La guerra farà schizzare alle stelle il prezzo del pane

AGI – Pasta, pane e pizza rischiano di diventare più… salati. A minacciare il nostro carrello della spesa, si aggiunge ora anche la possibilità che la Russia invada l’Ucraina. Se la guerra dovesse davvero scoppiare, salirebbero vorticosamente i prezzi dei cereali – grano, mais e soia – ma anche degli oli da cucina che già ora sono lievitati. Insomma, una vera e propria stangata per i consumatori che, per gli italiani adepti per definizione alla dieta mediterranea, si tradurrebbe perfino in un incubo.

Gli analisti temono infatti che la situazione di tensione sul fronte ucraino imprima un duro colpo alle esportazioni, in primis il grano, e quindi sui prezzi. Questo perché secondo le stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), la Russia è il più grande esportatore di grano al mondo, seguita al quarto posto dall’Ucraina: i due paesi sono responsabili del 29% del commercio globale di grano, quasi il 20% delle esportazioni di mais e l’80% delle esportazioni di olio di girasole.

Il clima di tensione, in verità, ha già contribuito a far lievitare i prezzi: una pagnotta di pane costa già qualche centesimo in più, e presto il prezzo lieviterebbe (è il caso di dirlo) ancora. A questo si aggiunge il costo dell’aumento dei prezzi dell’energia: la maggior parte del prezzo di una pagnotta di pane è infatti legata ai costi di produzione, imballaggio e trasporto e se il petrolio sale, va da sé che anche la pagnotta di pane costerà di più al consumatore.

Stesso discorso per la pasta e per la farina, e non solo. Il discorso vale infatti per il mais, di cui l’Ucraina è un grande esportatore, anzi è al quarto posto tra gli esportatori e rappresenta circa il 22% del commercio.

Peraltro l’aumento dei prezzi del mais influisce sui prezzi della soia perché entrambi riguardano lo stesso terreno coltivato. E, tensioni geopolitiche a parte, le forniture di soia si stanno riducendo rapidamente a causa della siccità in Sud America. Questo determinerebbe un aumento dei prezzi, che a loro volta influenzerebbero molti alimenti confezionati, che contengono oli di mais e soia.

Gli ultimi sviluppi sul fronte ucraino si sono già fatti sentire: i prezzi del mais con consegna a marzo è aumentato negli ultimi giorni di quasi il 3% e il grano di quasi il 6%. Secondo alcune stime, c’aveva già pensato la pandemia ad aumentare i costi alimentari: solo negli Stati Uniti, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura, hanno registrato un rincaro tra il 2 e il 3% quest’anno.

Grano, mais e soia hanno visto i prezzi raggiungere livelli top l’anno scorso, con il grano e la soia che hanno raggiunto i prezzi piu’ alti dal 2012 e il mais ai massimi dal 2013. E la corsa non sembra rallentare, anzi sta accelerando a causa proprio dei venti di guerra che arrivano da Est. I futures sul grano sono gia’ saliti di quasi il 4% quest’anno, quelli del mais hanno guadagnato più del 10% e quelli dei semi di soia piu’ del 17%.

Per gli analisti, ci attendono “tempi incerti”, anche perche’ di solito il mercato delle materie prime è molto meno volatile delle azioni o del petrolio, ed e’ spesso soggetto a picchi e cadute spettacolari. Come afferma Gautier Le Molgat, analista di Agritel, “il mercato non conosce le sfumature: o è guerra e sale, o è pace e scende”. E se i consumatori di pane e pizza non fanno sonni tranquilli, anche i consumatori di olio di girasole non sono sereni: l’Ucraina ne é il primo esportatore seguita dalla Russia al secondo posto. Ma c’è uno scenario peggiore da tenere in considerazione, per quanto riguarda il commercio delle materie prime: se si scatenasse un conflitto e la Russia bloccasse il porto di Odessa, l’Ucraina avrebbe problemi ad esportare.

