Il ‘fattore Kirill’ sulla guerra di Putin all’Ucraina

AGI – La diplomazia è l’arte di dire le cose che non si possono dire, dicendole senza dirle. Ecco allora un patriarca autorevole e ascoltato ricevere il messo di un altro patriarca lontano, anch’egli autorevole e ascoltato: entrambi hanno i loro dubbi su una guerra in corso. Sarebbe tutto facile, sulla carta; invece il padrone di casa dice al messo: “Stiamo cercando di assumere una posizione di mantenimento della pace, anche di fronte ai conflitti esistenti”. Un po’ poco. Invece è molto.

Per decenni le chiese d’Oltrecortina sono state chiese del silenzio, se non della collaborazione, quindi queste parole di Kirill patriarca di Mosca – in apparenza ambigue e vaghe – sono state probabilmente accolte da monsignor Giovanni d’Aniello, nunzio apostolico di Papa Bergoglio, con un mezzo sorriso.

Abbozzato a malapena, si capisce: mai essere troppo espliciti, in diplomazia. La Chiesa ortodossa di Russia vive il conflitto in Ucraina come la prima grande prova dal 1991, anno che vide la fine dell’Urss e di una sopravvivenza garantita a costi altissimi in termini di subornazione al più ateo dei poteri. In questi sei lustri ha fatto grandi passi in direzione dell’ecumenismo e contemporaneamente si è posta come coscienza nazionale, ma l’essere coscienza nazionale rischia ora di trasformarsi in un cappio al collo, soprattutto in virtù del rapporto che si è venuto instaurando, nel frattempo, con Vladimir Putin.

Se questi si presenta, di fatto e nei fatti, come il diretto erede del Piccolo Padre zarista, il suo rapporto con Kirill non può che ispirarsi a quella “sinfonia” tra potere politico e potere spirituale mutuata dall’epoca bizantina. Se Mosca è la Terza Roma, qualcosa dalla Seconda l’avrà pur ereditata. In questo caso l’idea vagamente cesaropapista dei due soli, religioso e laico, importata attraverso i transfughi di una Costantinopoli ormai preda dei turchi.

Ma in natura, si sa, il sole non ammette repliche. Tantomeno ne ammette Putin. Non si creda si tratti di un suo vezzo esclusivo, o del frutto dell’intolleranza religiosa bolscevica: il Patriarcato di Mosca, creato nel 1589, dopo poco più di un secolo venne abolito d’imperio da Pietro il Grande, che lo sostituì con un ministero per il culto divino. Il Modernizzatore aveva aperto la strada a Lenin. “Sinfonia”, del resto, è concetto simile all’armonia cinese: chi la rompe turba l’ordine naturale delle cose, e non potrà che pagarne dazio. Finora, comunque, nessuno aveva mai nemmeno immaginato la possibilità di disturbare la serena convivenza tra i due soli di Mosca. Al contrario: l’uno e l’altro si trovavano a sorgere dallo stesso Est nel nome dell’identità nazionale russa e della sua missione vagamente messianica nell’orbe.

Quanto all’Ovest: è vero, il Cremlino vi ha sempre guardato con un misto di ammirazione e risentimento; in compenso dal monastero di Danilov si poteva ammiccare al Papato di Roma, soprattutto se occupato da un tedesco e non più da un polacco. Con Bergoglio, poi, essendo questi meno legato a logiche e pesanti eredità europee, il dialogo è apparso fin da subito più scorrevole.

Contemporaneamente Kirill ha avuto buon gioco nel rafforzare con il suo assenso il progetto politico di Putin. Non avrebbe potuto essere altrimenti visto l’atteggiamento del Cremlino in materia di gay, droghe, persino di vaccino anticovid. La cattedrale di Kazan, sulla Piazza Rossa, la fece ricostruire Yeltsin ma è Putin che l’ha valorizzata con le sue visite e le sue donazioni.

Alla sua ombra è cresciuta una generazione di pensatori e teologi le cui teorie sanno spesso di identità intrisa di sovranismo vagamente slavofilo. La chiesta ortodossa russa non è ispirata da Dugin, ma al suo interno in molti lo stanno a sentire.

Poi c’è la spinosa questione dello scisma degli ortodossi ucraini, e la faccenda si complica. Accade nel 2018, ma il progetto è anche questa volta secolare mentre a spingerlo è l’attualità politica. Quattro anni prima Putin si è annesso la Crimea, gli ortodossi ucraini (aiutati e invogliati dai loro confratelli che vivono in America) si staccano dal patriarcato moscovita e proclamano l’autocefalia: proprio come desideravano i loro padri fin dal 1589.

La Mosca religiosa è furiosa tanto quanto quella politica; inizia uno scontro letteralmente intercontinentale con il patriarcato di Costantinopoli, tacciato di intelligenza con gli scismatici. Rapidamente il fuoco religioso si propaga all’Africa, dove Mosca ha ripreso a contare qualcosa ed i copti locali non hanno la forza per reagire. Putin asseconda, e intanto prepara i piani per l’intervento in Ucraina.

Qualcosa però sembra incepparsi: non è solo questione della Vox Populi che prende la forma di una lettera di dissenso formata da centinaia di pope moscoviti, che chiedono la pace. Nemmeno del fatto che la domenica ci sono molti di quei religiosi che si rifiutano di pregare per la salute del patriarca accusato di subalternità. I fedeli del patriarcato di Mosca sono, per paradosso, in maggioranza ucraini, e il loro parere conta.

Conta anche il rivelarsi questa invasione, sempre più, come una guerra sporca laddove Kirill aveva chiesto di risparmiare i civili. Conta, infine, che anche il patriarca di Roma, Bergoglio, si va sempre più schierando contro l’aggressione e che a Mosca padre Georgij Edelstein, il membro più anziano del “Gruppo Helsinki”, che radunava i dissidenti antisovietici degli anni ’70, invoca più coraggio dai suoi confratelli.

La sua associazione ora è rischio di chiusura, così come si rischia la galera a parlare anche solo di invasione o di guerra in Ucraina. Meglio allora menzionare, con gli ospiti inviati da Francesco, non meglio precisati “conflitti esistenti”. Ad ogni modo Putin coglie i segnali e a sua volta ne invia. Pochi giorni fa, durante il bombardamento di Kharkiv, un colpo e’ finito sulla copertura della locale chiesa ortodossa. Quella del Patriarcato di Mosca, si noti con la dovuta attenzione. Certe cose non avvengono a caso, anche se è difficile immaginare che una bomba possa far ripartire una sinfonia che rischia di interrompersi.