Il premio nobel per la Pace a Narges Mohammadi, ma la sedia a Oslo è vuota

AGI – Nello stesso giorno il Nobel per la pace e una nuova forma di protesta con lo sciopero della fame. Narges Mohammadi non ritira il premio di persona. È in prigione nel carcere di Evin a Teheran perché da anni si batte per i diritti umani.

Un impegno che le è valso il prestigioso riconoscimento che viene assegnato ogni anni il 10 dicembre, giornata in cui si celebra l’anniversario dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Il posto destinato a Narges Mohammadi, accanto ai suoi figli, è stato lasciato vuoto.

Mohammadi ha chiesto che i suoi due figli ritirassero il premio. Con loro anche il padre e marito di Mohammadi, il giornalista e attivista, Taghi Rahmani, e alcune figure di spicco del mondo della cultura critiche del regime come la fumettista Marjan Satrapi e l’attrice Golshifteh Farahani.

Tra le battaglie dell’attivista anche quella contro l’obbligo per le donne di indossare l’hijab, e lo sciopero della fame, che inizia oggi, è “in solidarietà con la minoranza religiosa bahai”, hanno annunciato suo fratello e suo marito durante una conferenza stampa nella capitale norvegese alla vigilia della cerimonia del Nobel. 

Durante la cerimonia al municipio di Oslo, sono stati i suoi due gemelli di 17 anni, Ali e Kiana, esiliati in Francia dal 2015, che, vestiti tutti di nero, hanno letto in francese il discorso che è riuscita a trasmettere dalla sua cella.

“Sono una donna del Medio Oriente, di una regione che, sebbene erede di una ricca civiltà, è attualmente incastrata nella trappola della guerra e preda delle fiamme del terrorismo e dell’estremismo”, dice Mohammadi nel suo messaggio scritto “dietro le alte e fredde mura di una prigione”.

“Sono una donna iraniana orgogliosa e onorata di contribuire a questa civiltà, che oggi è vittima dell’oppressione di un regime religioso tirannico e misogino”, ha aggiunto, esortando la comunità internazionale a fare di più per i diritti umani.

In sua assenza, una poltrona è rimasta simbolicamente vuota, sormontata dal suo ritratto. Arrestata e condannata più volte negli ultimi decenni, l’attivista 51enne è uno dei volti principali del movimento contro la Repubblica islamica “Donne, Vita, Libertà” esploso l’anno scorso in Iran.

Il movimento, che ha visto le donne togliersi il velo, tagliarsi i capelli e manifestare per le strade, è stato innescato dalla morte di una curda iraniana di 22 anni, Mahsa Amini, dopo il suo arresto a Teheran per non aver indossato correttamente il velo obbligatorio.

“L’hijab obbligatorio imposto dal governo non è né un obbligo religioso né un modello culturale, ma piuttosto un mezzo di controllo e sottomissione dell’intera società”, ha ripetuto domenica Mohammadi, definendo l’imposizione una “vergogna governativa”.

Nel discorso letto davanti alla famiglia reale norvegese, l’attivista ha descritto una Repubblica islamica “sostanzialmente estranea al suo popolo”, denunciando in particolare la repressione, il sistema giudiziario, la propaganda e la censura, il nepotismo e la corruzione.

Mentre a Oslo veniva festeggiata in pompa magna, la vincitrice ha dovuto osservare dietro le sbarre uno sciopero della fame in solidarietà con la comunità bahai, la più grande minoranza religiosa in Iran, vittima di discriminazioni in molti settori della società.

Nella storia del Nobel, Mohammadi è la quinta vincitrice del Premio per la Pace a essere in detenzione, dopo il tedesco Carl von Ossietzky, la birmana Aung San Suu Kyi, il cinese Liu Xiaobo e il bielorusso Ales Beliatski. “La lotta di Narges Mohammadi può essere paragonata a quella di Albert Lutuli, Desmond Tutu e Nelson Mandela (tutti premiati anche con il Nobel, ndr)”, ha sottolineato la presidente del comitato Nobel, Berit Reiss-Andersen.