Da Milano all’Ucraina, il lungo viaggio per portare aiuti ai profughi

AGI – Due ragazze ucraine che stringono tutto il tempo un’immagine della Madonna, un signore di 73 anni che ha fatto l’autista per una vita e si è rimesso al volante. Ella e Giuseppe, la più giovane e il più anziano, in mezzo una trentina di volontari che da Milano stanno viaggiando da quasi due giorni, senza soste per la notte, con l’obiettivo di raggiungere l’Ucraina per consegnare viveri e farmaci custoditi in sedici tir.

“La guerra mi angoscia e, siccome in queste azioni di generosità c’è sempre qualcosa di egoistico, lo faccio per combattere questa angoscia e dare sollievo alla gente che soffre“.

Ciascuno ha una propria ragione per esserci ma la sincerità di Alessandro, il gestore dell’impresa di trasporti che ha messo a disposizione i camion, racconta uno stato d’animo condiviso. “Sono qui perché il sindaco di Gambolo’, il paesino in provincia di Pavia dove vivo, mi ha chiesto di venire a vedere se il materiale che ha raccolto il Comune arriva a destinazione” spiega Natalia che è originaria di Cernauti, il primo abitato ucraino appena superato il confine rumeno.

Anche per Andrea, avvocato, è una questione di bene per gli altri ma anche per sé. “È un momento in cui c’è bisogno di poche parole e molti fatti. Così ho preso la palla al balzo e sono salito su questo treno che non passa tutti i giorni e che, oltre a fare del bene, eleva la spiritualità di chi lo fa“. Sulla strada da Milano all’Ucraina corrono tanti mezzi di organizzazioni umanitarie, dalla Caritas alla Croce Rossa, ma ci sono anche singoli che hanno appiccicato sulla loro auto il cartello ‘migration aid’.

Nella spedizione milanese capeggiata dall’Arcivescovo della Chiesa ortodossa di San Nicola, Avondios Bica, c’è anche il vicesindaco di Segrate, Francesco Di Chio, assieme a un suo consigliere comunale: “Cercavamo qualcuno che ci aiutassse a portare a destinazione un materiale pazzesco che i nostri cittadini hanno raccolto in modo spontaneo in tre giorni”. Luca è un geologo: “Nella vita quotidiana mi viene difficile perché il tempo è poco per fare volontariato ma qui la chiamata era troppo forte per non ascoltarla”.

La carovana che percorre l'”odissea della pace”, così la definisce l’Arcivescovo, perde un pezzo alla frontiera ungherese all’ingresso in Romania. Uno degli autisti ha smarrito la carta d’identità durante il tragitto e i doganieri non gli danno l’ok alll’ingresso solo con la patente. “Per me l’importante è che entrino le merci, non io”. Così lascia il suo furgone a un altro della compagnia e si cerca un albergo in zona.

Gabriele è antropologo e insegnante: “Ho studiato i ritorni fallimentari della migrazione in Africa ed è un tema che mi è restato dentro. Dopo tanta teoria volevo fare qualcosa di pratico sperando che, tra qualche mese, non saremo noi i profughi”. Il torpedone si tiene incollato attraverso una chat di gruppo. Nessuno deve andare avanti o restare indietro.

“Siamo inspiegabilmente dentro una guerra ma siamo anche in una incredibile ‘battaglia’ di solidarietà combattauta con armi sovrabbondanti di bellezza e unita'” è il pensiero di Carmelo Ferraro, presidente dell’associazione ‘M’impegno’, tra le promotrici della raccolta.

“La sera prima della partenza – confessa Bica, che ‘tratta’ coi doganieri per passare in modo più rapido i confini – sono venuti in chiesa dei fedeli russi. Piangevano perché si sentivano in colpa per questa guerra. Ma questa non è una guerra tra popoli e noi siamo pronti a tutto per portare a destinazione il nostro aiuto”. Anche a rimpire i mezzi svuotati dai viveri di persone in fuga.