Cina e Usa divise da Taiwan, la linea rossa di Pechino

AGI – A cinquanta anni dalla visita di Richard Nixon in Cina che ha spianato la strada allo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, e nel pieno della crisi in Ucraina, la questione di Taiwan rimane il nodo più intricato da sciogliere nei rapporti tra le due sponde dell’oceano Pacifico.

La questione della sovranità dell’isola, che Pechino rivendica come parte integrante del proprio territorio nazionale, è stata affrontata nei tre comunicati congiunti tra Cina e Stati Uniti, alla base delle relazioni bilaterali. Nel comunicato di Shanghai, emesso al termine della visita di Nixon, Pechino definisce “cruciale” la questione di Taiwan per normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti. Per la Cina, Taiwan è “una provincia” e la sua “liberazione” è una questione interna della Cina su cui non sono ammesse interferenze.

Gli Stati Uniti riconoscono, invece, che “tutti i cinesi su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan ritengono che c’è una sola Cina e che Taiwanè è parte della Cina e riaffermano il proprio interesse per una “risoluzione pacifica” della questione. “L’obiettivo ultimo”, si legge nel comunicato del febbraio 1972, è il ritiro di tutte le forze e delle installazioni militari statunitensi dall’isola.

Nel comunicato congiunto emesso il 15 dicembre 1978, che ha sancito, a partire dal 1979, l’avvio di relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti, gli Usa “riconoscono il governo della Repubblica Popolare di Cina come l’unico governo legale della Cina”.

In questo contesto, però, “il popolo degli Stati Uniti manterrà relazioni commerciali, culturali e altre non ufficiali con il popolo di Taiwan”. Entrambi le parti, inoltre, pongono l’accento sul desiderio di “ridurre il pericolo di un conflitto militare internazionale” e dichiarano che né la Cina, né gli Stati Uniti cercheranno “l’egemonia” nell’Asia-Pacifico.

In contemporanea con l’instaurazione di relazioni diplomatiche con Pechino, gli Stati Uniti hanno approvato il Taiwan Relations Act, nel quale dichiarano che renderanno disponibili a Taiwan “articoli e servizi di Difesa per mantenere una sufficiente capacità di auto-difesa”.

La questione della vendita di armi a Taiwan è il tema principale del terzo comunicato congiunto tra Cina e Stati Uniti, quello del 17 agosto 1982, che prende le mosse dalla mancata risoluzione sulla questione delle vendita di armi a Taiwan, a causa delle “differenti posizioni” di Pechino e Washington.

Nel comunicato gli Stati Uniti dichiarano che “non cercano di portare avanti una politica di lungo termine” di vendita di armi a Taiwan e che le vendite di armi non supereranno “quantitativamente e qualitativamente” i livelli degli anni che hanno preceduto lo stabilimento delle relazioni diplomatiche con la Cina, con l’obiettivo di “gradualmente ridurre” le vendite, ma senza specificare un preciso orizzonte temporale.

I due governi di Cina e Stati Uniti devono, invece, lavorare per trovare una soluzione alla questione di Taiwan. La questione della vendita di armi a Taiwan rimane ancora oggi motivo di forte attrito tra Cina e Stati Uniti, a ogni annuncio di Washington dell’approvazione di nuove forniture.

L’aumento delle vendite statunitensi ha portato, per la prima volta, nel 2020, la Cina a imporre sanzioni ai grandi gruppi della Difesa statunitensi, presi di mira anche il mese scorso, dopo l’ultimo annuncio di Washington: nel mirino di Pechino ci sono, in particolare, Lockheed Martin e Raytheon Technologies.

Le relazioni tra Cina e Stati Uniti, deterioratesi su molti fronti negli ultimi anni, vedono nella questione di Taiwan ancora oggi il nodo più intricato da sciogliere: Pechino respinge ogni contatto tra gli Stati Uniti e l’isola, come quelli in corso in queste ore, dopo l’arrivo a Taipei di una delegazione di ex funzionari statunitensi, guidati dall’ammiraglio della Marina ed ex capo di Stato maggiore congiunto, Michael Glenn Mullen.

