Dopo il ventennio Kikuyu la sfida tra Ruto e Odinga per la guida del Kenya

AGI – Si sono aperte le urne in Kenya per le elezioni presidenziali. Oltre 22 milioni di keniani sono chiamati a scegliere il loro presidente, i parlamentari e i governatori. Le urne si chiuderanno alle 17 locali, anche se l’orario potrebbe essere allungato come è capitato in altre tornate elettorali.

Quattro i candidati in campo, ma si prefigura un duello serrato tra William Ruto e Raila Odinga. Chi vincerà? è difficile dirlo, tra i due non c’è un favorito chiaro. In ogni caso già domani, secondo le autorità elettorali, si dovrebbe conoscere il vincitore.

Secondo la legge elettorale del Kenya i candidati alle presidenziali devono ottenere più della metà dei voti validi espressi e almeno un quarto delle schede scrutinate in metà delle 47 contee del paese. Se nessun candidato raggiunge questa soglia, entro 30 giorni si terrà il ballottaggio, cosa mai successa in Kenya.

Tutto, per ora, si sta volgendo nella calma anche se vi sono stati alcuni disagi in alcune contee dove è stato constatato un errore nella stampa delle schede elettorali, anche se la Commissione elettorale assicura che tutto si svolgerà nei termini previsti.

Ruto e Odinga sono volti noti ai keniani. Odinga, 77 anni, è un veterano della lotta democratica, che ha vissuto il carcere prima di diventare primo ministro (2008-2013) e che si è candida alla presidenza per la quinta volta.

Ruto, 55 anni, ha ricoperto la carica di vicepresidente per quasi un decennio ed è stato il delfino del presidente in carica Uhruro Kenyatta che lo aveva designato come suo successore. Ma le cose, poi, sono andate diversamente.

Un’alleanza inaspettata tra Kenyatta e Odinga lo ha messo da parte già nel 2018. Con un capovolgimento della politica keniana, del resto molto versatile, Odinga è diventato il candidato del presidente uscente. Ruto, da membro del potere, si è trovato a sfidarlo.

Comunque vadano le elezioni si aprirà una nuova pagina dopo oltre vent’anni di presidenze Kikuyu, la prima e molto influente etnia del paese. Odinga, infatti, è un Luo e Ruto un Kalenjin.

La politica keniana degli ultimi anni è stata segnata da manovre di palazzo che non hanno fatto altro che far crescere la disillusione della popolazione verso la politica. È cresciuta l’apatia soprattutto tra i giovani che hanno risposto con meno entusiasmo all’iscrizione nelle liste elettorale. 

I 22,1 milioni di elettori iscritti dovranno votare per il presidente, ma anche per i parlamentari, i governatori e per circa 1500 funzionari locali elettivi. C’è disillusione e sono in molti coloro che pensano che la politica non risolverà i problemi della gente, chiunque verrà eletto farà le stesse cose del suo predecessore.

E poi c’è un paese afflitto dalla corruzione che è diventata endemica. Odinga, nella sua campagna elettorale, ha proprio dato la priorità alla lotta a questo flagello, nominando come vicepresidente Martha Karua ex ministro ritenuta una donna inflessibile proprio sul tema della corruzione, e denunciando i procedimenti legali contro il compagno di corsa di Ruto, Rigathi Gachagua.

Lo sfidante di Odinga ha impostato tutta la campagna elettorale ergendosi a paladino del popolo, promettendo aiuti e lavoro quando tre keniani su dieci vivono con meno di 2 dollari al giorno, secondo la Banca Mondiale.

A tenere banco, però, in questa campagna elettorale, e peserà anche nelle urne, è stato il tema del potere di acquisto e la crescita drammatica dei prezzi dei generi di prima necessità. Un fattore destabilizzante per il Kenya, locomotiva economica dell’Africa orientale, scossa prima dalle conseguenze della pandemia da Covid, poi dalla guerra in Ucraina e da una grave siccità che non si vedeva da 40 anni.

E a pagarne le conseguenze sono tutti, la gente che acquista sempre meno e i commercianti frustrati dall’innalzamento dei prezzi dei generi alimentari. In questo contesto la questione economica potrebbe soppiantare il voto tribale, da sempre fattore chiave presente nelle cabine elettorali.

Lo spettro di possibili violenze incombe anche su queste elezioni presidenziali. La Commissione nazionale per la coesione e l’integrità, un organismo di promozione della pace creato dopo le violenze del 2007-2008, ha stimato in un recente rapporto che la probabilità di violenze nel periodo elettorale è del 53%.

Il presidente uscente del Kenya, Uhuru Kenyatta, dopo aver votato nella scuola primaria di Mutomo di Gatundu, nella contea di Kiambu, ha fatto appello alla calma: “Votate pacificamente e andate a casa ad aspettare i risultati”.

Sono trascorsi, infatti, quindici anni dalle violenze post-elettorali del 2007-2008 che hanno provocato più di 1100 morti, principalmente negli scontri da Kikuyu e Kalenjin. Una ferita mai rimarginata che pesa ancora oggi. Nel 2017, la contestazione dei risultati elettorali da parte di Odinga ha provocato una severa repressione delle manifestazioni da parte della polizia che ha provocato decine di morti.

I risultati elettorali, negli ultimi vent’anni, sono sempre stati contestati, anche davanti alla Corte Suprema nel 2013 e nel 2017, queste ultime presidenziali sono state annullate per “irregolarità”, una prima volta in Africa, e Kenyatta è stato eletto con un nuovo scrutinio.

L’augurio è che dentro le urne non prevalga il fattore etnico, ma la volontà di rendere stabile la democrazia in Kenya.