La diplomazia di Erdogan sull’Ucraina con la Turchia sull’orlo del collasso economico  

AGI – Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è da settimane impegnato a cercare una mediazione tra Russia e Ucraina e ci riprova in queste ultime ore attraverso un’intensa attività diplomatica. 

Erdogan ha ammesso il fallimento del tentativo da lui stesso imbastito a febbraio di organizzare un vertice a tre a Istanbul cui avrebbero partecipato i presidenti di Russia e Ucraina e definito la guerra in corso “un incubo che è divenuto realtà”. 

Ora il presidente turco insiste per incontrare il collega russo Vladimir Putin per tentare di convincerlo a desistere dall’offensiva che lo stesso Erdogan non si è tirato indietro dal condannare. “Non rinunceremo nè alla Russia nè all’Ucraina – ha detto Erdogan -, ma continueremo a difendere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”.         

Erdogan è chiamato a un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico. Da un lato ha sferzato la Nato definita ‘indecisa e non incisiva’,  ha attaccato l’Ue, ‘priva di una visione comune, inefficace’ e ha detto no alle sanzioni per Mosca, ‘inutili e controproducenti’.

Dall’altro ha chiamato ripetutamente Zelensky, ha vietato il passaggio a tre navi russe e ribadito il sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina.

Erdogan spinge per negoziare anche alla luce dell’importanza che Ucraina e Russia hanno per la Turchia, in un momento in cui l’economia del Paese sta attraversando il peggior momento di crisi degli ultimi 20 anni. Secondo la Confindustria turca infatti le perdite per la Turchia dovute alla guerra sono stimate tra i 35 e i 50 miliardi di dollari.

A questi vanno sommate le perdite nel settore turistico, che costituisce il 13% del Pil di Ankara e che vede i russi al primo posto per presenza nel Paese (circa 6 milioni) e gli ucraini al terzo (2.2 milioni).

Un’autocandidatura, quella di Erdogan, più volte rilanciata nell’ultimo mese e mezzo perché il presidente turco è certo di poter mediare in una crisi che riguarda uno degli alleati con cui Ankara ha dialogato di più negli ultimi anni, la Russia, e un Paese che con la Turchia ha stretto significativamente i rapporti negli ultimi 4 anni, l’Ucraina.

Val la pena ricordare che Ankara è incorsa nell’ira e nelle sanzioni degli Stati Uniti per aver acquistato dalla Russia il sistema di difesa missilistico s-400, su cui Erdogan nonostante anni di polemiche e pressioni della Nato non ha fatto un passo indietro. Erdogan e Putin negli ultimi anni hanno costruito intese militari, strategiche, energetiche e commerciali, stretto accordi in Siria e Libia, sanato la crisi dell’aereo russo abbattuto dai turchi al confine siriano e dell’ambasciatore Karlov assassinato ad Ankara.

Allo stesso tempo però la Turchia ha venduto all’Ucraina i droni armati di ultima generazione Baykar TB2, poi usati dall’esercito di Kiev nella crisi del Donbass negli ultimi anni e che continuano a infliggere perdite all’esercito russo anche in questi giorni.

Circostanza che ha infastidito Putin non poco, anche alla luce del fatto che i droni TB2 vengono ora prodotti direttamente in Ucraina nell’ambito della collaborazione tra i due Paesi.

Proprio la Baykar ha mosso i primi passi per investire in Ucraina: un terreno è stato acquistato non lontano dalla base militare di Vasylkiv e una collaborazione per la fornitura di turbopropulsori è stata avviata con la ucraina Motor Sich.

Ankara si sfrega le mani all’idea di rinnovare un apparato rimasto sostanzialmente immutato dai tempi dell’Unione Sovietica; un affare che permetterebbe a Erdogan di porre rimedio alle sanzioni ricevute proprio per l’acquisto del sistema missilistico russo s-400, mentre si progetta la produzione di aerei da trasporto militare An-178 e corvette veloci per pattugliare le coste nei cantieri navali di Mykolaiv, porto ucraino del Mar Nero. Proprio il Mar Nero è uno dei campi di gioco della crisi in corso e di rapporti tra Ankara e Mosca.

Kiev ha chiesto ripetutamente ad Ankara di chiudere il passaggio degli stretti di Bosforo e Dardanelli al passaggio delle navi russe da guerra, sfruttando il potere che le deriva dagli accordi Montreux del 1936 di negare il passaggio di navi militari di Paesi impegnati in un conflitto.

Ankara ha risposto che applicherà il trattato alla lettera, consentendo il passaggio alle sole navi registrate presso le basi che la Russia ha nel Mer Nero, e che da Paese rivierasco ha diritto a far rientrare, ma ha fatto sapere oggi di aver negato il permesso a tre navi. Prima del 2014 era Ankara ad avere la flotta più consistente, 44 navi, prima della decisione di Mosca di aumentare da 26 a 49 le proprie. 

Una flotta che ha potuto contare sul rinforzo di incrociatori, torpediniere, una portaerei a un sottomarino nelle settimane che hanno preceduto l’attacco. 

È facile immaginare che la collaborazione turco-ucraina nel cantiere di Mykolaiv venga percepita come una minaccia da Mosca.

Allo stesso tempo per Ankara, che nel Mar Nero ha localizzato un importante giacimento di gas, la minaccia arriva dalle precauzioni che Putin ha preso, rafforzando il contingente con sottomarini capaci di colpire bersagli a 2.400 km di distanza. Una circostanza, quest’ultima, che non si era verificata neanche ai tempi della guerra fredda.

Da un lato la partnership crescente con l’Ucraina e il sostegno di Erdogan a Zelensky, dall’altro gli accordi in piedi con la Russia in Siria, l’acquisto degli s-400, le centrali nucleari in costruzione da parte di Rosatom in Turchia e le forniture di gas russo che coprono il 40% del fabbisogno di Ankara.

Ankara non solo rischia che Putin chiuda i rubinetti di gas, ma anche che Mosca dia il via libera al regime di Damasco per un attacco sulla regione di Idlib, nel nord ovest della Siria, dove Erdogan ha deciso di mantenere, nonostante Putin avesse insistito per il ritiro, un contingente militare a garanzia che i bombardamenti russo siriani non causino una crisi umanitaria che spingerebbe 3 milioni di civili verso la frontiera turca.

Una catastrofe umanitaria che Erdogan vuole evitare a tutti i costi, ma che al momento spaventa molto meno delle conseguenze sull’economia. 

Con l’inflazione già ufficialmente al 55% e la lira turca che nel 2021 ha perso il 50% del proprio valore, una guerra tra due grandi partner di Ankara spiana la strada a nuove pesanti ripercussioni sull’economia, un incubo per Erdogan in vista delle elezioni del 2023 che lo spinge a un iperattivismo nella speranza di convincere Putin a deporre le armi.