Pechino rivendica la sovranità sull’isola in base al principio della “unica Cina”, su cui Cina e Taiwan differiscono nell’interpretazione, e che l’attuale presidente dell’isola, Tsai Ing-wen, del Partito Democratico-progressista di Taiwan, non ha mai riconosciuto, irritando fortemente Pechino da quando si è insediata al vertice di Taiwan, all’inizio del 2016.

L’avvicendamento al vertice dell’isola, nel 2016, dopo otto anni di presidenza di Ma Ying-jeou, del Partito Nazionalista (Kuomintang) con cui il presidente cinese, Xi Jinping, intratteneva buoni rapporti, e che ha incontrato in uno storico summit a Singapore alla fine del 2015, ha raffreddato i rapporti tra Pechino e Taipei. La tensione è culminata alla fine dell’anno, il 2 dicembre, quando la presidente dell’isola ha avuto un breve colloquio telefonico con il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, durante il quale si è complimentata con il tycoon per la vittoria alle presidenziali Usa. Il contatto telefonico – “mi ha chiamato lei”, scrisse Trump su Twitter – irritò e colse di sorpresa di Pechino, che reagì a distanza di ore: “C’è una sola Cina”, e Taiwan ne fa parte, tuonò il ministero degli Esteri di Pechino.

I media cinesi arrivarono a definire Trump “un idiota” per quella telefonata che aveva rotto un protocollo diplomatico durato oltre 37 anni fino a quel momento, sfumando solo leggermente i toni nelle versioni in inglese. Taiwan è stato tra i capitoli di attrito tra Cina e Stati Uniti negli anni di Trump, focalizzato, inizialmente, sulla disputa commerciale con Pechino.

Le tensioni tra le due sponde del Pacifico sono, aumentate con l’apertura degli altri fronti, dalla repressione a Hong Kong, alle polemiche sull’origine del Covid-19, fino alle violazioni dei diritti umani commesse dal governo cinese nello Xinjiang ai danni dell’etnia uigura.

Taiwan, però, è la linea rossa da non oltrepassare per la Cina, che non ha mai abbandonato il progetto della “riunificazione” dell’isola con la Repubblica Popolare Cinese (che Taiwan considera, invece, “unificazione”). I transiti delle unità navali statunitensi nelle acque dello Stretto irritano costantemente Pechino, e ancora di più la vendita di armi all’isola, ma z irrigidire la posizione cinese sono stati soprattutto gli aumenti dei contatti diretti tra Washington e Taipei, avvenuti sotto tutte le amministrazioni Usa, ma intensificatisi con la presidenza Trump e continuati con frequenza anche dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca.

Proprio oggi, nel pieno della crisi in Ucraina, è arrivata a Taipei una delegazione di ex funzionari Usa guidata dall’ammiraglio Michael Glenn Mullen, in un segnale di sostegno a Taiwan che Pechino definisce “inutile”. La Cina vuole che gli Stati Uniti interrompano “qualsiasi scambio ufficiale” con Taiwan, e per quanto riguarda i transiti di unità navali Usa nello Stretto di Taiwan, l’ultimo risalente a sabato scorso, Pechino avverte che “gli Stati Uniti pagheranno un prezzo pesante per le loro azioni rischiose”.

L’atmosfera non appare destinata a rasserenarsi. Nelle prossime ore è atteso sull’isola anche l’ex segretario di Stato, Mike Pompeo, che non ha mai nascosto la propria simpatia per Taiwan e con cui la Cina ha intrattenuto i più violenti scontri verbali negli scorsi anni su tutti gli aspetti della cooperazione. La crisi in Ucraina, inoltre, non ha contribuito a migliorare il clima tra Pechino e Taipei, nonostante entrambi riconoscano, per motivi diversi, che la situazione nello Stretto è differente da quella dell’Ucraina: “Taiwan non è l’Ucraina”, ha scandito settimana scorsa la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, indicando che un paragone sarebbe inappropriato.

Le crescenti tensioni tra Russia e Ucraina hanno però portato alla decisione di Tsai Ing-wen, settimana scorsa, di innalzare lo stato di allerta “per rispondere efficacemente a varie situazioni e garantire la sicurezza nazionale”.