Senza contare il fatto che in caso di sanzioni, gli Stati Uniti potrebbero decidere di vietare il commercio di grano russo in dollari. E oltre all’Ucraina e alla Russia, i paesi più colpiti sarebbero i loro maggiori clienti, vale a dire Egitto, Turchia, Indonesia e Marocco, che sarebbero costretti a trovare il grano altrove, probabilmente a un prezzo più alto.

Ed invece dal lato dell’offerta, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’Australia, gli altri principali attori in termini di grano, sarebbero i principali beneficiari della situazione. Ma anche questo aspetto potrebbe essere in realta’ solo sulla carta, perche’ non si tiene conto delle condizioni meteorologiche: il raccolto di grano nordamericano e’ ostacolato in questi mesi dalla siccità.

Difficile però fare precise previsioni vista l’eccezionale incertezza e volatilità dei mercati agricoli che rappresenta pero’ anche un’enorme attrazione per gli investitori. Certo che una fine diplomatica della crisi o la continuazione dello status quo in Ucraina darebbe sollievo al mercato ma i prezzi potrebbero restare alti. Il grano e il mais sono attualmente rispettivamente il 22 e il 18% al di sopra dei loro prezzi in questo periodo dell’anno scorso. Il prossimo raccolto di grano degli Stati Uniti e’ minacciato da una siccità nelle pianure meridionali, mentre i raccolti di mais dovrebbero soffrire della mancanza di pioggia in Argentina e Brasile.

Quanto al grano, i dati di Italmopa, Associazione Industriali Mugnai d’Italia, danno il quadro chiaro della situazione: bisogna innnanzitutto distinguere tra grano tenero e grano duro. Il primo è destinato per lo più al settore della panificazione, il secondo a quello della pasta: una nicchia di mercato pari al 5% dell’intero flusso commerciale legato al grano, concentrato per lo più in Italia e bacino mediterraneo. Il restante 95% lo fa il grano tenero.

La produzione internazionale di quest’ultimo si attesta attorno a 750 milioni di tonnellate (Mt), rispetto a poco più di 30 Mt per il frumento duro. Nell’Unione Europea, Francia e Germania, rispettivamente con produzioni medie intorno a 36 Mt e 22 Mt, sono i maggiori produttori di tenero, mentre tra i paesi extraeuropei vanno segnalate le produzioni di Russia (mediamente intorno a 75 Mt), Stati Uniti (50 Mt, sempre di media), Canada (30 Mt), Ucraina (27 Mt) e Australia (25 Mt).

L’Italia produce circa il 65% del grano necessario a coprire il fabbisogno dell’industria della trasformazione. Quindi il restante 30-35% viene coperto dalle importazioni, che non rappresentano un’alternativa bensì una misura necessaria a colmare il divario tra domanda e offerta interna. A volte importiamo anche perché la qualità del grano estero è superiore a quella del prodotto italiano. La produzione di grano tenero italiano è di circa 3,0 Mt rispetto ad un fabbisogno industriale di circa 5,5 Mt.

Così come per il frumento duro, una parte – compresa tra il 10 e il 15% – della produzione non è destinata all’industria molitoria, e quindi alla produzione di farine, ma ad altri usi quali produzione di sementi e alimentazione animale in primis. Importare è dunque una necessità. Per questo motivo, quando la merce scarseggia, il prezzo sale. Con la pandemia era già avvenuta una corsa alla scorta è avvenuta quando il prezzo era ancora fermo a 277 euro a tonnellata per il grano nazionale e a 293 euro per quello estero.

Oggi, che il grano scarseggia, quelle scorte valgono molto di più: esattamente +86% rispetto alla quotazione media del 2020 per il nazionale, e +108% per il grano di importazione extra europeo. E se pensiamo solo all’Italia, il grano e’ diventato un vero e proprio bene primario: nel 2020, complice la pandemia, in tutto il mondo sono state consumate 17 milioni di tonnellate di pasta ossia il doppio di 10 anni fa.

E l’Italia non fa eccezione: se ne consumano 23 kg pro capite ogni anno. Impossibile, dunque farsi passare sotto il naso il passaggio del prezzo di un pacco di pasta da mezzo chilo che secondo le stime delle associazioni dei consumatori, e’ passato da 0,59 euro a 0,79 euro.