Gli interessi che muovono il mercato della carne artificiale

AGI – C’è solo la questione etica dietro il mercato della carne artificiale? Un’inchiesta del giornalista francese Gilles Luneau punta il dito contro le lobby del cibo in provetta e parla degli interessi che si celano dietro la progressiva chimicizzazione di quello che mangiamo.

Luneau nel suo reportage parla di decine di miliardi di dollari che passano dalle casse di fondazioni, organizzazioni, multinazionali alimentari e big company della tecnologia a quelle delle startup che oggi prosperano con il business degli alimenti ultra-processati.

Secondo il Good Food Institute, organizzazione no-profit che promuove alternative vegetali e cellulari ai prodotti animali, in particolare carne, latticini e uova, in due anni – 2017-2018 – gli investimenti in società di sostituti della carne, del latte e delle uova a base di piante hanno raggiunto 14 miliardi di dollari. E benché la carne coltivata non sia ancora commercializzata, tra il 2015 e novembre del 2019 essa ha attirato 155,3 milioni di dollari di investimenti resi pubblici.

Carne coltivata in vitro, ma anche uova, latticini e pesce ricostruiti in laboratorio: è questo il futuro dell’alimentazione mondiale a cui siamo destinati secondo l’indagine di Luneau. Un futuro che spezza ogni legame con la natura e con la terra.

AGI ha incontrato l’autore in occasione della pubblicazione in Italia del suo volume “Carne artificiale? No, grazie” per l’editore Castelvecchi.

La sua analisi fornisce un quadro piuttosto allarmante degli interessi economici dietro un progressivo incremento della chimicizzazione del cibo. Secondo lei chi ne trarrebbe vantaggioe quali sarebbero gli interessi in gioco?

Oltre alla manciata di start-up principalmente vegane e antispeciste che hanno lanciato per prime questa idea di produrre cibo sintetico e che hanno fatto di questo il loro business, sono le multinazionali dell’agroalimentare (Cargill, Unilever, Tyson Foods, JBS, Nestlé, ecc. ) che stanno approfittando della situazione. Qual è questa situazione? Nei Paesi con un’agricoltura altamente industrializzata, i consumatori sono disgustati dai maltrattamenti negli allevamenti intensivi, dai danni ambientali causati da un certo tipo di agricoltura e dai rischi per la salute che si corrono con il cibo prodotto in questo modo, e le multinazionali usano i surrogati della carne per travestirsi da salvatrici del pianeta e aumentare la propria quota di mercato, senza però dipendere più dai contadini

Nel suo libro lei parla dell’importanza del legame fra cibo e terra: il cibo sintetico è davvero una minaccia per questo legame?

Per la prima volta nella storia umana possiamo nutrirci senza dipendere dalla natura, senza contadini, solo con fabbriche e robot. Stiamo assistendo al tentativo di sostituire una tecnica con un’altra per aumentare la presa di alcune multinazionali sul mercato globale della carne che vale 1,4 trilioni di dollari. Sotto un altro punto di vista, smettere di allevare il bestiame libera la terra e ma anche altri appetiti finanziari. È una massiccia offensiva economica, su scala mondiale, con India e Cina in prima linea.

Come si spiega tanti finanziamenti per un prodotto che sembra in calo anche nei mercati più maturi, si vedano gli ultimi dati Usa sul consumo di caren artificiale?

Siamo lontani da quello che si intende per  mercato maturo: la fake meat a base di proteine ​​vegetali è commercializzata dal 2012 negli Stati Uniti e sono solo due anni che le catene di fast food la offrono in Europa, mentre  la carne sintetica coltivata in vitro può essere venduta a Singapore, in un solo ristorante, da dicembre dell’anno scorso, e a Tel Aviv dove è possibile assaggiarla in due ristoranti, ma in questo caso si tratta di crocchette di finto pollo.

E rispetto al calo?

Non bisogna confondere un calo di borsa con un calo delle vendite: -1,8% di calo delle vendite negli Stati Uniti a settembre 2021 (-0,6% su base annua), -50% in borsa, a novembre, per alcune aziende. Negli Stati Uniti, nel 2020, le vendite di carne surrogata di origine vegetale sono aumentate del 45%  toccando  1,4 miliardi di dollari. Non ho dati complessivi per l’Europa, ma in Francia l’aumento delle vendite di carne surrogata è a doppia cifra. Quindi bisogna stare attenti nell’interpretare i dati, io sono un giornalista, non un economista. Posso però inquadrare questi dati nel loro contesto, quello della pandemia di Covid19 e del conseguente cambiamento delle abitudini alimentari, in particolare quelle legate alla ristorazione fuori casa, che risente fortemente dei confinamenti e del telelavoro.

Lei parla anche di strumentalizzazione delle scelte vegane. In che modo il movimento vegano sarebbe usato dalle company del cibo artificiale?

