Il “vertical farming” è messo a rischio dalla guerra in Ucraina

AGI – C’è un settore produttivo molto promettente che è sbarcato da qualche anno in Italia, ma che ora – in conseguenza della guerra russo-ucraina – deve fare drammaticamente i conti con il caro-energia. È quello del “vertical farming”, i giardini verticali che rappresentano una soluzione rivoluzionaria per la produzione del cibo in agricoltura, perché sono centri di autoproduzione del cibo e possono essere realizzati in qualsiasi tipo di edificio. Meglio, si tratta di grandi laboratori automatizzati, disposti su più piani, per coltivare ortaggi e frutta e soddisfare così i bisogni alimentari, soprattutto nelle grandi città.

Le start up di questo settore sono più di due o tre, e lo scorso ottobre alle porte di Milano, a Cavenago di Brianza, è stato ufficialmente inaugurato la più grande vertical farm europea. Si tratta di un espediente di tipo tecnologico-innovativo necessario per far fronte alle richieste di cibo che ci saranno negli anni a venire, dovute anche al fatto che la popolazione mondiale – secondo le stime – è destinata a crescere. E con le risorse odierne c’è il rischio di non riuscire a far fronte alle necessità.

Però c’è un gap di cui non s’era tenuto conto: il fatto è che l’illuminazione naturale, ovvero quella solare, in sé non è sufficiente per la crescita delle piante. Infatti è necessario incrementarla con delle lampade a led. Quindi un comparto che era partito con solide premesse in realtà si rivela oggi anche tra i più energivori del settore alimentare e quindi con l’attuale caro energia sta evidenziando alcuni limiti. Come ovviare?

Andrea Brachetti, direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood, riconosce che il tema del caro-energia che stiamo vivendo in forza della guerra in corso “è un tema importante perché non si può nascondere che il fatto di sistemi di coltivazione di questo tipo necessiatano di grandi quantità di energia perché bisogna garantire controllo e stabilità delle temperature, quindi c’è anche un impatto ambientale che non va trascurato”.

Tuttavia, sostiene Brachetti nella rubrica video FoodEconomy, “anche l’agricoltura tradizionale ha un impatto di tipo ambientale perché certi tipi di coltivazioni funzionano in determinate aree geografiche in funzione del clima che rende possibile quelle coltivazioni, e questo significa anche logistica, trasporti, migliaia di chilometri che mediamente devono essere percorsi per poi essere portati a destinazione. Per dire che, come sempre accade in situazioni di questo tipo – conclude Brachetti – è ragionevole pensare ad una sorta di sostanziale bilanciamento, ad un punto di equilibrio tra coltivazione tradizionale a cielo aperto e sistemi di vertical farming”.