La resistenza degli ucraini ha obbligato Putin a un cambio di strategia

AGI – “L’andamento della situazione sul fronte di guerra ha portato il presidente Vladimir Putin a dover cambiare strategia. Al momento i suoi obiettivi di sottomissione rapida dell’Ucraina e di spaccatura dell’Occidente non sono stati raggiunti. Le dinamiche sono così complesse che non è facile vedere quali saranno i prossimi passi”. A tquattro settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, mentre sul terreno l’offensiva sta accelerando in più direzioni, è questa la lettura fatta all’AGI da Federico Ottavio Reho, coordinatore della ricerca del Wilfried Martens Centre, la fondazione ufficiale del Partito popolare europeo (Ppe) con sede a Bruxelles.

Per valutare meglio la nuova fase del conflitto, è necessario analizzare la prima, quando “il lancio dell’offensiva russa ha sorpreso molti, quasi tutti” premette l’analista. Nella prima fase dell’invasione, cominciata il 24 febbraio, secondo l’esperto del Martens Centre, il capo del Cremlino puntava a “un blitz veloce per arrivare a Kiev, sicuro di incontrare una resistenza minima, con un’operazione sul modello già sperimentato per l’invasione della Crimea”.

La prima fase del conflitto

In successione, sulla sua probabile agenda c’erano il crollo del governo ucraino, la fuga del presidente Volodymyr Zelensky, la dissoluzione del Parlamento per istallare un regime fantoccio pro russo, riportando le lancette indietro, a prima del 2014, quando l’Ucraina era parte della sfera d’influenza russa. “In subordine, gli altri obiettivi di Putin erano probabilmente dividere gli europei dagli americani e dividere gli europei tra di loro, quello che di fatto cerca di fare da anni, anche sostenendo movimenti di estrema destra in vari Paesi europei” sottolinea Reho.

La situazione incontrata sul terreno dalle truppe russe ha obbligato Mosca ad ‘aggiustare’ il tiro e riadattare la strategia militare. “La prima sorpresa è stata la resistenza degli ucraini, immensamente superiore e particolarmente efficace rispetto a quello che Putin si aspettava da un Paese da lui considerato artificiale e privo di senso della nazione”, fa notare lo studioso.

La resistenza imprevista degli ucraini

Ancor più che sul piano tecnico, a sorprendere i russi è il livello di resistenza morale degli ucraini, uniti per difendere la propria patria dall’invasore, ma anche forti delle armi in dotazione e del training ricevuto per anni dagli Usa. “La seconda sorpresa, che ha visto finora vanificato anche il secondo obiettivo di tutta l’operazione, è il grado di unità mostrato dagli occidentali con sanzioni all’unisono e così pesanti che forse Putin non se le aspettava”, evidenzia ancora il coordinatore di ricerca.

Razionalmente, alla luce della nuova fase dell’operazione portata avanti dai russi negli ultimi giorni, il primo scenario che si sta profilando è quello che Putin cerchi di consolidare il più possibile il corridoio costiero che congiunge le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk a Mariupol e alla Crimea. “In questo scenario, quello più favorevole per l’Ucraina, dopo aver preso il controllo di buona parte della fascia costiera sud-occidentale dell’Ucraina, si potrebbe arrivare ad una tregua. Al tavolo negoziale l’obiettivo sarà quello di ottenere più concessioni possibile”, prospetta Reho. Tale scenario avrebbe come obiettivo di ottenere il riconoscimento internazionale delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, l’indipendenza della Crimea annessa alla Russia e la piena neutralizzazione dell’Ucraina che rinuncerà all’adesione alla Nato.

Due scenari per Putin

Un secondo scenario più negativo consisterebbe nel raggiungere una tregua solo strumentale, durante la quale la Russia prenderebbe tempo per riorganizzare l’esercito, fare arrivare rifornimenti per poi riprendere l’offensiva ed avanzare il più possibile nella parte Sud dell’Ucraina, per collegare le repubbliche indipendentiste alla Crimea, a Odessa e alla Transnistria, confinante con la Moldavia, andando a ricreare la Novorossija, la Nuova Russia, parte dell’ex impero zarista sin dal XVIII secolo.

“Il primo scenario significherebbe per Putin rivedere al ribasso le sue ambizioni, quindi una mezza sconfitta. Avrebbe provocato tutto questo pandemonio per ottenere un risultato che avrebbe forse potuto ottenere anche senza il ricorso alle armi. Il secondo scenario sarebbe invece a lui più favorevole. Vedremo probabilmente nei prossimi giorni quali siano le sue reali intenzioni, sia in base al proseguimento dell’offensiva militare che alla serietà nei negoziati”, prosegue Reho.

