Huthi: origine e ascesa del movimento sciita yemenita

AGI – Sale la tensione nel Mar Rosso dopo i continui lanci di razzi e attacchi di droni da parte degli Huthi, sciiti yemeniti la cui ascesa al potere è coincisa con la guerra civile in Yemen. Un conflitto durato otto anni in uno dei Paesi più poveri al mondo, una crisi umanitaria secondo l’Onu ‘di gravita estrema’ da cui è emerso un movimento che ha lanciato il poprio urlo di battaglia in Medio Oriente: “morte all’America, morte a Israele e vittoria all’Islam”.

In risposta agli attacchi israeliani su Gaza, gli Huthi stanno infatti attaccando insediamenti e città israeliane con droni e razzi che minacciano oltre ai civili, anche i collegamenti marittimi in entrata e uscita dal Mar Rosso.

L’origine

Gli Huthi rappresentano la componente sciita dello Yemen e si rifanno alla scuola zaidita, conosciuta per essere la più prossima alla dottrina islamica sunnita seguita dal resto del Paese. Abdulmalik al Huthi, nato nel 1979, è considerato l’ideologo del movimento paramilitare e politico nato negli anni 90 nella città di Sada. Erede del grande clan padrone della provincia che ha dato nome al movimento, Abdulmalik ha rilanciato la dottrina zaidita rendendola elemento unificante del movimento politico e militare.

Gli Huthi hanno sempre rivendicato la propria diversa radice religiosa e compiuto atti di resistenza, spesso violenti, nei confronti del governo centrale sunnita. Una guerriglia che non si è mai placata, che ha permesso di consolidare il controllo su alcune province del Paese e permesso alle milizie di arrivare al confine con l’Arabia Saudita. 

L’ascesa

La grande occasione degli Huthi arriva nel 2011, quando la ‘primavera araba arriva in Yemen e le proteste di piazza contro l’allora presidente Ali Abdullah Saleh danno vigore alle aspirazioni politiche degli sciiti. Le milizie Huthi intensificano gli attacchi e a partire dal 2011 inizia la vera ascesa al controllo del complicato territorio yemenita, che culmina con l’attacco alla capitale Sanaa il 19 settembre 2014. Dopo due giorni di combattimenti le milizie sciite prenderanno il controllo dei punti strategici ed edifici governativi, Abdulmalik annuncia che “la rivoluzione popolare è compiuta” e imprigiona il capo di Stato Abdurabbu Mansur Hadi. Quest’ultimo riuscirà poi a fuggire dal carcere ad Aden, nominata nel frattempo nuova capitale.

Intanto le milizie Huthi diventano sempre più forti, arruolano nuovi uomini e prendono possesso dell’arsenale militare dell’esercito ufficiale. Passi decisivi che hanno permesso agli sciiti di prendere il controllo di gran parte del nord del Paese, della capitale e diversi centri strategici, tra cui Sada, Zemar, Beyda, Ibb, Rayme e Amran, ma sopratutto Hodeidah, centro portuale sulle coste del Mar Rosso da cui partono i missili che minacciano le navi in transito. Un’ascesa al potere rapidissima, un passaggio che in meno di 20 anni ha portato un clan di provincia a organizzare milizie armate e controllare buona parte del Paese che non sarebbe stato possibile senza il sostegno dell’Iran.

Questo, insieme all’avanzata sciita fino ai propri confini, sono i principali fattori che hanno spinto l’Arabia Saudita a intervenire nel conflitto nel 2015. Riyad ha riunito una coalizione di Paesi del Golfo che, con il consenso Usa, ha bombardato lo Yemen per sostenere il governo sunnita deposto e cacciato dalla capitale. Dopo 8 anni di bombardamenti il governo saudita e gli Huthi hanno recentemente ripreso a parlare e i raid aerei sono cessati.

Iran e Usa

Considerati stretti alleati dell’Iran, gli Huthi sono finiti nella lista delle organizzazioni terroristiche della Casa Bianca poco prima del passaggio del testimone da Donald Trump all’attuale presidente Joe Biden. Nonostante il cambio di presidente gli Usa continuano a considerarla un’organizzazione terroristica. Il legame con l’Iran, su cui insiste da sempre l’Arabia Saudita, va secondo Washington avanti e il regime degli ayatollah ora starebbe fornendo razzi, missili e droni per sostenere gli attacchi nel Mar Rosso.

L’arsenale

“L’Iran smetta di sostenere gli attacchi alle navi commerciali”, ha dichiarato lo scorso 18 dicembre il Segretario alla Difesa americano Lloyd Austin. Accuse sempre rispedite al mittente, sia da parte di Teheran che degli stessi Huthi che ripetono di aver sviluppato il proprio arsenale autonomamente. 

Secondo diversi istituti di ricerca nell’inventario militare figurerebbero missili balistici capaci di colpire a 1600 km di distanza e raggiungere Israele. Gli Huthi hanno sviluppato tecnologie militari sul modello dell’amico Iran e può così contare su razzi di tipo Its Tofan, Borkan e Quds, progettati nella repubblica islamica che in alcuni casi possono colpire fino a 2 mila chilometri dalla base di lancio. Anche i droni sono sviluppati sulla base della tecnologia dei droni kamikaze iraniani. Lo scorso settembre per la prima volta gli Huthi hanno utilizzato batterie di contraerea con razzi Barq-2, siluri capaci di colpire sott’acqua, dei jet da guerra Mig-29 ed elicotteri da combattimento.

Negli attacchi delle ultime settimane i miliziani hanno utilizzato anche motoscafi dotati di artiglieria pesante. Fonti sia turche che occidentali riferiscono che gli Huthi possono contare su 100 mila miliziani organizzati in truppe dotate di artiglieria pesante e capaci di muoversi con jeep nel difficile territorio della penisola arabica. Dal 2015 al 2022 decine di attacchi con razzi e droni avevano colpito infrastrutture sia negli Emirati Arabi che in Arabia Saudita. Attacchi senza tregua, che hanno consigliato ai due ricchissimi vicini sunniti di sedere al tavolo con i miliziani sciiti, partiti da una remota provincia di uno dei Paesi più poveri del mondo.

“Fino a quando non cesseranno i bombardamenti e Gaza non riceverà cibo e medicine tutte le navi in transito nel Mar Rosso con legami con Israele, senza distinzione per la loro bandiera, sono considerate un obiettivo legittimo”. Parole del portavoce del movimento che lasciano presagire che gli Huthi non si fermeranno e continueranno a combattere anche la task force a guida Usa annunciata negli ultimi giorni.