“Ecco perché la Bce non fermerà l’inflazione”

AGI – Gli errori della Bce e l’aumento dei prezzi delle materie prime condurranno probabilmente a una recessione. Lo afferma all’AGI Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity sottolineando che “al momento ci sono solo segnali molto preoccupanti che potrebbero portare a una recessione il prossimo anno. Le sanzioni verso la Russia e le politiche green manterranno al rialzo i prezzi delle materie prime con conseguenze sull’inflazione”.

E quando in Cina termineranno i lockdown dovuti al Covid il petrolio potrà avvicinarsi ai 200 dollari al barile. Torlizzi evidenzia che “l’aspetto più critico delle decisioni di ieri della banca centrale europea riguarda il modo in cui è stato comunicato l’eventuale adozione di un backstop per contenere gli spread. Il punto di criticità riguarda il fatto che la Bce abbia solo vagamente accennato a questo strumento senza però formalizzarlo.

Questo spingerà gli operatori finanziari a ‘vedere il bluff’, cioè quale sarà il livello di tolleranza dell’Eurotower prima di implementare effettivamente lo strumento. Purtroppo dalla riunione di ieri sono scaturite dinamiche di ulteriore ampliamento degli spread e in particolare di quello italiano e di quello spagnolo nei confronti del Bund”. Tutto questo indebolirà l’euro con effetti sull’import e quindi sull’inflazione.

“Avremo nei prossimi mesi – analizza Torlizzi – un ulteriore ribasso della moneta europea nei prossimi mesi con un possibile raggiungimento della parità nei confronti del dollaro e quindi anche il mancato effetto calmiere sull’inflazione. Perchè con un euro che si deprezzerà ulteriormente il costo della materia prima che noi importiamo dall’estero aumenterà”.

Di conseguenza, osserva il fondatore di T-Commodity, “il modo in cui la Bce ieri ha gestito la pratica è stato deludente e avrà ripercussioni negative non solo sul nostro spread e quindi sui costi di finanziamento del debito italiano ma ci sarà un effetto a cascata sull’Eurozona nel suo insieme perchè andrà ad alimentare le pressioni inflazionistiche che sono destinate a rimanere forti anche nei prossimi mesi a causa di una serie di elementi”.

In particolare, spiega l’esperto, “il primo motivo è legato al fatto che sull’energia il livello delle sanzioni spingerà la Russia a compensare il calo dei volumi con un taglio produttivo. Questo lo abbiamo già visto nel caso del gas: l’export russo verso l’Europa è sceso di circa il 30% da inizio anno eppure il prezzo del gas al TTf ha una media parziale oggi di 98 euro/Mwh contro la media del 2021 che era di 48 euro. E sul petrolio accadrà la stessa cosa. Il Brent veleggia stabilmente sopra i 120 dollari al barile perchè l’effetto delle sanzioni ha più che compensato il leggero aumento produttivo dell’Opec+ e anche l’immissione delle riserve annunciato dalla amministrazione Usa”.

C’è poi la questione climatica con l’Europa che si è posta obiettivi assolutamente ambiziosi. “Un altro aspetto cruciale- osserva l’esperto – è la mancata revisione dei piani climatici che rivestono un ruolo enorme nel rendere più tesa di quanto già non sia l’offerta nel comparto delle materie prime. Oggi il settore energetico si trova sottoposto a una duplice sollecitazione: da un lato deve gestire il prezzo dopo le sanzioni alla Russia che si tradurranno in un calo di produzione per compensare il calo dei volumi”.

In secondo luogo, prosegue, “la conferma dei piani climatici disincentiva le major oil&gas da nuovi investimenti. Il fatto di perseguire, allo stesso tempo, l’affrancamento dalle fonti russe e obiettivi climatici ancora più ambiziosi (come emerso dalla decisione del Parlamento europeo sullo stop alla vendita di auto a combustione a partire dal 2035) sta facendo fare un ulteriore salto di qualità sul fronte della riduzione della CO2 ma allo stesso tempo sono due elementi che messi insieme rappresentano una miscela esplosiva per il comparto energetico e che contribuiranno a far rialzare i prezzi ulteriormente”.

“Non solo in Europa ma anche negli Usa dove il prezzo della benzina è arrivato a 5 dollari al gallone e che rappresenta un problema politico per l’amministrazione Biden per la quale tuttavia le politiche green restano un elemento cardine della propria politica. L’amministrazione non vuole ammettere quanto le scelte climatiche stiano incidendo sulla produzione petrolifera e di gas. Dopo 2 anni di mercato in rialzo non c’è un segnale concreto di un aumento della produzione di petrolio, di gas o di metalli. Questo manterrà al rialzo i prezzi delle materie prime. L’unico elemento che sta impedendo che il petrolio superi i 150 dollari sono i lockdown in Cina. Ma quando la Cina si riprenderà economicamente il Brent potrà avvicinarsi a 200 dollari al barile”.

Di conseguenza, ad oggi “non ci sono elementi oggi per pensare a un raffreddamento del prezzo delle materie prime, non ne vedo, se non quello di una profonda recessione. Anche le decisioni dei governi di adottare stimoli e sostegni sul fronte fiscale per compensare l’effetto delle bollette è comprensibile, a livello politico e sociale, ma andrà a rinviare ulteriormente l’effetto di distruzione della domanda che rappresenta oggi l’unico elemento che puo’ raffreddare i prezzi”.

“L’aspetto ancora più preoccupante – spiega – è che nel dibattito sia mancato, con l’unica eccezione del ministro Giorgetti, un accenno al ruolo che l’offerta deve avere per scongiurare l’impennata dell’inflazione”.

“Tutto il dibattito si focalizza sulla domanda ma non si fa accenno al vero elemento che puo’ raffreddare l’inflazione ovvero l’aumento della capacità produttiva. Questo è il punto chiave e se non lo capiamo si conferirà solo alla distruzione della domanda il ruolo di abbassare i prezzi, pagando lo scotto di una recessione. L’aspetto preoccupante è la totale assenza dal dibattito di questi elementi”, conclude Torlizzi.