La “quasi-alleanza” tra Cina e Russia sull’Ucraina

AGI – In reazione all’offensiva della Russia in Ucraina, la Cina ha risposto con un invito alla calma, alla moderazione, ma nel contempo non parla di invasione e comprende le motivazioni di Mosca. Dietro alla reazione apparentemente cauta di Pechino, Alexey Muraviev, professore all’Università Curtin di Perth (Australia) e specialista di studi strategici russi, non ha dubbi sulla solidità della “quasi alleanza” tra Cina e Russia né sul fatto che il presidente cinese possa imparare dal suo omologo russo a fini strategici su Taiwan.

In un’intervista al quotidiano francese Le Point, l’esperto ha sottolineato che bisogna guardare oltre la neutralità di facciata di Xi Jinping, che di fatto sostiene Vladimir Putin. In effetti, solo 20 giorni fa, i due leader hanno firmato una dichiarazione comune che assicura a Mosca un cliente per i suoi idrocarburi, quindi una linea di credito per sopravvivere alle future nuove sanzioni occidentali. Per giunta nel comunicato congiunto la Cina ha fatto sue le preoccupazioni russe contro l’espansione della Nato, pretesto alla guerra in Ucraina.

La Russia, da parte sua, ha riconosciuto le pretese della Cina su Taiwan, a nome del principio di una Cina riunificata. Le due potenze hanno anche preso posizione sull’Indo-Pacifico, con un riferimento esplicito all’accordo Aukus, il patto di sicurezza trilaterale siglato lo scorso settembre tra Australia, Usa e Regno Unito, in merito al quale Mosca ha preso le parti di Pechino.

Nello storico accordo del 4 febbraio, in una prospettiva condivisa sul futuro, le due potenze hanno dichiarato di voler costruire un nuovo ordine mondiale e riformare l’attuale sistema internazionale. A questo punto, secondo Muraviev, la guerra in corso in Ucraina e le prime reazioni di Pechino sono la prova di questa prospettiva ma anche della natura dei rapporti bilaterali Russia-Cina, improntati ad un approccio che consiste nel coprirsi a vicenda per le scelte politiche degli ultimi 15 anni, sostenendosi sia politicamente che economicamente.

Concretamente non significa che truppe cinesi si uniranno a quelle russe per l’invasione dell’Ucraina né che i russi parteciperanno ad un’eventuale futura annessione di Taiwan, ma si tratta di una “relazione interessata” costruita su basi serie.

Di fatto, la concentrazione delle truppe russe in Bielorussia, frutto del trasferimento di elementi importanti finora assegnati al distretto militare orientale nell’Estremo Oriente russo e in Siberia, principalmente attorno al confine sino-russo, “è stato reso possibile dalla fiducia strategica della Russia nei confronti della Cina e reciprocamente” fa notare l’analista. Per giunta gli Stati Uniti hanno dovuto investire molto per controbilanciare la Cina nel Pacifico, riuscendo di conseguenza a dispiegare solo 8 mila uomini nell’Europa dell’Est.

 Alla base della nuova forma di relazione tra le due potenze, che non hanno comunque alcun obbligo legale, c’è una posizione di parità quali membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, con la possibilità di astenersi o utilizzare il proprio diritto di veto l’uno contro l’altro. E poi c’è il gigantesco accordo energetico di circa 104 miliardi di euro siglato di recente.

Un altro pilastro di quello che Muraviev definisce una “quasi alleanza” poggia sul simbolismo, al quale i cinesi sono molto legati. Emblematico è stato lo scambio di inviti come ospite d’onore alle Olimpiadi invernali di Pechino per Putin dopo che il presidente cinese lo era stato ai Giochi di Soci nel 2014.

Le divergenze restano ma la fiducia cresce

Tra Pechino e Mosca, al di là di una convergenza di interessi, ci sono sempre zone d’ombra. “I vantaggi tra i due sono certi, ma la loro fiducia non è sconfinata. I Russi non prendono tutto per buono e hanno comunque uno strumento di dissuasione contro un’eventuale azione militare cinese: armi nucleari tattiche e strategiche” ha fatto notare l’esperto.

Tuttavia queste diffidenze non possono ipotecare la nuova alleanza, così come le miti sanzioni degli Stati Uniti e dell’Occidente non hanno impedito alla Russia di avvicinarsi sempre di più alla Cina. “Ormai è troppo tardi per allontanarli. Cinesi e russi hanno ricostruito la fiducia reciproca. Tra loro e gli occidentali si è creata una diffidenza davvero troppo profonda” ha proseguito Muraviev.

A questo punto la crisi in Ucraina è da considerare una specie di banco di prova per la “quasi alleanza” sino-russa. In modo strategico, per giustificare in qualche modo le azioni di Mosca, Pechino ha fatto riferimento alle preoccupazioni russe sulla sicurezza, guardandosi bene dal commentare il diritto all’autodeterminazione delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, per evitare che la stessa motivazione venga invocata per Taiwan.

E per una scelta d’immagine – da mantenere in Asia e in Africa – finora la Cina non ha sostenuto troppo apertamente la Russia, non volendo apparire come espansionista o troppo aggressiva. Anche se hanno molti interessi economici da tutelare in Ucraina, i cinesi sono già entrati i rotta di collisione con il governo Zelensky sull’acquisto dell’azienda militare ucraina Motor Sich, produttore di motori per elicotteri. Gli Stati Uniti hanno obbligato le autorità di Kiev a nazionalizzarla per evitare che la Cina trasferisca le sue tecnologie.

Si guarda a Taiwan

Secondo l’analista, lo scenario apertosi in Ucraina e l’escalation che ne deriva rappresentano anche una “opportunità che Xi Jinping saprà cogliere e sfruttare per se stesso”. Sulla scia dell’impresa russa appena lanciata, Taiwan potrebbe essere “la prossima preda dopo le ricette sperimentate da Putin” in Ucraina.

Un primo segnale di un possibile collegamento tra le due crisi di fatto c’è stato: in concomitanza con le crescenti tensioni in Ucraina il mese scorso, l’aviazione cinese ha rilanciato le sue incursioni su vasta scala nella zona di identificazione di difesa aerea attorno a Taiwan. Per giunta una nave da guerra cinese ha orientato un laser da combattimento su un aereo australiano nella zona economica esclusiva dell’Australia.

“Se i cinesi sentono che gli Stati Uniti non verranno in aiuto di Taiwan, probabilmente coglieranno l’opportunità” ha prospettato Muraviev. Nel frattempo Xi sta traendo insegnamenti dalla gestione della crisi ucraina da parte della Russia e potrebbe utilizzare la strategia di Mosca per applicarla a Taiwan: ammassare truppe, far salire la tensione, fermarsi prima dell’invasione diretta per poi forzare l’altro campo a sottomettersi.

“Finora la Russia aveva saputo giocare molto bene, riuscendo ad acquisire territori senza nemmeno sparare, mentre l’Occidente è rimasto assolutamente paralizzato” ha ricordato l’esperto, in riferimento a crisi del passato recente. “L’esempio russo mostra a Pechino che fin quando si hanno le capacità militari e nucleari, si può essere sfrontato, aggressivo e poi cavarsela. Tutto ciò potrebbe incitare la Cina ad essere audace, a maggior ragione che economicamente il gigante asiatico è molto più potente della Russia” ha concluso Muraviev.