Com’è cambiata in sei giorni la guerra in Ucraina

AGI – Il presidente Vladimir Putin ha fatto passare la Russia dalla logica di guerra limitata a quella di guerra totale. In questo disegno, l’invasione dell’Ucraina segna un punto di svolta per l’intero sistema delle relazioni internazionali che porterà alla formazione di nuove coalizioni geo-economiche rivali e ad una riorganizzazione globale dei flussi marittimi, finanziari e dei dati.

In un’intervista al quotidiano Le Monde, lo storico Thomas Gomart, direttore dell’Istituto francese delle relazioni internazionali (Ifri) analizza la strategia del presidente Putin e le sue ripercussioni sugli equilibri mondiali. A sorprendere Gomart non è stata tanto l’offensiva russa quanto la sua entità politico-militare, con l’intento dichiarato di terrorizzare gli ucraini e di spaventare gli occidentali, creando shock e spavento, al momento senza riuscire a farli piegare. Inoltre Putin ha imbarcato il popolo russo in una guerra che “non è la sua”.

Per lo storico, dal conflitto in Georgia in poi il Cremlino ha potenziato e intensificato le sue operazioni esterne, in un vortice interventista. Guardando alla storia recente, in Ucraina la Russia potrebbe comportarsi militarmente con lo stesso modus operandi già attuato in Cecenia o in Siria. “Mosca sogna di riprodurre la modalità americana di fare la guerra per imporre un cambio di ordine sotto gli occhi degli occidentali, passando così da una logica di guerra limitata ad una logica di guerra totale” ha sottolineato Gomart. Dal 2014 la Russia sta portando avanti principalmente quello che lo storico francese definisce “guerre invisibili”, ovvero al di sotto del livello di guerra, con mezzi indiretti.

Invece con l’invasione dell’Ucraina su vasta scala, Putin è passato al registro del conflitto ibrido, combinando una buona dose di interventi cibernetici, disinformazione, operazioni speciali, coercizione militare, ma facendo ancora leva sulla diplomazia. Nel minacciare “conseguenze mai viste nella sua storia” per ogni Paese che lo ostacolerebbe, il presidente russo ha veicolato un “messaggio nucleare esplicito, attirando la nostra attenzione anche verso lo spazio e il mare aperto”.

Putin ha così confermato l’evoluzione della dottrina nucleare della Russia, orientata ad un utilizzo tattico dell’arma. Del resto nel novembre 2021, quando ha fatto distruggere in orbita uno dei suoi vecchi satelliti con un tiro missile, Mosca ha dato prova di essere pronta alla guerra nello spazio exo-atmosferico o attraverso tale spazio, ad esempio in prospettiva distruggendo cavi sottomarini dai quali transitano dati, con conseguenze inimmaginabili.

Gomart fa notare come la mancata condanna dell’azione della Russia da parte di Cina, India e Emirati arabi uniti al Consiglio di sicurezza dell’Onu sia indice dell’apertura di una nuova fase nelle relazioni e gli equilibri internazionali. Questa nuova fase fa seguito alla conclusione del ciclo degli interventi occidentali lo scorso agosto a Kabul, con una disfatta americana.

“È cominciata con una guerra d’invasione in Ucraina, quindi europea, tristemente classica, che preannuncia probabilmente coalizioni geo-economiche concorrenti e a geometria variabile oltre a una riorganizzazione mondiale dei flussi marittimi, finanziari e dei dati” prospetta lo storico francese. Un rimescolamento delle carte che riguarderà sia l’Europa che l’Eurasia caratterizzato da un’accelerazione nella lotta per la supremazia mondiale tra gli Stati Uniti e la Cina e dalla deformazione del triangolo Usa-Cina e Russia, con conseguenze dirette sugli equilibri regionali, in particolare nell’Indo-Pacifico, in Africa e Medio Oriente.

Per poter occupare l’Ucraina, la Russia ha prima rafforzato il legame economico, finanziario e tecnologico con la Cina, consentendo così a Pechino di obbligare Washington ad aver due fronti aperti: nel Mar Cinese e nel Mar Nero-Baltico. Se dal 1972 Washington si è avvicinata a Pechino per indebolire Mosca, dal 2008 in poi Mosca ha cercato la vicinanza con Pechino per indebolire Washington.