Al momento è chiaro che i russi non vogliono portare la guerra nelle città, ben sapendo che la resistenza incontrata si trasformerebbe in guerriglia urbana per la quale non sono in posizione di forza. Ad ogni modo, molto dipenderà dalle capacita’ di successo e dalla tenuta delle truppe di Mosca a medio termine.

Due mediatori possibili

Invece, sul versante della diplomazia, Reho valuta come tentativi di mediazione finora più credibili quelli israeliano e turco. “Si tratta di due Paesi che la Russia rispetta per vari motivi. La Turchia, membro della Nato, è considerata da Mosca come un grande impero, una potenza. Con Israele, attore alleato storico degli Usa e dalla parte dell’Occidente, la Russia sovietica ha fatto guerre per procura sostenendo gli arabi e ha esperienza diretta della sua forza militare. Sia Russia che Ucraina hanno legami affettivi storici con Israele, con nomi eccellenti quali Golda Meir, nata a Kiev” dice ancora lo studioso.

La Turchia sembra particolarmente credibile come mediatore, anche perché non ha finora varato sanzioni nei confronti della Russia, ma al di là di questi rapporti costruttivi e di dialogo, la Turchia non ha forza né influenza sufficienti per risolvere la crisi. “L’unico attore che potrebbe avere il profilo di ‘Deus ex machina’ è la Cina, poiché nella posizione di costringere la Russia ad arrivare ad una soluzione immediata, ma non lo fara'”, analizza la stessa fonte.

Finora la Cina di Xi Jinping ha dato prova di simpatizzare con la Russia, ma lo sta facendo in maniera ambigua, dettata da un lato da interessi economici e strategici, dall’altro dalla paura di scenari futuri fuori controllo. “Da un lato la Russia ha ormai un’enorme dipendenza economica e strategica dalla Cina, in grado, se volesse, di strangolarla. Dall’altra la Cina non ha alcun interesse al crollo della Russia, che aprirebbe l’intera Eurasia all’influenza occidentale. Alla fine Pechino non si spingerà troppo in là per forzare Mosca alla pace”, prospetta Reho.

Infine, per quanto riguarda l’Ucraina e le sue prospettive politiche e di sicurezza, l’analista considera che “è chiusa già dal 2008 la finestra più propizia alla sua adesione alla Nato”, citando favorevolmente la proposta di neutralizzazione fatta dall’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger nel 2014, al momento dell’invasione russa della Crimea. “In termini tattici, l’adesione dell’Ucraina alla NATO avrebbe forse avuto un senso molto presto, nei primi anni 2000, durante i primi allargamenti ad altri Paesi della regione e quando la Russia era più debole. E comunque sarebbe stata controproducente e avrebbe fatto scattare a Mosca la sindrome di accerchiamento con possibili reazioni aggressive, anche se avrebbe potuto avere un effetto deterrente”, dice ancora l’analista.

L’Ue, la Nato e il futuro dell’Ucraina

Invece, la questione dell’adesione all’Unione europea è diversa e non del tutto esclusa, in quanto non si tratta di un’alleanza militare come la Nato. Per giunta la prospettiva europea per l’Ucraina è stata ribadita al recente summit di Versailles, la scorsa settimana, dai capi di stato e di governo dei 27.

“Si tratta, però, di una prospettiva di medio lungo termine, quando il conflitto sarà concluso, in base alla situazione che andrà a crearsi sul terreno. L’Ucraina sarà sicuramente un Paese di macerie e ci vorranno anni per ricostruirlo. Andà anche preso in considerazione il contesto strategico e la neutralità eventuale che ne scaturirà”, valuta Reho.

Guardando allo scenario futuro in una prospettiva Ue, lo studioso esperto di integrazione europea ricorda che i trattati non prevedono corsie preferenziali e sostiene che “non sarebbe saggio accelerare i tempi” di un’eventuale adesione dell’Ucraina, anche perché ci sono diversi altri Paesi candidati più avanti in termini di rispetto dei criteri di membership.

“Va anche osservato come la resistenza ucraina sia sostenuta da uno slancio nazionalista molto forte. Come la storia recente ha già evidenziato in Paesi come la Polonia e l’Ungheria, in una fase iniziale questo nazionalismo si presenta come liberale e democratico, ma nel tempo può prendere una piega più autoritaria. Credo non bisogni correre ma attendere che i tempi siano maturi, altro insegnamento della storia” conclude Reho.