La crescita inarrestabile della birra in Italia

AGI – “Birra, e sai cosa bevi! Meditate gente, meditate!” Così Renzo Arbore nel 1980 reclamizzava dagli schermi tv il prodotto birra, senza marchi né aggettivi, per conto di un gruppo di produttori italiani che ne volevano promuoverne il consumo nel nostro Paese. Più o meno negli stessi anni la bionda Solvy Stubing, classe 1941, tedesca di Berlino, attrice di cinema e tv, sussurrava, avvenente dal tubo catodico: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”, mentre un più serioso e un po’ accigliato l’attore e doppiatore Orso Maria Guerrini, che soffia sul bicchiere traboccante di spuma, tra il 2001 e il 2017 interpreta l’uomo col baffone ritratto sull’antico marchio Moretti.

Sono queste le immagini che più ci accompagnano nel ricordo degli spot sulla birra, una bevanda da sostenere ma oggi sempre più in voga, specie d’estate. Tanto da risultare un settore fortemente in crescita, almeno in Italia, con tantissime nuove realtà – tra marchi e produttori – da nord a sud del Belpaese.

Ne è una testimonianza la recente “Guida alla Birre d’Italia 2023” edita da Slow Food da poco più di un mese, dalla quale si evince che i birrifici degni di nota, rispetto all’edizione precedente, da 387 a 456, così come le etichette che da 1.917 salgono a 2.346. Una novità in assoluto è che per la prima volta sezione della Guida è dedicata ai produttori di sidro e ai sidri, “a conferma che sia il mercato sia la cultura e l’attenzione dedicata ai fermenti di mela in Italia è in grande crescita” anch’essa, si legge in una nota, “al punto tale da poter contare su prodotti di grande qualità e consolidate tradizioni produttive”.

Quest’anno, la “Guida alle Birre d’Italia” attribuisce la “Chiocciola” – l’equivalente dei “Tre Bicchieri” del Gambero Rosso e la “Stella” della Guida Michelin – a 38 birrifici e 3 produttori di sidro, e dove le regioni maggiormente riconosciute sono il Piemonte e la Lombardia, seguite dal Veneto e le Marche. Il risultato è che le eccellenze del 2023 sono 87, di cui 80 sono birrifici e 7 i produttori di sidro.

L’elenco sarebbe lungo, ma nel Lazio ad esempio si distinguono Hilltop Brevery, di Bassano Romano, e Vento Forte di Bracciano che s’affaccia sull’omonimo lago. Nelle diverse schede che raccontano le etichette si può leggere perciò di una birra “dolce, facile da bere e maltata, oppure amara, complessa, secca, fruttata, speziata, erbacea, floreale, tostata o luppolata”, secondo la “Guida” Slow Food.

Una tendenza alla crescita e all’espansione di questo prodotto la si era avuta già nel corso dell’ultima edizione della manifestazione fieristica riminese “Beer&Food Attraction” della scorsa fine di marzo, in quel momento alle prese più che con i riflessi negativi che la guerra ha avuto sul grano, con il caro energia e il caro trasporti.

È di poche settimane fa, tuttavia, lo studio commissionato dall’Osservatorio Birra all’Istituto di ricerche Piepoli, che ha intervistato 200 gestori e proprietari di ristoranti, pizzerie, bar, pub, hotel e locali del Paese, i quali mostrano attese, investimenti e speranze per il futuro degli addetti ai lavori di un settore che conta oltre 300 mila pubblici esercizi.

Birra e movida, binomio commerciale per la ripresa

Dall’analisi di Piepoli emerge ad esempio che il binomio birra-luoghi della socialità vale oltre 4 miliardi di euro, tant’è che si stima che proprio la birra finirà con il rappresentare “oltre il 50% del business” movida e dintorni. Infatti, nelle previsioni per i prossimi 5 anni la quota di chi dipenderà per metà degli incassi dalla birra passerà dall’attuale 16,7% al 30,2% e con una caratteristica: non solo la birra resterà la costante del nostro vivere sociale e dello stare insieme, “ma la ripresa dei locali italiani ruota attorno a questa bevanda”.

I dati parlano chiaro e indicano infatti che sia essa chiara (56,2%) o artigianale (45,3%), la birra detta il ruolino di marcia nel pensare al futuro dell’Ho.Re.Ca (acronimo del settore che caratterizza hotellerie-restaurant-café). Mentre il vino (bianco e rosso) finisce al terzo posto (43,8%), cocktail e spirits al quarto (42,7%), lo spumante al quinto (19,8%) mentre per la loro crescita si distinguono anche le birre low-alcohol e analcoliche (10,4%).

Sempre la ricerca Piepoli analizza anche le ripercussioni degli ultimi due anni dovute alla pandemia da Covid-19 per osservare che la metà dei locali (53,1%) ha avuto un calo di fatturato mentre 1 su 5 (22,9%) è  stato costretto a ridurre il personale. Il 60,4% dei locali, poi, dopo la pandemia, ha dovuto cambiare il  proprio business, rivedendo prezzi e offerta (34,4%), aprendosi al delivery e all’asporto (21,9%), immaginando menu con meno portate (19,8%) e ampliando le fasce orarie di apertura, per intercettare nuove occasioni di consumo (16,1%). Me oggi, il 58,3% dei locali, nonostante le difficoltà, sta facendo investimenti (in media entro i 20 mila euro) per adeguarsi alle nuove esigenze di oggi e, soprattutto, di domani con il risultato che questa percentuale ritiene che la birra sia al centro ripresa.

L’unica incognita ora riguarda la siccità. Che rischia di tagliare il 20% del raccolto di orzo, indispensabile per la produzione del malto da birra sui 30 mila ettari che vengono coltivati sul territorio nazionale. La bolla di caldo tropicale che si è abbattuta sul Paese, unita alla mancanza di piogge rilevanti dall’inizio dell’anno, sta infatti mandando progressivamente in crisi tutte le produzioni agroalimentari italiane.

Da questo punto di vista il Consorzio della birra italiana lamenta il fatto che “il raccolto di orzo distico per la produzione di malto è a rischio” e segnala “che nonostante lo sforzo per aumentare l’areale coltivato a orzo sul territorio italiano e l’ingente investimento per la costruzione di una nuova malteria a Loreo, nel Polesine, la siccità sta presentando il conto, con l’Italia che perde ogni anno l’89% dell’acqua piovana, circa 270 miliardi di metri cubi, che cade sul proprio territorio”. E chiede un intervento di sostegno per l’intera filiera anche a causa dell’aumento dei costi di produzione della birra (+30%), il caro energia e delle materie prime. Oltre alle conseguenze della guerra in Ucraina e del riscaldamento globale con il cambio climatico.

Direbbe a questo punto Renzo Arbore, birra o meno: “Meditate gente, meditate”.