A cambiare è stata anche la natura delle relazioni economiche tra le parti, da molto limitate durante la Guerra Fredda tra il blocco socialista e i Paesi capitalisti a interdipendenti e intensamente collegate oggi sia con la Cina che con la Russia. “Da lì l’importanza di controllare i confini marittimi di questa vasta area continentale. La più grande tensione si esercita alla giunzione tra Europa e la zona tra il Mar Baltico e il Mar Nero – ovvero Paesi baltici, Moldavia, Ucraina, Georgia – limitrofa alla Russia” analizza il direttore dell’Ifri.

Invece nel Pacifico, le zone di maggiore tensione sono il Mar Cinese, Taiwan, le due Coree e il Giappone. Su quel fronte l’Aukus – patto tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti – si presenta come un’alleanza delle “democrazie del mare” mentre nel contempo Russia e Cina stanno sviluppando notevolmente le proprie capacità navali. La posta in gioco per tutti è “il controllo del sistema produttivo globale in un contesto di accentuati vincoli ambientali e di accelerazione dell’immissione di dati nel mondo“. A questo punto non è in discussione il capitalismo mondiale, anzi “c’è una lotta brutale quanto diffusa tra Stati Uniti e Cina per diventarne il padrone”.

E sul perchè dell’importanza dell’Ucraina per Putin, Gomart cita la cultura strategica russa basata sul principio della profondità strategica contro ogni minaccia proveniente da Ovest. Va anche tenuto conto della paura emersa dopo il crollo dell’Unione sovietica di vedere la Russia ridotta dalle potenze straniere ai confini del Granducato di Mosca. In chiave storica e strategica, ricostituire un’area di protezione e ritrovare lo status di potenza implica ricomporre l’unità slava – la grande Russia, la piccola Russia (Ucraina) e la Russia bianca (Bielorussia) – che era il pilastro dell’impero sotto gli zar e in epoca sovietica.

A questi fattori si aggiunge una forma di condiscendenza, persino di disprezzo, da parte delle èlite russe che considerano l’Ucraina in mano a una decina di oligarchi totalmente corrotti e manipolabili, a maggior ragione vista l’inesistenza della nazione ucraina. Viste dal Cremlino poi, le aspirazioni democratiche del popolo ucraino sono solo il risultato di operazioni dei servizi di intelligence occidentali.

Per lo storico francese, guardando oltre gli obiettivi finora dichiarati di Putin – “demilitarizzare e denazificare” l’Ucraina – “il suo sogno neo-imperiale potrebbe trasformarsi in un incubo identitario”. Per Gomart, schiacciando gli ucraini il capo del Cremlino preannuncia una “nuova disgrazia russa”, lui che da “ideologo realista rincorre chimere storiche, rielaborando costantemente i rapporti di forza”.

Di questo passo la conquista dell’Ucraina si inserisce in un processo bellicoso non lineare e segnato da lunghe pause strategiche. Un processo cominciato dopo l’annessione della Crimea nel 2014, seguita dal sostegno ai ribelli pro russi dell’Est dell’Ucraina, per poi preparare l’invasione passo dopo passo. In prospettiva, sottolinea lo storico francese, se alla fine Putin dovesse riuscire nel suo disegno, potrebbe considerarlo un assegno in bianco per fare la stessa cosa in Moldavia, Georgia o altrove in Asia centrale.

Diverso dovrebbe essere il suo comportamento con i Paesi baltici, membri della Nato, attraverso i quali potrebbe invece tentare di testare la coesione occidentale con azioni ostili, ad esempio cibernetiche, oppure esercitando una certa pressione nucleare e navale. “Vladimir Putin ha ridato alla Nato la sua ragion d’essere in Europa. Tuttavia non va mai dimenticato che il Cremlino ne ha anche bisogno per giustificare la sua organizzazione del potere: forze armate e servizi di sicurezza sono la spina dorsale dello Stato russo” ha concluso Gomart.