Da Ternopil e Kiev in 50 arrivano a Genova: “Gloria all’Italia”

AGI – “Vediamo il mare”. Il messaggio arriva su whatsapp a Maria che, in un’assolata piazza della Vittoria, aspetta sua nuora e tre bambini in arrivo da Ternopil, vicino Leopoli, Ucraina. “Tremo dentro – racconta la signora, asciugandosi le lacrime – E’ quasi un anno che non li vedo. I miei figli, mio genero e mio nipote sono rimasti a combattere: hanno 42, 43, 45 e 23 anni. Almeno i bimbi posso riabbracciarli”. 

Insieme a Maria, ci sono altre donne che aspettano figlie, nipoti, nonne. Il loro arrivo, previsto inizialmente alle 10:30, slitta di ora in ora: prima le 12:30, poi le 13, infine le 14:15. Ad organizzare la “missione di solidarietà”, Claudia Bortolotti, coadiuvata dagli autisti Giovanni Schinca, Bruno Caccamo e Pasquale Perronace della Balestrino Viaggi che ha messo a disposizione il pullman.

Poco dopo le 14:15 il mezzo bianco fa capolino nella piazza e, alla sua vista, c’è chi scoppia in lacrime e chi dice “Grazie”. Quando la portiera si apre, rivelando una piccola bandiera giallo-blu ripiegata sul cruscotto, esce la prima passeggera: ha 81 anni, scende lenta i gradini, sostenuta da uno degli autisti. Ha i capelli bianchi raccolti e fa un cenno di saluto con la mano. La segue sua figlia, che trasporta con sé un gattino e dice in ucraino “Grazie!”. “Sono state recuperate lungo la strada, perché erano a 7 chilometri dal confine, senza un passaggio per raggiungere l’Italia dove vive una loro parente”, racconta Schinca. “Siamo partiti alle 10 di mattina da Genova e siamo arrivati alle 9 di lunedì mattina al confine – prosegue l’autista – Abbiamo lasciato i generi di prima necessità, a 7-8 chilometri dal confine. Lì arrivavano due pullman con i lampeggianti che facevano avanti e indietro scaricando tantissima gente. Poi ci siamo avvicinati, a 2 chilometri dal confine, circa 40 chilometri a nord di Cracovia e abbiamo atteso le persone inserite nella nostra lista”.

Si tratta di donne e bambini che hanno parenti o conoscenti in Liguria: a segnalarli sono stati la Caritas e la comunità ucraina a Genova. “La cosa che mi ha colpito di più è vedere l’arrivo di queste persone: erano infreddolite e provate dai tanti chilometri a piedi – spiega l’autista – Molti avevano passato il confine a piedi, a meno 3 gradi sotto zero. La prima famiglia, con il bimbo più piccolo di tutti, sono arrivati alle 17 di lunedì, poi abbiamo atteso tutte le altre fino alle 7 della mattina successiva”.

Infine, la partenza. Dal pullman scende un’altra signora anziana: sorride e urla come una liberazione “Gloria a Ucraina e gloria a Italia!”. Dopo di lei un’altra passeggera viene chiamata da una voce sottile, rotta dalle lacrime, poi l’abbraccio. Sono madre e figlia, finalmente insieme. Seguono i bimbi, sono tanti: i fratelli maggiori tengono in braccio i più piccolini. Alcuni hanno ancora la faccia assonnata, altri ridono alle telecamere e agli obiettivi che si trovano davanti.

C’è chi fa il simbolo della vittoria, chi dice un timido “ciao”. Qualcuno stringe un palloncino bianco tra le mani e si nasconde dietro le gambe della mamma. Mancano i papà: loro sono rimasti tutti in Ucraina. Non solo loro, racconta ancora Maria: “Mia mamma ha 92 anni ed è rimasta in campagna, a 50 chilometri da Ternopil, da sola. Ha detto che non vuole lasciare la sua terra e che ha già visto la guerra. Resterà lì”.

La maggior parte del gruppo arriva dall’area intorno a Leopoli, ma c’è anche una giovane ragazza che proviene dai dintorni di Kiev: è Larina. Cittadina ucraina è cresciuta in Liguria, tra Savona e Spotorno: qualche settimana prima dello scoppio della guerra era andata a 40 chilometri dalla capitale per stare vicino a suo padre, dopo la morte della nonna. “Una volta lì ho preso il Covid e sono rimasta bloccata – racconta – appena sono guarita, è scoppiata la guerra”. Larina ha compiuto un viaggio di 11 ore e mezzo in treno per arrivare a Leopoli, un tragitto che di solito si fa in 5 ore e mezza.

“Sono rimasta 11 ore in piedi: eravamo tutti ammassati, con i bagni chiusi, su un treno che non faceva fermate. Sembravano quelli che portavano ai lager. Una volta in stazione – prosegue – siamo stati in coda con altre 1500 persone per prendere un altro treno diretto in Polonia: abbiamo aspettato dalle 22 di sera fino alle 9 del mattino. Abbiamo resistito solo grazie ai volontari che ci hanno portato del cibo e fatto riscaldare”. Una volta in Polonia, Larina riesce ad avere il passaggio per la Liguria dove ad attenderla ha trovato sua madre e la sua migliore amica. “E’ finita – sospira – ma non per la mia prima casa, non per l’Ucraina”.