In porto a Genova la contestata nave Bahari con un presunto carico di armi

AGI – Scortata dalla pilotina della guardia di finanza e attesa dalle forze di polizia disposte in banchina, è arrivata nel porto di Genova la Bahri Jeddah, nave con presunte armi a bordo, oggetto di battaglie da parte dei portuali genovesi. Proprio due settimane fa, il sindacato Usb e il Calp (collettivo autonomo lavoratori portuali) avevano organizzato uno sciopero e un presidio per ribadire il no alla guerra, ad ogni guerra, e fermare “il transito di navi della morte” nello scalo.

Le navi della flotta Bahri sono considerate da anni simbolo di guerra, perché – denunciano i portuali – “cariche di armamenti destinati all’Arabia Saudita per il conflitto in Yemen”.

La nave saudita #BahriJeddah è arrivata al porto di #Genova. Per ora non è chiaro se proverà a caricare armamenti per l’Arabia Saudita. Restiamo in allertahttps://t.co/o5gB2aQPzo

— Amnesty Italia (@amnestyitalia)
July 11, 2019

Ora la Jeddah è attraccata a Ponte Eritrea, “vicino a una nave che sta caricando prodotti chimici – sottolinea l’osservatorio Weapon Watch – Tutto regolare per il Presidente (dell’Autorità di sistema portuale di Genova e Savona, ndr) Signorini che, anzi, ritira gli ispettori e senza gli ispettori neanche i rappresentanti dei lavoratori possono intervenire. Eppure, sul ponte a prua sono visibili i container con gli esplosivi e a pochi metri, alla radice del ponte, a Calata Mogadiscio, si trova ormeggiata una nave chimichiera, Luca Ievoli, che sta caricando”.

A Genova la nave Bahri Jeddah non carica armi. Camalli sotto tiro | il manifesto #ilmanifesto https://t.co/rtvTfxRLk6

— il manifesto (@ilmanifesto)
July 11, 2019

L’osservatorio sottolinea che “gli ispettori dell’Autorità portuale hanno già dichiarato che non interverranno in assenza di una precisa segnalazione di pericolo procurato dalla vicinanza di materiali esplosivi e di fonti eventuali di accensione dell’esplosione. Ovvero, devono essere i lavoratori a dimostrare che esiste il pericolo, altrimenti l’Autorità portuale non interviene. È evidente – prosegue Weapon Watch – che palazzo San Giorgio, non solo non risponde agli appelli della società civile e della Chiesa contro i traffici di guerra, non solo non risponde alle istanze formali ai sensi di legge di accesso agli atti per conoscere il carico delle Bahri, ma ora ha deciso, per salvaguardare gli interessi della merce, di non tutelare più i lavoratori e i cittadini”.