La lotta di Ramy e Céline per i detenuti in Egitto

AGI – “Siamo la prova vivente che le lotte portano i loro frutti e che se uniamo le forze, come società civile, alla fine i 60 mila detenuti di opinione nelle carceri dell’Egitto avranno voce e la speranza di tornare liberi anche loro”. Chiare e decise le parole pronunciate da Cèline Lebrun Shaath, insegnante di storia, che col sostegno di Amnesty International, ha portato avanti una lunga battaglia per far tornare libero il marito, Ramy Shaath, militante palestinese-egiziano, vittima di una detenzione arbitraria in un carcere egiziano durata due anni e mezzo. Nel raccontare il loro calvario durato più di 900 giorni, il tono di voce della studiosa francese trasmette tutta la sua determinazione nell’aver portato avanti la campagna internazionale ‘Free Ramy Shaath’, e a tempo stesso la gioia, il sollievo per aver finalmente accanto il suo compagno di vita. Uniti nell’amore come nelle lotte in difesa dei diritti civili e umani del popolo egiziano e di quello palestinese, il primo nella morsa della dittatura del generale Abdel Fatah al-Sissi, il secondo di Israele e della sua politica di occupazione illegale.

A Roma, nella sala Stampa Estera, dove hanno preso parte alla presentazione del rapporto annuo di Amnesty sulla situazione dei diritti umani nel mondo, il primo a ripercorrere a ritroso la sua travagliata vicenda è Ramy Shaath, 51 anni, tra le figure di spicco della rivoluzione egiziana del 2011 e dell’opposizione alla dittatura, nonchè co-fondatore della campagna ‘Boicottaggio Disinvestimento e Sanzionì (BDS) contro Israele.

Ramy, di nazionalità palestinese ed egiziana – anche se è stato costretto a rinunciare a quest’ultima per ottenere la liberazione – ha svolto un ruolo determinante nella co-fondazione di diversi movimenti politici laici in Egitto, tra cui il Partito della Costituzione (Al Dostour Party), creato nel 2012 da Mohammad El Baradei. Ramy – nato a Beirut da un padre ex ministro di Yasser Arafat e una madre egiziana, si è trasferito al Cairo con la famiglia nel 1977, in fuga dalla guerra civile libanese – ha alle spalle una lunga storia di attivismo, motivo per cui da 10 anni le autorità egiziane lo stanno perseguitando, rifiutando di rinnovargli il passaporto, con una causa tutt’ora in corso. Ma l’apice di quello che a tutti gli effetti si può definire un accanimento è stato raggiunto la sera del 5 luglio 2019 quando, nel cuore della notte, più di dieci agenti di polizia pesantemente armati hanno fatto irruzione nell’abitazione della famiglia, nel quartiere chic di Garden City, al Cairo, senza identificarsi nè presentare un mandato di cattura.

“E’ questo il modus operandi delle forze egiziane per terrorizzare attivisti ma anche semplici cittadini. Hanno perquisito il nostro appartamento, sequestrato computer, dischi rigidi, telefoni cellulari. Mi hanno arrestato e mia moglie è stata espulsa illegalmente in Francia lo stesso giorno” ha riferito Ramy. Quella notte per lui è cominciata una vera discesa agli inferi fatta di incognite, abusi, torture e violazioni dei propri diritti. L’uomo è stato portato in un luogo sconosciuto, la cui ubicazione è stata nascosta alla famiglia per 36 ore, successivamente informata da un avvocato che era comparso davanti a un pubblico ministero presso la Procura suprema per la sicurezza dello Stato, con l’accusa di “aiutare un gruppo terroristico a raggiungere i suoi obiettivi”. L’attivista non ha potuto chiamare la sua famiglia nè un legale e durante l’interrogatorio è stato rappresentato da un avvocato che si trovava per caso in tribunale in quel momento.

