Fabbri spiega perché nessuno vuole la guerra

AGI – La guerra in Ucraina? Nessuno la vuole davvero e probabilmente non scoppierà, a meno che fattori imponderabili non precipitino i contendenti nel conflitto.

Le reiterate minacce, e tutte le dichiarazioni che si scambiano da giorni tra l’Occidente (Nato, Usa, Ue, singoli Paesi) e il Cremlino, cosa celano e come si traducono nei fatti? Secondo Dario Fabbri, analista geopolitico, curatore della testata mensile ‘Scenari’, “sotto tutto questo c’è il negoziato che sta andando veramente in onda dietro le quinte: Usa, Russia e Nato stanno trattando e la trattativa è fatta soprattutto di minacce. Da un lato: ‘Ci prendiamo l’Ucraina con la forza’, che è l’ultima cosa che i russi vorrebbero fare. Dall’altro le minacce di sanzioni, fino a quella folle di estromettere la Russia dal sistema Swift”, dice Fabbri all’AGI.

Ma su cosa si tratta nella sostanza? “Sulla neutralità di fatto dell’Ucraina nel medio periodo, che è irrilevante sancire con un pezzo di carta perché avrebbe il valore che avrebbe. Poi sul ruolo della Nato ai confini con la Russia e sulle batterie missilistiche: quella che stanno allestendo in Polonia e quella in Romania”.

All’ombra delle trattative c’è un ulteriore convitato, la Cina, il cui asse Putin agita come spauracchio nei confronti di un Occidente troppo irrigidito verso Mosca. “Non vi conviene che io mi appiattisca su Pechino”, sottolinea Fabbri, è l’implicita minaccia russa.

Nessuno vuol combattere davvero

Che non si voglia morire per Kiev lo dimostrano anche le mosse degli americani: “Mentre dicono che l’invasione russa è imminente, con la dichiarata intenzione di andarsene mostrano di non considerare l’Ucraina una priorità né di volerla acquisire come zona d’influenza”, dice Fabbri.

Il problema di questo (di ogni) negoziato verte però anche sulla sua narrazione: “Per presentarlo i russi hanno bisogno di un impegno più strutturato dell’Occidente, senza contare che hanno scarssima fiducia negli americani. Questi ultimi invece non possono presentarsi al mondo, per esempio a Taiwan, come coloro che alla fine non difendono nessuno e se ne vanno. La differenza sostanziale tra Mosca e Washington – prosegue Fabbri – è che lì decide Putin, mentre negli Stati Uniti la situazione è più articolata: la Casa Bianca, sin dai tempi di Bush figlio, ha sempre provato a trattare con la Russia, mentre il Pentagono è molto più rigido. Un terzo attore, la Cia, si è riallineato alle posizioni della Casa Bianca da poco, come dimostrato dal cambiamento di rotta sulla vicenda diplomatica della ‘sindrome dell’Avana’, per cui prima puntava il dito contro russi e poi ha smontato la questione”.  

Alla fine, nessuno vuole la guerra tantomeno Putin: “Sa che è dura vincerla sul piano strategico, e anche se invadesse l’Ucraina dovrebbe mantenere un conflitto permamente nell’ovest del Paese. Da parte loro, gli Stati Uniti guerre inutili non ne vogliono più. Poi, certo, i conflitti possono anche scoppiare quando nessuno vuole: le repubbliche secessioniste del Donbass non sono totalmente controllate dal Cremlino, perciò se scatenano un incidente la situazione può precipitare da un momento all’altro, anche se i russi, volendo un pretesto, l’avrebbero già trovato. Invece sono rimasti dove sono”.

Il ruolo di Mario Draghi

Qual è il ruolo di Draghi nella mediazione con Putin? Può effettivamente averne uno di peso?

Secondo Fabbri, “l’Italia può avere un ruolo concreto per una ragione: in questa fase è apprezzata sia dalla Russia sia dagli Stati Uniti. Riguardo alla Russia, l’Italia è il paese occidentale dove s’incontra l’opinione pubblica più russofila, o meno russofoba, di tutti. E perciò i russi ci accolgono con simpatia. Una bella differenza per esempio dal rapporto con i britannici, che è disastroso, come ha dimostrato da ultimo l’incontro fra Lavrov e Truss. Riguardo agli Stati Uniti, Draghi dal punto di vista personale gode di grande affinità con l’attuale amministrazione americana, cui è molto gradito. Perciò un minimo di voce in capitolo ce l’ha”.

Per una mediazione si sta smarcando anche il presidente francese Macron. “Il presidente in Francia ha i poteri di un monarca, e a Macron personalmente piace stare al centro della Storia. Inoltre vuole sfruttare questo momento per la Francia, per evitare che resti nell’angolo mentre soffre le difficoltà con la questione del Sahel, dove i russi sono stati la spina nel fianco di Parigi. Ora Macron potrebbe chiedere a Putin di allentare la presa sull’Africa, dove la Francia si ritira anche perché la sua opinione pubblica non vuol saperne niente più di una presenza armata. Si pensi che quando Gentiloni era premier offrì un apporto di uomini a Parigi nel Sahel, ma la profferta fu respinta con disdegno. Adesso invece l’Italia viene pregata di andarci…”