Europee: Schlein a Bruxelles, l’ipotesi si fa largo fra i dem

AGI – È ormai un coro unanime quello che si leva dal Partito Democratico per dire alla segretaria Elly Schlein che, quella di candidarsi alle europee, è una scelta sbagliata. Un tema che ha ormai monopolizzato il dibattito interno, ottenendo il sorprendente risultato di compattare le correnti dem. Con diversi accenti, dalla minoranza Pd alla sinistra, passando per l’area che guarda a Dario Franceschini, tutti sembrano d’accordo nello sconsigliare alla segretaria il passo in avanti.

Paola De Micheli, già competitor di Schlein al congresso, si sofferma sull’effetto ‘tappo’ che la candidatura della leader avrebbe sul resto delle candidature femminili. “La segretaria capolista dovrebbe lasciare il posto al secondo, un uomo, per via dell’alternanza”.

La seconda ‘controindicazione’ è sottolineata dalla senatrice Sandra Zampa, già braccio destro di Romano Prodi. Una candidatura in tutte le circoscrizioni sarebbe, inoltre, contraria alla stessa storia del Pd e, anzi, ricorderebbe da vicino quanto accadeva in Forza Italia con Silvio Berlusconi, spiega Zampa. E se una discesa in campo di Schlein può essere da traino a tutto il Pd, come viene spiegato da fonti della maggioranza interna, un esponente della minoranza frena: “Siamo sicuri che personalizzare la competizione con Meloni porti più voti al Pd?”.

Il riferimento è a quei nomi, Stefano Bonaccini e Antoio Decaro su tutti, portatori di consensi sicuri per il Pd e che verrebbero messi in ombra dalla candidatura di Schlein. Infine, a remare contro Schlein ci sarebbero i precedenti, sempre a sentire il ‘partito del No’ alla candidatura. Una discesa in campo della leader dem sarebbe una prima assoluta. In passato, come ricorda l’esponente di minoranza nella segreteria dem Alessandro Alfieri, i segretari hanno ottenuto successi anche senza comparire in lista.

È accaduto a Matteo Renzi, ricorda Alfieri, quando nel 2014 candidò donne come capolista in tutte le circoscrizioni ottenendo il 40,1 per cento dei voti. Ma lo stesso Renzi fu protagonista di un altro record: era la notte tra il 26 e il 27 gennaio 2018, quando Renzi stilò di propria mano le liste per le politiche di primavera da presentare poche ore dopo. Prima di quel momento, l’allora segretario aveva mantenuto il più stretto riserbo sui nomi e i posti in lista.

Tanto da sfiorare una scissione, con la sinistra che si astiene dal voto in direzione e lo stesso Renzi a commentare: “È stata una esperienza devastante”. Un precedente che, nel Pd, qualcuno rievoca in queste ore. Perché le lancette corrono e il fattore tempo è fondamentale. Che si candidi o meno, sarebbe bene che Schlein lo dicesse quanto prima: “Non facciamola diventare una telenovela. Serve una decisione in tempi rapidi”, sottolinea Alfieri.

Per almeno due ragioni. La prima è strategica: sciogliere la riserva prima di Giorgia Meloni eviterebbe alla segretaria di dare l’impressione di inseguire l’avversaria, è il ragionamento che viene fatto in ambienti dem. E restituire l’immagine di una leader che compie un atto di volontà e di fiducia in se stessa, anche contro la convinzione di tutto il partito. Candidandosi per davvero, andando poi a Bruxelles come deputata europea.

La seconda è di opportunità: il tormentone sulla candidatura rischia di indebolire il partito e la figura della sua leader. Le liste vanno presentate entro i primi di marzo, certo, ma le circoscrizioni sono grandi, non ci sono liste bloccate, ma le preferenze. Insomma, chi deve essere della partita ha bisogno di certezze per cominciare a organizzarsi. Le potenziali candidate donne, inoltre, hanno necessità di sapere se potranno essere schierate prime o seconde in lista: se così non fosse, non comincerebbero nemmeno una campagna elettorale che promette di essere lunga e dispendiosa, dal punto di vista fisico e da quello economico.

Non sfugge a nessuno che, arrivati a questo punto, un passo indietro di Schlein è complicato. Eppure una via d’uscita ci sarebbe. È quella indicata da Walter Verini: candidarsi, farsi eleggere e poi scegliere Strasburgo, lasciando il seggio a Roma. “Sarebbe un segno di forza se la leader del Pd decidesse di candidarsi per stare in Europa, per combattere la battaglia lì, fare la parlamentare europea e contribuire a dare all’Europa quella nuova fase di consolidamento”, dice Verini. Chi la conosce bene, dice che l’ipotesi non sarebbe così peregrina, anche perché la dimensione europea è quella che più si attaglia alla cultura, alla personalità e alla storia di Schlein. Un alto esponente dem, d’altra parte, osserva: l’ha fatto anche Salvini da segretario della Lega.