“Il potere di uccidere”. Il giallo di Roncone che racconta Roma e la politica  

AGI – Non dite che “Il potere di uccidere” di Fabrizio Roncone è un romanzo giallo. La storia misteriosa c’è, l’indagine e i carabinieri pure. E nelle pagine spuntano killer e politici senza scrupoli. Ma “Il potere di uccidere” va oltre.  Il libro, edito da Marsilio, è una finestra su Roma, sulla ‘grande bellezza’ che troppo spesso rimane ostaggio della sua antitesi, la ‘grande bruttezza’ che contagia modi di essere e di pensare degli eredi di Romolo e Remo. Il volume è anche un ritratto del Potere, con le sue liturgie e i suoi lati più oscuri. Una fotografia scattata dall’inviato del ‘Corriere della Sera’, noto per essere il più beffardo dei castigatori della casta. 

Nelle 270 pagine convivono almeno tre libri diversi, che tengono incollati gli appassionati della politica e gli amanti della città eterna. Il protagonista è un ex giornalista licenziato per aver dato uno schiaffone al ministro dell’Interno. Chissà se è mai stato un desiderio dell’autore. Il suo alter ego letterario ha aperto una vineria nel cuore di Roma ma si occuperà di un caso spinoso: cercare il figlio del vecchio capo della tipografia del giornale, misteriosamente scomparso dopo aver lavorato come autista per un politico corrotto, l’onorevole Pignataro, uno di quelli senza coscienza, con una Jaguar e un odio viscerale verso il suocero. 

Quella della politica non è l’unica pista su cui si concentreranno Paraldi e la sua amica Chicca, di vent’anni più giovane, innamorata di lui da tempo. Impressiona la capacità di Roncone di illuminare dettagli che arricchiscono il racconto e l’uso della tagliente ironia che è il suo marchio di fabbrica. Con una vena di speranza che s’intravede tra le righe e senza i moralismi tipici di una parte dei cronisti che raccontano la politica: “Meritano rispetto le nostre esistenze, che sono quasi sempre disperati tentativi di restare in bilico sul precipizio. Paraldi ancora guarda giù, certe volte” scrive Roncone. Disincantato ma pronto a tutto, con lo sguardo dei vecchi cronisti che del precipizio hanno fatto un’arte. Quella di stare al mondo.

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