Erdogan e Putin, la coppia delle intese impossibili

AGI – Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto a Vladimir Putin che è “urgente e necessario compiere un passo verso la pace” e ribadito al presidente russo l’importanza di un negoziato.

In questo momento quella del leader turco è una delle poche voci che Putin pare disposto ad ascoltare. Erdogan ha parlato ieri per circa un’ora con il presidente russo, una telefonata durante la quale ha insistito per organizzare un incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Ucraina al forum diplomatico in programma ad Antalya, località della costa sud della Turchia, il prossimo 11 marzo.

Putin ha chiuso a ogni ipotesi di cessazione delle ‘operazioni speciali’, tuttavia il Cremlino ha confermato che il ministro degli Esteri Sergej Lavrov prenderà parte al forum. 

Dopo la conferma di Mosca si attende di capire cosa farà il ministro ucraino Dimitry Kuleba, che non ha confermato la propria presenza a causa dell’attacco in corso nel proprio Paese.

Il presidente turco facendo valere gli ottimi rapporti con Putin e con il presidente ucraino Zelensky è riuscito a ritagliare per le proprie iniziative diplomatiche uno spazio indipendente dalla Nato e dalle sanzioni del Consiglio d’Europa. Continua a spingere per il dialogo e punta sul Forum diplomatico previsto ad Antalya il prossimo 11 marzo.

Sembrano passati decenni e invece a fine 2015 Ankara e Mosca diedero il via a un pesante scambio di accuse e minacce che per mesi seguì all’abbattimento di un jet russo al confine siriano da parte dell’esercito di Ankara. Un evento che fece precipitare i due Paesi in una crisi di cui era difficile intravedere una possibile soluzione.

La ricomposizione del dissidio rappresenta una vittoria della realpolitik sull’orgoglio di Erdogan, consapevole di guidare un Paese costretto a importare più del 90% del proprio fabbisogno di gas dall’estero, il 60% del quale proprio dalla Russia.

Il presidente turco finì al centro di roventi polemiche in Turchia, accusato di mettere in ginocchio l’economia della costa in un Paese in cui il turismo costituisce il 13% del Pil e in cui i russi sono sistematicamente al primo posto per presenze ogni anno (tra i 5 e i 9 milioni).

Le scuse di Erdogan, giunte mesi dopo l’abbattimento del jet russo al confine, furono il primo passo di quello che nessuno avrebbe immaginato sarebbe diventata una vera e propria luna di miele con Vladimir Putin.

Una pace sopravvissuta alla difficilissima prova dell’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, Andrej Karlov, avvenuto a fine 2016 quando il riavvicinamento tra i due Paesi era iniziato da pochi mesi. Una pace che ha permesso a Erdogan e Putin di costruire negli ultimi anni intese militari, strategiche, energetiche e commerciali e accordi in Siria, Libia e Nagorno Karabakh.

Val la pena ricordare che Ankara è incorsa nell’ira e nelle sanzioni degli Stati Uniti per aver acquistato dalla Russia il sistema di difesa missilistico s-400, su cui Erdogan nonostante anni di polemiche e pressioni della Nato non ha fatto alcun passo indietro, anzi il messaggio è stato inviato chiaramente alla Casa Bianca dove hanno capito che tirando la corda non avrebbero fatto altro che spingere la Turchia sempre più sotto l’ombrello di Mosca.

Putin su invito di Erdogan ha partecipato all’inaugurazione del gasdotto Turkish Stream, l’infrastruttura che una volta completata potra’ trasportare, ritorsioni permettendo, 15,7 miliardi di metri cubi di gas russo ogni anno attraverso due diversi canali, uno destinato a rifornire la Turchia (attivo dal 2020 ma non a pieno regime), un secondo destinato all’Europa. La russa Rosatom sta costruendo la centrale nucleare di Akkuyu, sulla costa Sud.

Sono tuttavia le intese strategiche ad aver caratterizzato la collaborazione tra i due leader, spesso arrivate nonostante premesse tutt’altro che favorevoli. In Siria Erdogan e Putin hanno messo da parte il fatto di essere in totale disaccordo sul futuro ruolo del presidente Bashar el Assad, sostenuto da Mosca, inviso ad Ankara, e collaborano nell’area a ovest dell’Eufrate, dove i russi avevano dato semaforo verde ai turchi per l’eliminazione dei curdi del Pyd-Ypg da Afrin nel 2018, ma anche a est dello storico fiume, dove la ‘safe zone’ turca e’ oggetto di controllo da parte dei russi, in virtu’ di un accordo raggiunto nell’ottobre 2019.

Erdogan e Putin hanno raggiunto inoltre un’intesa sul controllo e la demilitarizzazione della provincia di Idlib. Un’intesa che ha tremato due anni fa, quando 34 militari turchi sono morti dopo un bombardamento sferrato da piloti del regime di Damasco e russi. Una tragedia su cui Erdogan ha evitato polemiche, ma di cui ha poi chiesto il conto, imponendo la presenza dei propri militari e convinto Putin a rinunciare a un intervento militare ad Idlib.

Un copione simile si è ripetuto in Libia e nel Nagorno Karabakh, con i due leader che hanno raggiunto un’intesa nonostante fossero schierati su fronti opposti. Se per quanto riguarda la Libia Putin ha deciso di ritirare gradualmente il sostegno a Khalifa Haftar mentre i droni turchi determinavano la vittoria di Fayez al Serraj, ben più complesso è stato quanto avvenuto nel Caucaso.

L’Azerbaigian è un Paese satellite della Turchia, la Russia da sempre vicina all’Armenia, che per Mosca rimane importante per difendere i propri interessi e confini nel Caucaso meridionale. Nei giorni del conflitto droni turchi sono stati usati dall’esercito azero, mentre l’esercito armeno utilizzava droni e armi russe.

Nonostante le premesse non certo favorevoli Erdogan e Putin hanno imbastito un negoziato per la risoluzione della crisi, imposto una tregua e favorito una soluzione politica che ha permesso di fermare le ostilita’ e portare assistenza umanitaria nell’area. Il rapporto tra Erdogan e Putin ha conosciuto anche intoppi e momenti di tensione, in particolare per quanto riguarda le relazioni tra Ankara e Kiev.

La Turchia ha venduto nel 2014 all’Ucraina i droni da guerra TB2, poi usati dall’esercito di Kiev nella crisi del Donbass negli ultimi anni e che continuano a infliggere perdite pesanti all’esercito russo anche in questi giorni.

Circostanza che ha infastidito Putin non poco, anche alla luce del fatto che i droni TB2 vengono ora prodotti direttamente in Ucraina, dove presto potrebbero essere prodotti aerei da trasporto militare An-178 e corvette veloci per pattugliare le coste. Premesse che non hanno spianato la strada al ruolo di negoziatore di Erdogan, che dopo i numerosi tentativi degli ultimi due mesi ci riprova domani, consapevole che tra lui e Putin sono già state raggiunte intese che sembravano impossibili. 

Aggiornato alle ore 10,30 del 7 marzo 2022