In Sardegna potrebbe riaprire l’unica miniera di carbone attiva in Italia

AGI- La miniera di carbone di Monte Sinni, nel Sulcis-Iglesiente, l’unica attiva in Italia, potrebbe riaprire. O, almeno, è quanto chiedono i parlamentari di Forza Italia, Anna Maria Bernini ed Emilio Floris, in una interrogazione, depositata in Senato. Per rivitalizzare il sito i senatori azzurri chiedono l’intervento del presidente del Consiglio dei Ministri, del ministro dello sviluppo Economico e del collega della Transizione ecologica.

L’attività estrattiva nel cantiere che sorge alle porte di Nuraxi Gigus, nel territorio di Gonnesa, è cessata nel 2019 ma il percorso di chiusura concordato con l’Unione europea nel 2014 per evitare la procedura d’infrazione sugli aiuti di Stato non è ancora terminato. Dovrebbe concludersi definitivamente nel 2027. Da qui la proposta di Forza Italia di far riconoscere alla miniera, gestita dalla partecipata della Regione Carbosulcis, lo status di ‘Riserva strategica carbonifera del Paese’.

Potenzialità di 25 milioni di tonnellate di carbone

Nell’interrogazione si sollecita il governo a “intervenire presso la Commissione Europea per richiedere la revisione del piano di chiusura” del sito che ha una potenzialità immediate di 25 milioni di tonnellate di carbone e di successiva ‘coltivazione’ fino a 100 milioni. Il governo dovrebbe inoltre fissare in venti anni “la verifica sulla opportunità del prolungamento dell’attività estrattiva” con un piano dettagliato che preveda l’individuazione delle attrezzature necessarie l’addestramento del personale.   

Nel motivare le loro richieste i parlamentari azzurri, che intendono far rivivere il cantiere sorto negli anni Trenta e allora gestito dalla Carbosarda, ricordano che in Italia “si impone un ripensamento delle fonti energetiche” anche in considerazione delle le dichiarazioni di Mario Draghi “sul possibile mantenimento in vita delle sette centrali a carbone presenti, tra cui quelle di Fiumesanto e Portovesme”.

I dubbi del sindacato

Ed è proprio quest’ultima centrale che dovrebbe utilizzare il carbone del Sulcis, sul quale non poche perplessità sono state peraltro espresse dal segretario territoriale della Filtem Cgil, Emanuele Madeddu. “La sua qualità non è delle migliori”, spiega all’AGI il sindacalista, “e può essere impiegato solo se mischiato ad altri tipi di carbone”. Secondo Madeddu, che peraltro non boccia totalmente l’idea d’intervenire nel sito dove attualmente sono impiegati 113 lavoratori, “al momento la struttura non è fruibile per affrontare l’emergenza energetica a causa di problemi tecnici e di tempistica”.

Garantire una ‘riserva fredda’

In altri termini, servirebbero nuove attrezzature e nuova formazione del personale: un processo che – secondo il sindacalista – durerebbe almeno due anni. “Ma”, concede il segretario della Filtem sulcitana, “l’idea potrebbe servire per garantire una ‘riserva fredda’ di carbone utilizzabile in qualsiasi momento. Ma questo sarebbe possibile solo se si mantengono le infrastrutture”. 

Infrastrutture che servirebbero anche a progredire nel processo di riconversione: tra le varie attività che si dovrebbero realizzare a Nuraxi Figus, emerge il progetto ‘Aria’ gestito dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, per la distillazione dell’Argon 40, elemento chimico che – spiega Madeddu – viene utilizzato nella diagnostica medica avanzata.

E così, a causa della guerra e della crisi energetica, si potrebbe realizzate l’inattesa convivenza di un progetto ad altissimo contenuto tecnologico con una miniera di carbone aperta 90 anni fa col nome di Littoria Prima.