“Dopo essere stato ammanettato, bendato e legato al muro per 10 giorni, mi hanno portato davanti ad un giudice, dicendomi tu sei quello senza numero. Centinaia di altri prigionieri erano detenuti illegalmente nelle mie stesse condizioni, ai quali solitamente viene assegnato un numero” ha ancora raccontato Ramy. Questi detenuti vengono sottoposti a torture, chi per mesi chi per anni, durante le “ore del divertimento, dalle 21 alle 5, con botte, scosse elettriche, costretti a spogliarsi, perdendo tutta la dignità, con la scusa di ottenere nomi di chi collabora con te, di chi conosci” ha proseguito l’attivista.

Per tutti i 915 giorni in cui Rami è stato privato della libertà, ha avuto un solo interrogatorio di 45 minuti da parte di un giudice che gli ha chiesto per chi avesse votato dopo la rivoluzione del 2011, la natura delle sue attività politiche, ma senza fornire alcuna prova contro di lui. In realtà il pubblico ministero ha basato la sua accusa su un fascicolo segreto raccolto dall’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) – che i suoi legali non hanno mai potuto esaminare – nonostante una decisione del 2015 della Corte di Cassazione avesse stabilito che le indagini della Nsa non costituiscono prove di per sè.

In soldoni Ramy veniva accusato di aver diffuso voci e bugie contro lo Stato sia personalmente che sui social, anche se non ha mai avuto un account Facebook. Il suo caso rientrava in quello classificato col numero 903 riguardante persone di tutto lo spettro politico, non collegate tra di loro, ma presumibilmente coinvolte in un “complotto di attivisti civili in collaborazione con i Fratelli Musulmani per minare lo Stato”.

Ramy è stato poi trasferito nel famigerato mega centro penitenziario di Tora, alla periferia del Cairo, dove ha subito condizioni detentive disumane. “Eravamo in 15-20 in un cella di 23 mq, con un solo bagno di un metro per 75 cm, un buco nel suolo. Dormivo per terra, quando riuscivo a sdraiarmi, con pezzi di intonaco che ci cadevano in testa e insetti ovunque. Nessuna assistenza sanitaria e se osavi parlare di Covid, minacce e botte – ha proseguito Ramy -. La punizione era per una o due settimane la cella in solitario, di un metro per un metro e mezzo, senza luce, un secchio come gabinetto e una bottiglietta d’acqua. Così è morto un mio amico che non ha resistito”. L’isolamento dei prigionieri di opinione è pressochè totale con nessuna possibilità di ricevere telefonate nè cibo dalle famiglie e una sola visita al mese, a volte con un’attesa di ore per soli pochi minuti di colloquio, quando queste visite non vengono bloccate arbitrariamente.

“In questi due anni e mezzo di detenzione ho incontrato centinaia di persone finite in prigione con accuse vaghe e infondate, terrorizzate assieme ai loro familiari. Tra loro non c’erano soltanto esponenti del movimento islamico e attivisti della società civile ma normali cittadini” ha sottolineato Ramy. In Egitto puoi finire in manette per un banale post scherzoso su Facebook o perchè, come nel caso di un suo amico medico, perchè a scuola il figlio ha cantato una canzone tradizionale sui datteri che viene intonata per deridere il potere, pertanto il suo insegnante ha avvertito i servizi di sicurezza. “Uno dei casi più eclatanti è quello di Patrick Zaky, finalmente rilasciato ma ancora ostaggio in Egitto e in attesa della prossima udienza.

