Il segretario dem Letta: “Alleanze qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo”

AGI – Da soli si perde, qualunque sia la legge elettorale. Enrico Letta mette in guardia chi, nel suo partito, nutre la speranza di spezzare l’asse con i Cinque Stelle spingendo per una riforma elettorale di tipo proporzionale.

Lo fa aprendo la direzione del Partito Democratico, la prima in presenza dalla fine della pandemia. “Sono convinto che la autosufficienza non sia sintomo di forza, ma di debolezza”, sottolinea.

“Questa ricerca di alleanze va svolta qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo”. Nelle scorse settimane, complice un convegno a porte chiuse organizzato negli uffici del Pd alla Camera, i big del partito si sono ritrovati attorno all’idea di un cambio in senso proporzionale.

A lanciare per primo la proposta era stato Nicola Zingaretti. Il presidente della Regione Lazio è stato tra i più convinti patrocinatori dell’alleanza strategica con Giuseppe Conte e il suo partito, così come Andrea Orlando, altro esponente di primo piano che ha abbracciato la causa del proporzionale.

Non così è, tuttavia, per Andrea Marcucci e Matteo Orfini, critici fin dal primo momento rispetto allo schema di alleanze della segreteria. Il proporzionale, tuttavia, consentirebbe di andare alle elezioni con mani relativamente libere, posticipando a dopo il voto la ricerca di alleanze che, a quel punto, maturerebbero in Aula.

In ogni caso, per Letta, “con l’attuale legge elettorale e con il taglio dei parlamentari credo si andrebbe verso la campagna elettorale peggiore di sempre, per come concepisco la politica, e gli italiani voterebbero solo per i capi partito, senza rappresentanza territoriale che, invece, ritengo fondamentale. Per questo dobbiamo fare in modo di arrivare a una nuova legge elettorale, ma non per cambiare le alleanze”.

Il rapporto con i Cinque stelle, tuttavia, scricchiola. Il faccia a faccia fra il segretario e Giuseppe Conte ha solo certificato il ‘gelo’ che è calato nei rapporti fra i due partiti, almeno dallo scoppio della guerra in Ucraina.

È infatti sulla guerra e sulle misure per dare ossigeno a famiglie e imprese piegate dalle sanzioni a Mosca che i due leader hanno dato il segno di una crescente distanza.

Le tensioni raggiungono l’acme con il presidente M5s schierato apertamente contro il premier Mario Draghi. Come sull’invio di aiuti militari a Kiev, tema su cui Conte ha chiesto e continua a chiedere un confronto – e anche un voto – del Parlamento.

“Le condizioni oggi per una pace vera ci sono grazie alle scelte che abbiamo fatto nei giorni scorsi”, ricorda Letta: “Scelte faticose, ma necessarie. Oggi è necessario continuare a essere uniti attorno all’Europa e attorno al governo”.

Sì convinto del Pd, dunque, anche alla richiesta di Finlandia e Svezia di aderire alla Nato. Meno convinto il sì del M5s: “Non possiamo dire di no”, dice Conte interpellato dai cronisti.

Le distanze, dunque, rimangono. Sul punto interviene anche il ministro Dario Franceschini che sottolinea come “l’alleanza con il Movimento 5 Stelle” non sia “una condanna, ma una scelta strategica”.

Anche perché, come avverte Letta, sono ottimistiche le previsioni di chi pensa che la destra non arriverà unita alle prossime elezioni politiche.

È vero, ammette il segretario, ci sono delle tensioni e dei distinguo, come si è visto anche nella fase di avvicinamento alla campagna per le amministrative, ma il centrodestra si compatterà per vincere nel 2023.

“Alle elezioni dell’anno prossimo ritornerà questa faglia” fra europeisti e nazionalisti, dice Letta: “Lo ha dimostrato l’altro giorno Salvini, quando si è espresso contro l’ambizione dei nostri amici svedesi e finlandesi che hanno fatto una scelta che forza convinzioni di decenni”.

Se il Partito Democratico vuole dare un’alternativa “progressista e riformista” al Paese non può che percorrere la strada del campo largo.

Una sfida tanto più importante visti i posizionamenti degli avversari sulla crisi in Ucraina. “Purtroppo c’è chi ancora, dopo tre mesi, non è ancora in grado di usare la parola, di citare il nome Putin”, osserva il segretario, che conclude: “Chi oggi è alleato di Orban sta con Putin”.