I camion di Bergamo, i sacchi neri, i funerali vietati. Cosa resta, due anni dopo

AGI – “E passavano i carri armati su Bergamo. Una città che rappresenta tante città. Una città vuota, morta, arida, solitaria, assediata dai carri armati che cercavano di donare dignità ai nostri cari”. ‘Quello che resta di una vita’ è il libro scritto da alcuni dei seicento familiari delle persone morte di Covid raccolti nell’associazione ‘Sereni – Sempre Uniti”.

Molte delle vittime del virus, due anni fa, erano chiuse nelle bare che attraversavano Bergamo nella fotografia di un giovane steward di Ryan Air diventata il simbolo della prima nazione in Europa colpita dal Covid-19 e della prova immane che questa città affrontava. Un dirigente del 118 disse all’epoca che Bergamo era stata colpita da un “bombardamento”.

“Poi, una sera casualmente su Bergamo TV, vedo il camion dell’esercito portare le bare in altre città per la cremazione e così, dopo varie telefonate di mia sorella, riusciamo a scoprire che il papà è a Firenze. È il 12 aprile 2020, la domenica delle Palme, sono le 8.30 del mattino e io, la mamma e Consuelo attraverso una videochiamata, preghiamo e cantiamo il ‘Cantico dei Cantici’, mentre avviene la cremazione, tra il pianto e la disperazione che ci attraversano come una lama tagliente, senza poterci abbracciare e stringere”.

La forza di Bergamo contro il Covid: “La nostra reazione iniziò quando l’esercito caricò le bare sui camion”: La commemorazione a due anni dal giorno più buio della pandemia https://t.co/doRV5fgEjk

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March 16, 2022

È quello che resta per Cassandra Locati, diventata assieme alla sorella Consuelo animatrice dell’associazione che ha portato Governo e Regione Lombardia davanti al Tribunale civile di Roma in una causa che richiederà anni per arrivare a una verità giudiziaria. Chi ha partecipato a questo libro con la sua testimonianza rende la sua verità umana senza bisogno di giuramenti. È cruda, scabra, appena temperata dalla dolcezza della memoria dei propri affetti.

“Ora, non mi resta che parlarvi attraverso una cornice argentata dove rimarrete lì per sempre, sorridenti” è la traccia di Monica, che ha perso i genitori. Rabbiosa: “Questo deve sapere il mondo: perdere una persona nel modo in cui non doveva andare, non ti lascia scampo, ti carica di rabbia, di vita non vissuta e ti condanna a cercare vendetta, quella che noi meritiamo non solo per il nostro singolo caro, ma per le troppe persone strappate a causa di errori commessi sulla nostra pelle e che non saremo mai disposti a perdonare”.

L’immagine dei sacchi neri è dappertutto in queste pagine. “L’ultimo ricordo che ho di lui era il sacco nero che scendeva le scale. Nessun accompagnamento verso il camposanto, nessun saluto da parte di parenti e amici hanno fatto sì che, anche quest’ultima cerimonia, per me non avesse alcun significato. Ricordo ancora che non provavo alcuna emozione: ero semplicemente lì. Anche oggi, a distanza di un anno, io sono ferma a quei terribili momenti, non riesco a piangere la scomparsa di mio padre, è come se mi fossi congelata, non so descrivere se a un attimo prima o a un attimo dopo. Vedo la sua immagine al cimitero e solo questa è la conferma della triste realtà”.

Annamaria, sul padre. Restano i sensi di colpa. Per non avere capito in tempo, per non essere stati vicini, anche se non si poteva. Le “45 chiamate senza risposte da parte nostra” dei figli a un padre. “Ti voglio bene papà e, scusami, se non ho lottato abbastanza per cercare di salvarti da questo inferno”, Walter. Quello che resta è l’abito da sposa di Antonella.

“Sorrido e piango, oggi, quando penso a quando qualche giorno prima, io mamma e papà eravamo andati a provare il mio abito da sposa. Come era felice papà: composto nella sua sedia elegante dell’atelier, sempre attento a non invadere quello spazio tutto femminile, mi guardava sorridente e anche un po’ sornione, sfilare in candide vesti come una piccola grande principessa”. Il ricavato del libro disponibile dal 19 marzo in libreria sarà devoluto all’associazione.