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I primi 40 anni del Parco Orsiera Rocciavrè

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Trekking in Val Chisone, Parco naturale Orsiera Rocciavrè

Festeggia il compleanno il Parco naturale Orsiera Rocciavrè, e ci racconta un po’ di sè. 

Con un piede nel passato

e lo sguardo dritto e aperto nel futuro

(“A muso duro” di Bertoli e Urzino, 1979)

 

Il 30 maggio 2020 ho compiuto quarant’anni. Ho cambiato nome e organizzazione ma sono sempre lo stesso. Sono diventato, nella vulgata, Parco delle Alpi Cozie insieme ai fratelli Val Troncea, Gran Bosco di Salbertrand e Laghi di Avigliana, tutti nati, come me, a maggio del 1980. Ah! che stagione fu quella, per l’ambiente del Piemonte!

La Regione infatti portava a compimento il suo Piano Regionale dei Parchi, studiato dal 1975 e iniziato nel 1978, con l’approvazione delle ultime leggi istitutive. Quel Piano venne ammodernato dieci anni fa con una nuova legge, la numero 19 del 2009. Come allora, ha portato con sé progettualità e discussioni, speranze e critiche, resistenze e novità, che non hanno ancora dispiegato del tutto i loro effetti.

Non è stata la prima trasformazione che ho subìto. Alla mia nascita, nonostante le insistenze di Pro Natura, proteggevo soltanto 8000 ettari, tanto da meritarmi il nome di “parco delle pietre”, poiché circondavo solo le cime delle montagne. Nel 1985 sono cresciuto fino a raggiungere gli attuali 11.000 ettari.
Nel 1983 ho assunto i primi guardiaparco e nel 1987 ho completato la pianta organica con il personale direttivo e amministrativo. Dal 1991 ho unificato la gestione con la Riserva di Chianocco e dal 1998 con quella di Foresto. Oggi, come ricordato, appartengo all’Ente di gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie: 4 grandi parchi, 2 riserve, 16 siti della Rete Natura 2000, più di 35.000 ettari tutelati dai laghi di pianura alle vette oltre i 3500 metri ( www.parchialpicozie.it ). D’altronde, sono un parco naturale: l’evoluzione non mi fa certo paura…

Molte cose ho visto succedersi in queste quattro decadi. Ho visto avvicendarsi tre generazioni di gestori di rifugi alpini, progrediti da rustici semiabbandonati a moderni alberghetti con lenzuola e internet. Ho seguito la crescita dei figli dei malgari, che talvolta hanno rilevato l’azienda paterna e ho cercato di aiutare in molti modi, dalla mungitrice meccanica all’attrezzatura in acciaio inox, dai trasporti in elicottero alla pulizia dei pascoli.

Ho visto l’entusiasmo giovanile dei guardiaparco, ingenuo e disordinato, trasformarsi in esperienza quotidiana e conoscenza profonde mano a mano che consumavano le suole dei loro scarponi su e giù per le mie montagne: fino ad oggi gliene ho fornito più di 200 paia! Ho visto il loro mansionario allargarsi ed impegnarli in diverse attività, alcune non previste alla mia nascita: vigilanza e manutenzione del territorio, sentieristica e cartografia, didattica ed educazione ambientale, inanellamento e apicoltura, ricerche scientifiche e progetti europei, prevenzione degli incendi e soccorso alpino, documentazione videofotografica e divulgazione. Ho visto la stessa voglia di migliorare negli uffici amministrativi, che si districano quotidianamente tra circolari contraddittorie e nuove scadenze, tra richieste surreali e petulanti proteste. Il regolamento per l’erogazione di contributi a favore del mantenimento delle tipologie edilizie, in particolare i tetti in lose, ed il progetto del riconoscimento del marchio tipico, per qualificare i latticini prodotti all’interno della mia area, sono due esempi dei risultati di questa abnegazione.

Ho seguito il recupero della Certosa di Montebenedetto (del 1200) e del Forte di Finestrelle (del 1700), entrambi oculatamente inseriti all’interno del mio perimetro per assicurarne la tutela. Oggi questi monumenti storici sono disponibili per una fruizione intelligente e rispettosa. Vi si tengono concerti e spettacoli estivi, si organizzano visite guidate con personale preparato e si può persino soggiornare in una foresteria da 23 posti presso la Certosa. In questa ottica, ho cercato di sviluppare ogni possibilità di richiamo nei confronti di turisti consapevoli e attenti. Ho patrocinato molte manifestazioni ed aiutato gli imprenditori della mia area con il richiamo rappresentato dal mio nome e dalla tutela. Ho persino ospitato per tre volte il Giro d’Italia!