Va ricordato che si tratta di attivisti vegani, antispecisti e alcuni di questi appartengono alla categoria dei biohacker e dei transumanisti, e sono loro che tramite le loro reti hanno mobilitato i primi milioni di dollari per lanciare queste startup che operano nel settore della carne artificiale e che hanno successivamente aperto alle compagnie dell’agroalimentare. Questo è quello che è contenuto nella mia inchiesta. Poi, per quanto riguarda l’impatto ideologico e consumistico di questi prodotti, non parlerò di sfruttamento delle persone vegane, ma piuttosto di strumentalizzazione da parte del veganismo e dell’antispecismo del malessere e del disagio degli individui, in particolare dei più giovani, davanti ai danni (climatici, ambientale, sanitario, etico) dell’agricoltura industriale. Se c’è sfruttamento, questo è ai danni della conoscenza della natura, della catena alimentare e delle culture, da parte delle generazioni urbane. Generazioni cresciute nell’individualismo e nel consumismo, senza alcuna attenzione ai legami fondanti della società.

A queste generazioni disorientate che devono affrontare sfide – climatiche, ambientali, demografiche – la lobby delle biotecnologie industriali fornisce una soluzione individualista e unica: cibi high-tech, cibi artificiali. L’unica soluzione offerta, quindi, è nel segno dell’ideologia della tecnica, quella che non mette mai in discussione la sua traiettoria nonostante gli errori, perché ha come scopo quello di salvare il proprio sistema.  Nessuna intenzione di cambiare la società dei consumi. E la prova è contenuta nel mio libro: le stesse reti finanziano le start-up, i movimenti vegani e antispecisti, le ONG per la protezione degli animali e i transumanisti. Siamo davanti a un’offensiva ideologica diluita nel movimento vegano-transumanista che sfrutta la capacità delle multinazionali (che se ne fregano del veganismo come del loro primo dollaro guadagnato) per costruire mercati.

Perché slegare la produzione alimentare dalla natura è un rischio?

Questo presenta diversi rischi. Il primo e più grave è il rischio di rottura antropologica. L’allevamento è il capostipite del nostro rapporto con gli animali e del nostro rapporto con la natura, con il mondo. Smettere di allevare il bestiame e ridurre i contadini significa spezzare la mediazione più bella ed essenziale che abbiamo con la natura. Quella che ci assegna alla nostra condizione animale con le sue responsabilità ei suoi doveri dovuti alla nostra posizione sulla catena alimentare darwiniana. È una rottura della dinamica antropologica e una negazione della dinamica della vita (con una cancellazione della morte). È anche una rottura del legame con il suolo nostro tessuto nutriente a partire dalla rivoluzione neolitica. La produzione di carne artificiale ci trasporta in  un’altra relazione con il tempo. Tempo illimitato, che non ha più nulla a che vedere con quello che serve a un animale o una pianta a crescere. Il tempo dei click su una piattaforma digitale per avere a piacimento “carne sintetica stampata”, qualunque sia la stagione o l’ora. Un mondo virtuale, igienizzato, senza limite. Una barbarie. La barbarie dei demiurghi 2.0.

Filosoficamente siamo su piani distanti fra loro…

C’è una grande differenza filosofica tra sapere che la nostra vita dipende dalla natura e sapere che dipende dal laboratorio e dalla fabbrica. Così cambia la nostra rappresentazione del mondo e di conseguenza si influenza la  costruzione della nostra identità. Questo è un ulteriore passo per espellere gli esseri umani dal loro ecosistema. Questa è la porta aperta al postumano, all'”uomo aumentato”, al transumanesimo. Il secondo rischio è quello della perdita della sovranità e della sicurezza alimentare, e questo accade quando l’approvvigionamento dipende da una manciata di fabbriche robotiche. Il terzo rischio è relativo alla salute: senza speculare sui rischi industriali legati a questo tipo di prodotto, si tratta di alimenti ultra processati, sui cui rischi i nutrizionisti ci mettono in guardia.

Sta seguendo le evoluzioni intorno al tema della carne artificiale, quali sono le sue previsioni?

Sono un giornalista, ho competenze agrarie ed ambientali, ma non sono né un analista di mercato né un rabdomante. Come giornalista, posso riportare alcune previsioni Innanzitutto, secondo la società di consulenza AT Kearney, “i nuovi sostituti vegani della carne mostreranno una forte crescita durante la fase di transizione (fino al 2030), mentre la carne artificiale – con un tasso di crescita annuale del 41% all’anno – supererà i nuovi sostituti vegani della carne tra il 2025 e il 2040, a causa dei progressi tecnologici e delle preferenze dei consumatori (…) il 35% di tutta la carne consumata nel 2040 proverrà da cellule staminali e il 25% da sostituti vegani” In  aggiunta, RethinkX ha previsto la fine dell’allevamento, sostituita da “un modello di alimentazione basato su software, in cui gli alimenti sono progettati da scienziati a livello molecolare e caricati in database accessibili ai food designer di tutto il mondo”.

È però d’accordo che lo sfruttamento intensivo degli allevamenti e della terra non è più un modello sostenibile?

Come cittadino e persona che ha bisogno di nutrirsi, di fronte alle sfide ambientali, preferisco risposte collettive e sociali: mangiare meno carne ma allevata bene e questo suppone una riforma della Politica Agricola Comune, cucinare piuttosto che mangiare cibo preparato industrialmente, pasti, mangiare rispettando i prodotti di stagione del luogo in cui vivo. Senza escludere di tanto in tanto alcuni piaceri gastronomici esotici.