Da Vinnytsia a Bobbio, storia di due sorelle e la prima notte senza turni di veglia in pigiama

AGI – Hanno dormito in pigiama e senza fare i turni di veglia. Una cosa normalissima, eppure è la prima volta che possono farlo dallo scoppio del conflitto il 24 febbraio scorso. E’ la prima notte che possono ‘rilassarsi’ le due sorelle, Anastasia e Maruska, 19 e 14 anni, arrivate a Bobbio dalla nonna Tatiana, lasciandosi alle spalle le sirene di Vinnytsia, cittadina colpita dalle bombe russe proprio qualche giorno fa. Lì è rimasta la madre Marina, nella speranza che “la situazione cambi, si calmi”.

Raccontano la loro storia all’AGI attraverso Tatiana, che traduce le emozioni delle sue nipotine, nascoste ancora in una lingua che non conoscono bene. “Ma qualcosa capiscono, sono curiose e vogliono imparare e tornare a vivere, studiare e lavorare” si affretta a dire. “La piccola andava a scuola e ha dovuto abbandonarla. Mentre Anastasia studiava legge all’università e lavorava già alla Questura di Kiev. Non volevano lasciare la loro casa, tutto quello che stavano costruendo, ma era troppo pericoloso, hanno dovuto farlo”.

Si sentivano le esplosioni, il suono delle sirene antiaeree e i missili sopra la testa. La notte era il momento peggiore, quando l’ansia sale per la paura che arrivino gli invasori. “Facevamo i turni, una doveva restare sempre sveglia mentre le altre due dormivano – raccontano le due sorelle – . Ed eravamo sempre vestite, noi e la mamma. Con le scarpe da infilare alla svelta, accanto al letto. Il pigiama non lo abbiamo mai messo, bisognava essere pronte a fuggire in ogni momento. Anche in macchina, avevamo portato dei cuscini e delle coperte. Tutto pronto se capita qualcosa”.

Adesso che si trovano al sicuro, sono incredule. “Non ci sembra vero che la gente qui cammina per strada liberamente” dicono. La guerra sembra lontana, se non fosse per la paura per la mamma Marina, che è ancora lì, in Ucraina. Anche la zia Vicktoria, la seconda figlia di Tatiana, è riuscita a lasciare il paese e si è fermata in Polonia a Jaroslav dove, grazie alla cognata, che lì fa la maestra, ha già trovato un lavoretto in un panificio, e un asilo per la sua bimba di 4 anni.

La speranza però è che tutta la famiglia si possa riunire: queste tre generazioni di donne fortissime. “Vorrei avere qui presto anche le mie figlie – aggiunge Tatiana – soprattutto Marina. Sente colpi e scoppi che si avvicinano. Le ho detto che è meglio perdere tutto, anche la casa, e salvare la vita”.

“Bisogna andare avanti, non si sa quando finirà questa storia ma, soprattutto, i giovani devono continuare con la loro vita e studiare”. Ce la faranno, con il coraggio e la forza che si ritrovano.

La storia della fuga, dopo la frontiera non sapevano come fare

La storia della loro ‘fuga’ parla da sola. Anastasia e Maruska, spinte dalla madre, si sono avventurate fino al confine con la Polonia dove non sapevano cosa le avrebbe aspettate. Non c’era nulla di organizzato. “Mia figlia ha trovato una persona che poteva trasportare le ragazze fino alla frontiera. Lì sono scese e hanno fatto un tratto a piedi e aspettato in coda per 5 ore, al freddo. Avevano giusto un piccolo bagaglio, quello che puoi portare quando devi camminare”. 

“Sono partite senza sapere cosa sarebbe successo una volta arrivate alla frontiera. Volevano venire in Italia perché qui hanno un appoggio ma non sapevano come raggiungerci – spiega Tatiana -.  Sono state ‘fortunate’, dopo il confine polacco c’erano tanti volontari. Hanno trovato un pulmino da 9 posti che trasportava le persone. Era arrivato da Roma con i pacchi della Caritas, dopo averli scaricati ha detto che poteva portarle fino a Venezia, poi ha cambiato idea e le ha portate fino a Parma“. Un viaggio durato due giorni, dalle bombe alla pace, reso possibile anche grazie alla solidarietà di tanti. “

C’è voluto molto coraggio nel prendere la decisione di partire così, perché non sai cosa può capitare, sono due ragazzine. Anch’io ero molto preoccupata e ho detto a mia figlia ‘come possiamo lasciarle andare così?’. Ma non c’era altra soluzione”.