Così la pandemia ha travolto gli adolescenti 

AGI – Nella sala di attesa dell’ambulatorio di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesù un ragazzo di 14 anni attende il proprio turno per un colloquio con il dottor Stefano Vicari. Ha indosso la mascherina, come da protocollo Covid, e le cuffiette. Batte i piedi a ritmo di musica. O così sembra. La visita che lo attende, spiega la sua mamma, “è di routine”.

Sono trascorsi all’incirca quattro mesi da quella notte di metà ottobre in cui Enrico – nome di fantasia – arrivò in ambulanza al pronto soccorso della sede del Gianicolo dell’ospedale. Era confuso e spaventato, soprattutto da se stesso dopo che la rabbia che non sapeva nemmeno di covare in modo così intenso era sfociata in un raptus che lo ha scaraventato su uno dei suoi genitori. I quali, quasi di riflesso, hanno chiamato i soccorsi. “La situazione era diventata difficile già da un po’ – racconta – ma quel gesto ha fatto scattare davvero l’allarme. Io e mio marito abbiamo temuto che quello diventasse il punto di non ritorno. Noi, da soli, non potevamo più aiutarlo”.

E infatti il ragazzino aveva bisogno di un intervento importante: un ricovero di circa una settimana, farmaci stabilizzatori dell’umore e un percorso di psicoterapia che continua ancora oggi. Enrico è uno dei molti minorenni sopraffatti dalla pandemia. “I nostri adolescenti stanno male”, afferma Vicari, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù. “La paura di ammalarsi, l’isolamento, il confinamento in casa spesso senza i genitori, il brusco distacco da quello che era il proprio mondo – sottolinea – hanno fatto da elemento detonatore ad ansia, stress e depressione, sfociando in un vero e proprio disturbo conclamato”.

Chi sono

Questi adolescenti hanno un’età media di 13 anni e hanno un livello socio-culturale variegato. Nell’80-85% dei casi si riscontra un importante uso di sostanze cannabinoidi. E sono più le ragazze, che i ragazzi, a soffrire di questi disturbi. “I pazienti arrivano da noi dopo aver tentato il suicidio o a seguito di atti di autolesionismo. Si provocano dei tagli alle braccia, alle gambe, all’inguine. Alcuni salgono sul cornicione e provano a farla finita, altri lavorano al progetto di togliersi la vita raccogliendo farmaci e pasticche presenti in casa”, racconta Vicari, che aggiunge: “Tutti lamentano un profondo senso di vuoto e una debolezza nei confronti della vita”.

I numeri del disagio

Rispetto al periodo pre-pandemico i casi presi in carico dall’ospedale pediatrico sono aumentati di oltre il 30%. E il dato si riferisce solo ai casi più gravi per i quali è richiesto il ricovero in reparto. Sono esclusi dal conteggio i pazienti dimessi dal pronto soccorso e quelli ricoverati in pediatria per disturbi alimentari che pure hanno registrato un’impennata di circa il 30%. Uno studio del Bambino Gesù in via di pubblicazione dal titolo “Psychiatric emergency for psychopathological disorders and self-injurious behaviors in Italian children and adolescents during COVID-19”, confronta i dati dei due lockdown (il primo totale e il secondo parziale) rispetto al periodo precedente allo scoppio della pandemia.

Quel che emerge è che durante il primo lockdown (marzo-giugno 2020) si è registrato addirittura un calo degli accessi al pronto soccorso, spiegato sì dal timore di un contagio, ma anche dal fatto che l’intera famiglia era riunita sotto lo stesso tetto. Nel secondo lockdown (ottobre 2020 – gennaio 2021) ha prevalso il senso di abbandono e di disagio e i casi hanno subìto un’impennata, passando da 88 del periodo prepandemico a 121. L’autolesionismo è il motivo di ricovero principale nel 58,6% dei casi rispetto al 43,2% dei periodi precedenti, mentre il tentativo di suicidio è al 40,4% contro il 29,6% di oltre due anni fa. Numeri simili, seppur inferiori sono stati pubblicati con preoccupazione anche dall’ospedale pediatrico Meyer di Firenze che segnala un +17% di richieste di aiuto per disturbi mentali. Secondo l’Unicef, a livello globale, almeno 1 bambino su 7 è stato direttamente colpito dai lockdown, mentre più di 1,6 miliardi di bambini hanno perso parte della loro istruzione.

Il Covid 20

Finita la pandemia “dovremo fare i conti con il Covid 20, il virus del contagio emotivo dei ragazzi”, dichiara Maria Rita Parsi, psicopedagogista, psicoterapeuta e componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Quello di Parsi non è un allarme nuovo, ma si fa sempre più concreto. “Parliamo di disturbi che erano prevedibili. Alcuni sono scaturiti direttamente dalle chiusure e dall’angoscia della morte prospettata dal contagio; altri – forse la gran parte – erano latenti e sono solo esplosi”.

L’esperta non vuole “puntare il dito contro le misure adottate” per far fronte all’emergenza, ma “illustrare il fenomeno”. “In molte famiglie i problemi c’erano già, nella coppia o nel rapporto con i figli. Non avere valvole di sfogo ha finito per creare delle bombe a orologeria in casa che puntualmente sono esplose”. Senza il Covid 19, aggiunge Parsi, “forse questi disturbi non si sarebbero mai manifestati con questa gravità, ma di certo almeno in parte sarebbero venuti a galla prima o poi”.

Quali strumenti adottare

La vera novità dell’ultimo decreto Milleproroghe è rappresentata dal “bonus psicologo” che Parsi definisce “un primo segno di comprensione della gravità dei disturbi mentali e psicologici”. Ma “non è che l’inizio”. Sul punto concorda anche Vicari: “Non basta se non potenziamo l’offerta sul territorio che manca di personale formato”.

Per entrambi il focus è la scuola. “Servono equipe di esperti stabili nelle scuole che offrano sostegno ma anche formazione a ragazzi, insegnanti e genitori”, afferma Parsi. Ma a monte, puntualizza Vicari, c’è la famiglia “che deve essere presente e accorgersi dei cambiamenti di un figlio. “Se un adolescente si chiude in casa o è iracondo in modo stabile per più mesi – conclude – allora è bene che scatti l’allarme”.