Come tre generazioni di donne ucraine affrontano l’esilio (senza fine) in Austria

AGI – Irina, Marina e Katia – nonna, madre e nipote – sono originarie di Mikolaiv, nell’Ucraina meridionale ma non vivono nella loro città d’origine da quando la guerra con la Russia è diventata talmente pericolosa da costringerle a fuggire. Oggi stanno affrontando insieme l’esilio in Austria, dove cercano di integrarsi mentre le speranze di un rapido ritorno si affievoliscono di fronte allo stallo del conflitto. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR),  gli esuli ucraini in Europa sono 6 milioni, un’ondata senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale.  La maggior parte di loro aveva programmato di rimanere solo pochi mesi, ma i bombardamenti, la mancanza di progressi sulla linea del fronte, l’assenza di un accordo di pace, rendono il ritorno sempre più improbabile. A febbraio, la città portuale da cui provengono le tre donne è stata nuovamente oggetto di un attacco che ha fatto saltare i tetti di molti edifici.  La loro storia è raccontata da Anne Beade, giornalista di Afp.  

 

“Il futuro dell’Ucraina è così incerto che non vedo una via d’uscita per un altro anno o due”, dice Marina Troshchenko, 43 anni, con un’espressione ferma e determinata mentre mostra le foto dei danneggiamenti, e delle macerie, inviate dai familiari rimasti. Dopo mesi di difficoltà nella ricerca di un alloggio e di curriculum rifiutati, le tre donne hanno finalmente trovato un appartamento grazie a un lavoro trovato da Marina in un supermercato. “Ho iniziato dal fondo”, nel reparto panetteria, prima di fare carriera e diventare “capo cassiera”, ha dichiarato all’AFP l’ex responsabile degli acquisti, divorziata, che non parlava tedesco prima del suo arrivo a Vienna nel marzo del 2022.

 

 

 

La figlia Katia, 17 anni, ha completato i suoi studi a distanza, frequentando un liceo viennese, con l’obiettivo di ottenere la maturità austriaca nel 2025. Nel frattempo, la più anziana della famiglia, Irina Simonova, 64 anni, si dedica a una squadra di pallavolo, il suo sport preferito, formando una cerchia di amici e amiche. In Ucraina ha dovuto lasciare la madre, affettuosamente soprannominata “Babusia Olga”, che a 87 anni si rifiuta ancora oggi di partire. “Siamo felici di aver ottenuto così tanto in due anni”, riassume Marina, perché tutte e tre insieme oggi possono dire di essersi integrare con la comunità locale.

Costruire il futuro

Nei locali dell’organizzazione Diakonie, che fornisce consulenza ai circa 80.000 rifugiati ucraini in Austria, è visibile un cambiamento.  A lungo paralizzati dal “dilemma dell’attesa” – tornare o meno – molti “non sapevano come andare avanti”, spiega Sarah Brandstetter, operatrice del centro.  “Ora sono tanti quelli che hanno deciso di restare e stanno cercando di costruire il loro futuro qui, soprattutto per i loro figli”. 

 

La situazione, tuttavia, è più complicata per le donne i cui mariti sono in prima linea. I volontari che distribuiscono vestiti e giocattoli dicono che fanno fatica a trovare il tempo per trovare un lavoro e imparare la lingua.  Nel frattempo, il vento di solidarietà che soffiava all’inizio del conflitto ha perso forza. 

 

Christoph Riedl, esperto di migrazione e integrazione per Diakonie, sottolinea anche il crescente onere per gli austriaci che hanno accettato di mettere le loro case temporaneamente a disposizione dei rifugiati e vedono che la situazione si sta trascinando nel tempo. “L’inflazione sempre più alta, e l’aumento dei prezzi dell’energia, hanno cambiato le cose”, afferma.

 

 

La sfida demografica

Nella vicina Germania, che sta ospitando più di un milione di rifugiati, il massiccio afflusso sta contribuendo a saturare la capacità di accoglienza dei comuni. Una situazione che alimenta il discorso anti-immigrazione, in un momento in cui il numero di richiedenti asilo di altre nazionalità è salito alle stelle. Secondo Riedl, l’Ue dovrebbe definire uno status permanente per gli ucraini, che fino a marzo 2025 godono del titolo di protezione temporanea che consente loro di accedere al mercato del lavoro, all’alloggio e all’assistenza sociale e medica. “Dobbiamo accettare la realtà: quando un conflitto dura due o tre anni, le persone si rassegnano a ricostruire la propria vita nel nuovo Paese”, analizza. È uno scenario che le autorità ucraine temono, poiché sanno che potrebbero trovarsi, nei prossimi anni, ad affrontare una vera e propria sfida demografica.

 

“È una situazione particolare, in cui abbiamo un Paese in guerra che vuole mantenere il più possibile i contatti con la sua popolazione”, afferma Philippe Leclerc, direttore dell’UNHCR in Europa, menzionando i corsi online per gli studenti e le possibilità offerte ai rifugiati di viaggiare avanti e indietro.  Per Katia, “sarà molto importante poter tornare indietro e ricostruire l’Ucraina, un nuovo Paese moderno che farà parte della Ue”. Ancora traumatizzata dalle notti passate nei rifugi antiatomici all’inizio del conflitto, ha “paura di tornare, di vedere il suo Paese e la sua infanzia rovinati dai russi”. E non si fa illusioni, perché probabilmente dovrà rimanere a Vienna per i suoi studi universitari.