Del resto gli arresti arbitrari per strada con qualunque pretesto sono all’ordine del giorno, sulla base di una serie infinita di storie grottesche, o meglio di un cocktail di accuse generiche, senza diritto a nessun avvocato e con un falso processo” ha ancora denunciato Ramy. Il modus operandi è proprio quello di terrorizzare i cittadini per dissuaderli dal parlare, dall’opporsi al potere. “Io da cittadina Ue ho vissuto, fortunatamente, solo una violazione limitata dei miei diritti, ma ho pensato spesso a Giulio Regeni, ricercatore in Egitto come me negli stessi anni” ha raccontato a sua volta Cèline, trentenne, con un percorso di studio in scienze politiche alla Sorbona e a Roma Tre, che ha incontrato Ramy nel 2014 in un convoglio umanitario partito dal Cairo a destinazione di Gaza, allora bersagliata da una campagna militare israeliana. “In quei minuti concitati della notte del 5 luglio 2019 ho appena fatto in tempo ad andare in bagno col mio telefono per cercare di allertare la famiglia e un avvocato, ma non sono riuscita a contattare la mia ambasciata” si ricorda la giovane donna, che era ufficialmente residente in Egitto dal 2012, prima per imparare l’arabo, successivamente per insegnare in una scuola francese e lavorare al Centro studi e documentazione economici, giuridici e sociali. 

“Allora mi sono venuti in mente i tanti amici scomparsi in carcere negli ultimi anni, chiedendomi quale scenario ci aspettava. Mi hanno dato 10 minuti per fare la mia valigia. Ho salutato velocemente Rami senza realizzare che non lo avrei rivisto per tanto tempo. Per 7 ore sono rimasta bloccata in una stanza in aeroporto e costretta a comprarmi da sola un biglietto per tornare in Francia” ha continuato Cèline. “Arrivata a destinazione ho subito avvisato la famiglia di mio marito che non sapeva nulla del suo arresto quindi ancor meno dove si trovava. Non c’era tempo da perdere, quindi da subito mi sono attivata per far partire una campagna globale di sensibilizzazione e mobilitazione per tirare Ramy fuori dal carcere” ha riferito la moglie.

La campagna internazionale, sostenuta da Amnesty International, ha ottenuto l’adesione di altre Ong, di deputati francesi e più di 100 mila cittadini l’hanno appoggiata. Per oltre due anni, instancabilmente Cèline si è adoperata per mobilitare la diplomazia francese, fino ad ottenere l’intervento del presidente Emmanuel Macron, che durante la visita ufficiale in Francia di al-Sissi, nel dicembre 2020, ha chiesto espressamente la liberazione di Ramy Shaath.

“Dopo l’immensa gioia per la liberazione di mio marito, lo scorso 5 gennaio, la nostra campagna prosegue con l’obiettivo ‘Free Them All’, in quanto non possiamo liberare i 60 mila prigionieri politici uno ad uno, ma dobbiamo interrompere un ciclo” ha insistito l’attivista. La battaglia continua anche perchè se Rami ha finalmente ritrovato la libertà e sua moglie, senza alcuna udienza nè processo è stato inserito nella lista dei “terroristi” – in tutto sarebbero in 400 – che comporta per 5 anni divieti di viaggio, congelamento dei beni, sequestro del passaporto egiziano e divieto di attività politiche.

“Questo è il momento dell’Ucraina, ma non dimentichiamoci dell’Egitto, il cui governo è molto suscettibile all’esposizione delle sue manchevolezze. Abbiamo bisogno dell’attenzione dei media e dei governi per dare un messaggio di speranza e sostenere le famiglie dei detenuti, fino ad ottenere la loro scarcerazione e un’inversione di rotta da parte del potere egiziano” ha auspicato Cèline. La tenace insegnate francese richiama i governi della Francia e dell’Italia alla loro responsabilità, che è quella di continuare a vendere armi all’Egitto a nome della lotta al terrorismo, “un commercio che deve cessare anche perché questa lotta è un pretesto utilizzato dal potere egiziano per reprimere i suoi cittadini”. Tra le occasioni di protesta formale nei confronti del presidente al-Sissi, in carica dal 2014, e del suo governo c’è il prossimo Forum sul contrasto al terrorismo, che l’Unione europea co-presiederà con l’Egitto, e la Cop-27 sul clima in agenda in autunno.