Per contrastare l’abbandono dei sentieri e favorire gli escursionisti, ne ho segnalato e cartografato oltre 170 km, nonostante le difficoltà lavorative sempre crescenti, ed ho predisposto alcuni itinerari autoguidati con bacheche esplicative. Ho sistemato casotti in quota per guardiaparco e malgari, bivacchi aperti per escursionisti e ricercatori, ho riaperto un posto di ristoro al Paradiso delle Rane e installato quattro Centri Visita, dedicati alla terra, all’acqua, all’aria e all’uomo. Alcune di queste iniziative hanno avuto un successo ancora apprezzato mentre altre hanno brillato poche stagioni e sono decadute. Anche questi aspetti tristi fanno parte dell’evoluzione.

Senza la possibilità di assumere stabilmente nuove figure professionali, riesco ancora a incaricare le Guide del Parco di rispondere alle sempre maggiori esigenze di fruizione che giungono da tutto il territorio: accompagnamenti naturalistici e gestione dei centri visita, collaborazioni con scuole, comuni e rifugi alpini, piccole manutenzioni, partecipazioni a fiere e manifestazioni. Anche questa è stata una innovazione inimmaginabile trent’anni fa, nata e sopravvissuta tra sogni e difficoltà.

Forse il momento più significativo di un’area protetta è rappresentato dai censimenti faunistici. Hanno permesso via via di verificare la consistenza e la buona salute di camosci, caprioli, cervi, lupi e galli forcelli. Il primo censimento ai camosci, nell’autunno del 1985, ha contato circa 100 capi. L’ultimo, dell’autunno scorso, ne ha trovati oltre 1000. I mufloni, ungulati non autoctoni introdotti per essere cacciati in Val Chisone negli anni ’60 del 1900, sono aumentati fino a destare preoccupazione, e poi sono calati spontaneamente fino a poche decine. Ho assistito alla reintroduzione dello stambecco, sterminato sui miei monti già nel 1700, e riportato qui dal Gran Paradiso a partire dal 1995 con 18 animali che oggi sono già diventati un centinaio. Ho monitorato con ansia la popolazione del fagiano di monte, in diminuzione in molte zone delle Alpi ma stabile sulle mie arene. Ho tifato dapprima per il ritorno dell’introverso picchio nero, che ha lentamente ricolonizzato i miei boschi ormai vecchi e tranquilli, e poi per quello della civetta capogrosso, piccolo rapace notturno che nidifica nei buchi abbandonati dal primo. Ho sofferto per i piani di abbattimento dei mufloni, prima, e dei cinghiali, poi. Per quanto necessario e almeno in parte giustificato, uccidere gli animali non è proprio nella mia indole! Infine ho spiato la ricomparsa dei lupi. Si tratta, naturalisticamente, di un successo. Certamente un successo controverso, perché la convivenza con un simile predatore non è facile, ma rappresenta anche la dimostrazione che il mio territorio, nonostante tutto, è sano.

Fin dal 1989 ho varato un programma di ricerca ornitologica che ha individuato, tramite una lunga serie di osservazioni ripetute negli anni, più di cento specie diverse, tra svernanti e stanziali. Nel mio territorio nidificano e si riproducono aquile e poiane, sparvieri e allocchi, gheppi e pernici bianche. Migrano nei paesi caldi e tornano ogni estate averle e bigiarelle, balestrucci e culbianchi, luì e falchi pecchiaioli e molti altri.

Negli anni, ho seguito molti dibattiti, a volte accesi, sui grandi temi della protezione dell’ambiente: aprire nuove piste, asfaltare le strade, limitare il traffico motorizzato, alzare o abbassare i confini, lasciare che l’ambiente si evolva da sè o intervenire, permettere la caccia o almeno il transito dei cacciatori. Grandi temi, mai compiutamente risolti, che raggiungono di volta in volta e caso per caso un equilibrio dinamico, pronto ad essere rimesso in discussione al mutare delle condizioni. Proprio come succede in natura, dove niente è fermo per sempre.

La legge del 1980 vincolava il territorio per 99 anni, dunque fino al 2079. Quella nuova, viceversa, non ha più limiti temporali. Chissà quante cose vedrò ancora!

Cordialmente Vostro

Parco Naturale Orsiera Rocciavré

 

  • Parco naturale Orsiera Rocciavré
    I primi 40 anni del Parco Orsiera Rocciavrè ultima modifica: 2020-05-31T21:27:35+02:00 da Redazione Rete 7