La psicosi del covid fa strage di criceti a Hong Kong

AGI – Parte tra allarmismi e petizioni di animalisti la campagna di abbattimento dei criceti a Hong Kong, dopo che undici piccoli roditori di un negozio di animali sono risultati positivi al Covid-19.

I primi proprietari dei piccoli animali da compagnia hanno portato oggi i loro esemplari, chiusi in contenitori rigorosamente sigillati, ai centri veterinari dell’amministrazione locale per la soppressione: in base a un provvedimento annunciato ieri, tutti i proprietari di criceti acquistati a partire dal 22 dicembre scorso sono “fortemente consigliati” di consegnare i roditori alle autorità per sottoporli al tampone e per il successivo abbattimento, qualunque esito dia il test per il Covid-19.

Nel mirino ci sono circa duemila piccoli roditori e 34 negozi di animali, chiusi per timore di diffusione del virus: nonostante non ci siano prove della trasmissione del Covid-19 dagli animali all’uomo, le autorità di Hong Kong hanno scelto la linea dura contro i criceti, dopo che due clienti e un dipendente un negozio di animali che li vendeva hanno contratto il virus nella variante Delta.

“Non ho osato toccarlo. Mio figlio ha indossato i guanti per metterlo nel contenitore”, ha dichiarato la proprietaria di un criceto davanti al centro veterinario, identificata con il cognome Yeung, citata dall’emittente pubblica di Hong Kong, Rthk. L’abbattimento degli animali è una mossa troppo drastica, secondo 22 mila persone che hanno già firmato una petizione on line in cui chiedono all’amministrazione di Carrie Lam di ritirare la decisione.

Il caso dei criceti contagiati, provenienti dai Paesi Bassi, ha innescato anche un bando di vendita e uno stop alle importazioni. Intanto, i toni della questione si sono innalzati a livelli allarmistici sui media locali. “Hong Kong potrebbe avere il primo caso al mondo di un criceto che contagia gli esseri umani!”, scrive in apertura il Ta Kung Pao, il più noto giornale pro-Pechino di Hong Kong.

Il quotidiano allega anche le immagini di un criceto all’interno di un riquadro a forma di coronavirus e di due funzionari sanitari in tuta bianca all’interno del negozio “Little Boss” di Causeway Bay, una delle aree a più alta densità abitativa dell’isola di Hong Kong, al centro dei sospetti per il focolaio attuale.

Hong Kong non è in grado di isolare e testare tutti gli animali e la soppressione dei criceti è l’unico modo per evitare il rischio di trasmissione del virus tra i roditori, secondo il microbiologo dell’Università di Hong Kong Yuen Kwok-yung. Qualora il virus possa fare il salto di specie ed essere trasmesso agli umani, le conseguenze potrebbero essere “tragiche”, ha dichiarato lo scienziato.

Il dibattito sulla possibile trasmissione del virus dagli animali all’uomo si trascina sotto traccia fin dallo scoppio del focolaio di Wuhan: prima di oggi, uno dei primi, controversi, casi si era verificato proprio a Hong Kong, nel febbraio 2020, e riguardava un cane sottoposto a quarantena per il sospetto di avere contratto il coronavirus.

L’animale, di nome Benny, 17 anni, era risultato “debolmente positivo” al tampone, ed era morto tre giorni dopo il ritorno in libertà: il suo caso aveva innescato dubbi sulla possibilità di trasmissione del virus agli umani, e le autorità di Hong Kong avevano dato il via ad altri test su cani e gatti, che produssero due nuovi risultati positivi al Covid-19 tra i migliori amici dell’uomo.

Primi bersagli dei sospetti per la diffusione del Covid-19 furono gli animali selvatici, considerati possibili intermediari del virus: sotto osservazione era finito il mercato Huanan di Wuhan, uno dei più grandi della città della Cina interna, chiuso a inizio 2020 dopo i primi casi di polmonite anomala che sarebbe stata in seguito denominata Covid-19.

La diffusione del virus ha innescato il dibattito su questa forma di commercio, i wet market, popolari in Asia e che, spesso in condizioni igieniche precarie, vendono animali selvatici. Prima che gli Stati Uniti rivolgessero i loro sospetti per l’origine del Covid-19 sul laboratorio di Virologia di Wuhan, il dibattito sui wet market aveva innescato le prime polemiche con Cina.

Washington ne chiedeva la chiusura, mentre Pechino rimaneva sulla difensiva, precisando che non si trattava di mercati di animali vietati da leggi internazionali e opponendo alla critiche un disegno di legge sulla bio-sicurezza che prevedeva un sistema di allarmi per prevenire il verificarsi di epidemie: il provvedimento era stato presentato a ottobre 2019, due mesi prima dei primi casi di polmonite anomala a Wuhan, che sarebbe stata in seguito denominata Covid-19.

A due anni dallo scoppio dell’epidemia a Wuhan, la sorte dei wet market in Cina appare ancora poco chiara: molto popolari nei decenni passati, queste strutture hanno perso gran parte della loro attrattiva sui consumatori più giovani e abbienti, a favore dello shopping on line e delle catene di supermercati di lusso (e con un livello di igiene incomparabilmente più alto) che si trovano negli shopping mall delle grandi città cinesi.

Neppure la collaborazione tra uno di questi mercati, a Shanghai, e un grande marchio della moda come Prada, a ottobre scorso, era riuscito a fare riguadagnare popolarità a questa istituzione.

Al contrario, il progetto aveva innescato polemiche sugli sprechi alimentari – scrive Sixth Tone, sito web di news affiliato al quotidiano The Paper – toccando, quindi, un tema molto caro al presidente cinese, Xi Jinping.

In sostanza, i wet market sembrano appartenere allo scenario degli anni Ottanta, quando la Cina scaldava i motori per il suo decollo economico, ma il futuro appare sempre più incerto: oltre al dibattito sul loro ruolo nella diffusione del Covid-19, a decretarne il declino è la difficoltà, per molti “mercati umidi”, di stare al passo con i tempi.