I 90 anni del museo TAMA di Tel Aviv

AGI – Un ampio edificio in cemento armato unito a un ‘gemello’ dalle complesse forme geometriche, un’installazione di opere in ferro sullo spiazzo e alcuni alberi intorno a separare l’area dal traffico cittadino: così si presenta il Tel Aviv Museum of Art (TAMA), principale istituzione culturale di Israele che ospita mostre permanenti e temporanee di arte moderna e contemporanea, locale e internazionale.

Un centro pulsante di vita, “un catalizzatore” situato nel cuore della città, accanto all’Opera e alla biblioteca municipale. Alla guida del ‘regno’ c’è Tania Coen Uzzielli, “romanissima di nascita e formazione, cresciuta a Garbatella, ma da oltre trent’anni in Israele”, racconta orgogliosa all’AGI. “Ho un’identità doppia inscindibile. Ho studiato archeologia e storia dell’arte all’università di Gerusalemme, città dove tuttora vivo. Una dicotomia che sento, perché mantengo sempre un po’ la prospettiva dell’outsider: in Israele come italiana, in Italia come israeliana, a Tel Aviv come gerolosomitana. Sono sempre ‘altro’ rispetto al resto, il che mi dà una prospettiva un po’ diversa”.

“Ho lavorato vent’anni al museo di Gerusalemme, ricoprendo vari ruoli, da assistente curatore fino a vice direttore per i contenuti. E nel 2019 sono arrivata qui: questo mi sembra quasi un paradiso, di aver vinto un terno al lotto”, confessa, mentre parliamo nella caffetteria del museo, un’oasi di pace aperta a tutti che si affaccia su un giardino con delle opere in ferro, ampie sedie a disposizione e una dolce musica in sottofondo.

 

Il TAMA è un paradiso che richiede moltissimo lavoro, puntualizza Coen Uzzielli. “è molto difficile gestire un’istituzione culturale in Israele: primo, perché non sono abbastanza sovvenzionate dal governo. Dal ministero della Cultura ricevo il 3% del mio budget e dalla municipalità di Tel Aviv, che comunque è una delle più ricche al mondo, ricevo il 30%, che è molto. Riesco ad arrivare a un terzo del budget, un altro terzo proviene da fundraising e sponsorizzazioni mentre il restante sono entrate dalla biglietteria e altre attività. Quindi da un punto di vista amministrativo è una bella sfida”.

Ma ‘scartoffie’ a parte, continua la direttrice, c’è un intenso lavoro programmatico. “La missione di questa istituzione è di essere in qualche modo un ponte. Essere il luogo dove gli artisti locali vogliono presentare le loro opere – a me non piace chiamarla arte israeliana, ma l’arte di Israele, in un’accezione più vasta” – e allo stesso tempo “portare in Israele l’arte contemporanea internazionale“, spiega, facendo l’esempio della mostra appena conclusa di Yayoi Kusama. “è un’artista giapponese molto gettonata, abbiamo avuto 620 mila visitatori, che è un numero eccezionale. Eravamo a fine Covid, ancora in mezzo lockdown, con le frontiere chiuse, quindi la maggior parte del pubblico era locale”.

Contemporaneamente, “siamo anche molto attenti a collaborazioni con moltissimi musei nel mondo, come la pinacoteca di Monaco di Baviera, il Centro Pompidou… l’Art Newspaper ci ha inserito tra i primi 50 musei al mondo dal punto di vista di visitatori, collezioni, mostre. Ne facciamo venti all’anno, abbiamo 15 mila mq di superficie per le mostre temporanee, piu’ altri 8 mila per le esposizioni permanenti divise in due sezioni, la prima è quella moderna e contemporanea, con impressionisti e post impressionisti”.

“La seconda – prosegue – è una collezione di arte israeliana che di recente la curatrice ha reinterpretato”, prendendo le distanze dall’associazione che c’è sempre stata tra l’arte e la storia del Paese, raccontandola invece “attraverso i quattro elementi fondamentali: fuoco, aria, acqua e terra. Sono stati così inseriti tutti quegli artisti che durante gli anni erano rimasti periferici, come donne, artisti palestinesi, ebrei di origine orientale. Il risultato è una mostra un po’ meno politico-sociale, ma che invece recupera l’arte per l’arte e racconta tante altre storie. Anche perchè, parlando di terra, tutte le tensioni che ci sono sul territorio ritornano evidenti ma reinterpretate. è il nostro cavallo di battaglia locale ma puo’ attirare anche l’attenzione del turista”.

