La stagione di Djokovic (senza corona) parte nel gelo

AGI – Il suo destino è dividere. Mai stato uno che unifica, Novak Djokovic. Perfino ora, quando il suo regno di 361 settimane in vetta alla classifica Atp è finito (da lunedì il re del tennis mondiale sarà Danil Medvedev) e potrebbe essere per lui il momento di un salutare sospiro di sollievo (tutti i grande regni diventano pesanti da reggere, alla lunga) il suo resta un nome che attrae e respinge. Non c’è unanimità nemmeno nell’applauso. Vediamo perché.

Djokovic ha perso a Dubai contro il ceco Jiri Veselj, uno che poteva raccontare agli amici di averlo già battuto una volta, il n.1 del mondo. E in fondo non c’è granché da stupirsi: fermo dalla Davis del dicembre scorso, dove comunque non riuscì a trascinare la Serbia alla finale, quella degli Emirati era la prima occasione in cui il 34enne di Belgrado tornava a competere.

Perfino un motore perfettissimo come quello di Nole ha bisogno di tempo per riprendere quella liturgia di adrenaline che solo una frequentazione assidua con i tornei può dare. Il problema (per lui) è che chissà che tipo di stagione potrà programmare di qui in poi. Indian Wells e Miami gli sono preclusi perche’ in quanto non vaccinato non può entrare negli Stati Uniti. 

Problemi potrebbero sorgere anche per Roland Garros e Wimbledon, almeno allo stato attuale delle normative. Dopo l’uscita la cui tempestivita’ ha sorpreso molti della Sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali (“Djokovic potra’ giocare gli Internazionali d’Italia”) Nole si augurava di non avere problemi almeno a Roma. Invece contro di lui si è levata una crociata social promossa da tutti quelli che per poter praticare attività sportiva e concederla ai propri figli hanno dovuto, in osservanza delle regole disporre del Green Pass e dunque vaccinarsi.

Anche il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha giudicato negativamente l’uscita della Vezzali. Certo: dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Draghi che l’Italia non prorogherà lo Stato di emergenza Covid ed è pronta riaprire in toto, tutti questi discorsi (a Roma si giocherà in maggio) potrebbero essere superati dai fatti.

Ma la domanda è: questo lunghissimo tira e molla internazionale, questo essere assurto a simbolo di divisione più che idolo sportivo, che tracce lascerà nel tennis di Djokovic? Come la sua testa, già provata dall’aver fallito il Grande Slam l’anno scorso, quando era a un passo, reagirà a questo nuovo status della sua persona?

A ben vedere manco la lunga intervista riparatrice che ha rilasciato a “L’Equipe” nei giorni scorsi (riparatrice perché prima della trasferta australiana il serbo concesse una prima intervista al quotidiano francese pur essendo fresco di positivita’ al Covid e si guardò bene dal dichiararlo) non ha cambiato di molto le carte in tavolo.

Nole ha parlato a lungo del rapporto col suo corpo e della cura che afferma di averne: ma l’immagine che ne è uscita non è stata tanto quella di un tennista fermamente intenzionato a riprendere il cammino vittorioso che si è interrotto a Wimbledon dell’anno scorso quanto una sorta di guru dal sapore cosmico più rivolto a un futuro da disegnare che non alla riconquista del trono del tennis mondiale.

Djokovic tornerà a vincere, questo è fuor di dubbio. Ed è ]assai probabile che, giocando con frequenza, si riprenderà il trono: Medvedev detesta terra ed erba. Ma la sensazione e’ che ormai il “solo” tennista che occupava le cronaca con le sue maratone vincenti e le risposte fulminanti appartenga al passato. Il vero punto interrogativo non riguarda solo quanti Slam vincera’ ancora in carriera: ma che cosa è diventato. E forse nemmeno lui lo sa bene.