settimane fa abbiamo capito che era il momento di andare via”, racconta Caterina al telefono all’AGI prima di partire per Milano e partecipare alla manifestazione contro la guerra prevista per oggi. “Petja non voleva lasciare Kiev, è il suo Paese, ma voleva mettere noi al sicuro, siamo venuti a Bergamo e lui aveva un biglietto di ritorno la sera del 23 febbraio. All’ultimo minuto, sono riuscita a convincerlo di non salire su quel volo. Dopo poche ore, quella notte, è cominciato tutto”.

Da tre giorni, Caterina e Petja vivono “perennemente attaccati” al computer e al cellulare. Stanno dando una mano alla “resistenza” e agli amici rimasti in città. Nel loro appartamento a Kiev, in una zona residenziale nella zona Sud-Est della città, si sono rifugiati cinque amici che vivevano in centro, più vicini a obiettivi sensibili.

“Lo hanno fatto per evitare di finire nelle stazioni della metropolitana convertite in rifugi. Ma “anche in un quartiere come il nostro, che sembrava dover rimanere fuori dai combattimenti, la notte tra il 24 e il 25 febbraio hanno cominciato a colpire; la casa di fronte alla nostra è stata distrutta, non era più sicuro neppure lì”, dice Caterina.

Il gruppo di amici è fuggito altrove. “Hanno preso la nostra macchina diretti altrove, nonostante le strade siano molto pericolose in questo momento, abbiamo visto tutti il video di un carro armato russo schiacciare una macchina di civili a Kiev!”.

Petja lavora nella ristorazione e in queste ore sta organizzando da lontano, con fornitori e supermercati, la distribuzione di bottiglie vuote alla popolazione per preparare cocktail molotov, come hanno chiesto le autorità ai civili.

“Tutti gli uomini, se non sono a casa con bambini e anziani, si stanno arruolando nella difesa territoriale”, racconta Caterina, sottolineando che si tratta molto spesso di persone che “parlano il russo senza problemi”. A riprova che la narrativa di Mosca su un Paese spaccato, in cui la minoranza russofona è perseguitata e contraria alle autorità di Kiev “non corrisponde alla realtà”, fa notare la ragazza.

Anche nella scuola privata dove Caterina insegna italiano questa convivenza pacifica tra russi e ucraini è evidente. “La scena in cui un bambino fa una domanda a un compagno in ucraino e l’altro gli risponde in russo è molto frequente: i colleghi ucraini non hanno problema a parlare in russo con me che sono più abituata a questa lingua, perché la usiamo anche in famiglia”.

Anche se Caterina conosce l’ucraino, “non mi è mai stato chiesto di smettere di parlare russo. Una collega nella mia scuola, scappata nel 2014 da Donetsk dove insegnava ucraino perché minacciata dai miliziani filorussi, con me parla russo con tranquillità. Gli ucraini non hanno un problema coi russi: lo hanno con Putin, non vogliono vivere in una dittatura”. Dall’altro ieri, però, a Kiev si è smesso di parlare russo: “Ci sono tanti russi camuffati da civili e da soldati ucraini per creare disordini e chissà cos’altro e l’unico modo per distinguerli è la lingua, loro non parlano ucraino”.

Caterina e Petja raccontano di una città che “sta resistendo”. “La notte passata doveva essere un disastro, invece c’è stata una grande reazione della gente: tantissimi uomini hanno imbracciato le armi, i ristoranti con cui lavora mio marito hanno aperto presto questa mattina e stanno facendo da mangiare per medici e volontari”.

Assorbiti dai bollettini di guerra e dalle richieste di aiuto, Caterina e Petja hanno appena iniziato a realizzare che ora c’è da ricostruire un futuro. Difficile pensare di tornare a Kiev e mentre sono a Bergamo “bisognerà pur lavorare”.

Così, in partenza per la manifestazione a Milano, portano con sé anche i loro curriculum. “Se non avessimo avuto due bimbe piccole probabilmente saremmo rimasti lì’ ad aiutare la gente”, conclude Caterina che non si vede certo con un fucile in mano ma sicuramente a fare da mangiare a volontari e medici. “Gli ucraini stanno reagendo è tipico di questo popolo, speriamo questo assedio non duri a lungo”.