 

Festeggiare 90 anni

A fondarlo, nel 1932, quando lo Stato d’Israele era ancora un’utopia, fu Meir Dizengoff, il primo sindaco della città, che aveva una visione: “Sul suo diario scrisse che non era possibile fondare la prima città ebraica solo sulla tecnologia, ma bisognava assolutamente immaginare anche una capitale della cultura”. Un impegno – il suo – in prima persona, tanto da spingerlo, all’indomani della morte della moglie, a mettere a disposizione due piani della sua casa per ospitarlo. E il luogo divenne centrale nella storia d’Israele: la dichiarazione d’indipendenza nel 1948 venne pronunciata proprio dalle sale del museo di Tel Aviv.

“Ne vado molto fiera, che questo Stato sia nato in un’istituzione culturale”, afferma Coen Uzzielli. Negli anni ’50, con la crescita delle collezioni, si decise di costruire un altro padiglione, vicino al teatro Habima, inaugurato nel ’59 con l’intenzione di innalzarne altri. Ma lo spazio non era sufficiente e nel ’71 sorse l’edificio attuale, in un’altra zona. Negli anni 2000, poi, l’allora direttore volle una ‘casa’ ad hoc per l’arte israeliana e così fu aggiunta una nuova ala, collegata al corpo originale. Un percorso che si riflette nei vari stili architettonici degli edifici e che racconta la storia della città di Tel Aviv.

Oggi è arrivato il “momento della maturità”, che porta con sè “una riflessione su cosa sono stati questi 90 anni e dove siamo arrivati”. Così, dopo la giapponese Kusama, in programma c’è “una mostra su Nft (non-fungible token) con virtual rendering, intelligenza artificiale, avatar”, ma anche “un’enorme installazione di un’artista israeliana con 450 uccelli fatti di cera, come metafora della popolazione” e allo stesso tempo di un certo “virtuosismo dell’arte low-tech”. “Una festa che va a toccare tutti i campi dell’arte, a 360 gradi, per capire come questo museo sia arrivato qui”, spiega orgogliosa la direttrice.

Reinventarsi dopo il Covid

E se la pandemia di Covid, e il lockdown, hanno sconvolto la vita della gente in tutto il mondo, le istituzioni culturali non ne sono rimaste immuni. Come tutti, anche il TAMA ha dovuto reinventarsi. E la sfida non ha spaventato Coen Uzzielli, anzi. “Sono qui ormai da tre anni e mezzo, di cui due durante i quali non ci sono stati turisti e ho dovuto investire molto sul pubblico locale. Così ho fatto, anche per far rimanere viva la presenza. Abbiamo fatto molte operazioni ‘fuori le mura’: in qualche modo – spiega la direttrice – ho sempre pensato che il museo fosse una specie di tempio nel quale tutti dovevano entrare. Con il Covid ci siamo resi conto che la fisicità era meno importante e che comunque lo spazio aperto, pubblico, doveva essere recuperato”.

“Il museo è uscito fuori dalle proprie mura e si è espresso in vari spazi e momenti, abbiamo guadagnato il fatto che la gente ci ha conosciuto. Il progetto piu’ innovativo è stato quando, in pieno lockdown, abbiamo preso un piccolo furgoncino, scelto sei video di artisti israeliani, siamo andati in varie strade della città e li abbiamo proiettati. La mattina distribuivamo volantini e mandavamo sms tramite la municipalità agli abitanti della zona, invitandoli a mettersi alla finestra e sui balconi, con un bicchiere di vino, a godersi lo spettacolo: il museo di Tel Aviv è arrivato a casa vostra perchè voi non potete venire. L’abbiamo fatto per alcune sere e poi trasmesso su Facebook”.

 

Attrarre nuovi turisti dal mondo

Per Coen Uzzielli, la prossima sfida è riuscire a intercettare il turismo straniero: “Dico sempre che il mio ‘competitor’ naturale sono il mare e i ristoranti, le principali attrattive che vuole chi arriva qui. Invece Tel Aviv è una città vibrante anche per la cultura: ci sono piu’ di 150 gallerie d’arte, insieme ad altre istituzioni”. L’obiettivo per il TAMA è “diventare tappa obbligata del turismo. Non è facile, perchè gli stranieri sono meno interessati all’arte locale”.

L’altro pubblico da ‘acchiapparè sono i giovani: “Il museo, come piattaforma interdisciplinare, ospita due teatri con programmi di musica di tutti i generi che, insieme a un teatro off, richiamano un pubblico più particolare, tra cui parecchi giovani. Pero’ ancora non li abbiamo catturati su ampia scala”. Tentativi, di successo, sono stati messi in campo, un esempio è stata la mostra di Kusama così come quella dell’artista pop Jeff Koons. La strada è stata intrapresa ma – ammette la direttrice – la domanda, in generale per tutti i musei, resta quella di come riuscire a “fidelizzare” i visitatori.