La vita, disgraziata e pericolosa, dei pigmei del Centrafrica

AGI – Quello dei Pigmei è un mondo affascinante. Vivono di caccia e di pesca, sono nomadi raccoglitori. Vivono in foreste inestricabili, che incutono paura. Guaritori e indovini, hanno resistito a lungo alla contaminazione dell’uomo moderno. Hanno resistito anche alle malattie che i loro vicini dei villaggi hanno portato inconsapevolmente. Hanno sempre vissuto in un loro mondo. Contenti di esserci e di rimanere ancorati alle tradizioni ancestrali.

Ma la modernità è arrivata, contamina, strappa le tradizioni. Piccoli, abbastanza brutti, sono trattati dalla gente dei villaggi come dei paria, buoni solo per essere sfruttati, trattati alla stregua di bestie da soma, senza nessun diritto e dignità. L’uomo bantu manifesta così la sua presunta superiorità. Il mondo dei Pigmei è in via di estinzione così come l’ecosistema che è sempre stata la loro casa: la foresta. Viene sfruttata per ogni cosa. Ma ciò che assilla ora questo mondo, che per molti versi resta affascinante, sono le malattie.

Ai margini della foresta tropicale della Repubblica Centrafricana, il villaggio di Sakoungou, nella regione di Lobaye, ospita da nove mesi una clinica allestita da Senitizo, una piccola Ong americana specializzata nell’accesso alle cure. Lontano dall’abbandonare i loro riti ancestrali, gli Aka, popolo nomade pigmeo delle foreste del sud-ovest della Repubblica Centrafricana e del nord della Repubblica democratica del Congo, sempre più spesso vanno alla clinica della Ong per curarsi gratuitamente, perché colpiti da virus o batteri arrivati da un mondo più moderno, che i loro anziani non conoscevano.

Nel tempo, infatti, alcuni aka si sono stabiliti nei villaggi o nelle città per sfuggire alla deforestazione e alle violenze delle milizie armate che in questo paese dettano ancora legge e dove i conflitti tra comunità sono ancora all’ordine del giorno.

A Sakaoungou, circa 200 chilometri a sud-ovest della capitale della Repubblica Centrafricana, Bangui, le capanne di fango essiccato si affiancano ai margini della foresta, alle semplici abitazioni fatte di fogliame, dalla forma paragonabile a quella degli igloo, dei pigmei che ancora sopravvivono alla modernità. Una pista di terra rossa entra, quasi di prepotenza nella foresta pluviale, quasi a rappresentare la stessa prepotenza degli abitanti dei villaggi nei confronti della popolazione Aka, sempre più vessata, discriminata e disprezzata in tutto il paese. Proprio vicino al centro sanitario della Ong americana campeggia un cartello, la frase è eloquente: “Villaggio pigmeo, proteggiamo le nostre minoranze”.

Secondo l’Unesco, gli Aka – detti anche Bayaka – sono considerati i primissimi abitanti della Repubblica Centrafricana e, nonostante la loro ancestrale tradizione, sono sfruttati dalle altre comunità del paese, che si ritengono più “moderne e superiori”. Ormai nessuno apprezza le loro tradizioni, sono piuttosto dei paria da sfruttare e, anch’essi, sono diventati, con il tempo, dipendenti dalle esigenze dei loro sfruttatori. I pigmei sono i più poveri tra i poveri del secondo paese meno sviluppato al mondo, secondo le stime dell’Onu.

Un paese in guerra civile da almeno otto anni e che dipende quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari internazionali per nutrire e prendersi cura dei suoi quasi 5 milioni di abitanti. Eppure, l’Unesco ha classificato le canzoni polifoniche dei pigmei come Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 2003. Canzoni polifoniche legate alla nascita, alla vita quotidiana, alla morte e alla caccia, tutto ciò, insomma, che appartiene alla loro tradizione ancestrale.

“La discriminazione contro i pigmei è ovunque in Centrafrica”, osserva Alain Epelpoin, antropologo del Centro nazionale per la ricerca scientifica (Cnrs) in Francia. “Salari bassi, duro lavoro. Vittime di umiliazioni, considerati come servi della gleba dal resto della popolazione”. Sono diventati schiavi e spesso è bastato poco per soggiogarli: una bottiglia di gin, di cui vanno matti, e qualche sigaretta. Per queste poche e misere cose i villageois li mandano in foresta, che temono e di cui hanno paura, a cacciare per loro. Tutto ciò minaccia la loro stessa esistenza, si stanno incamminando, senza volerlo, verso l’estinzione così come i loro ecosistemi forestali.

Anche per questo, ormai, per la modernizzazione che incalza, sono costretti a recarsi al centro medico. Juliette, decano degli Aka di Sakoungou, per risolvere i suoi problemi di salute non può far altro che recarsi al centro medico. Non aveva mai fatto ricorso alla medicina moderna prima che la Ong Senitizo aprisse il suo ambulatorio.

Gli Aka hanno molti più problemi di salute degli altri e la loro aspettativa di vita raramente supera i 40 anni”, spiega alla France Presse, Jacques Bébé, medico del centro. “Consumano acqua imbevibile o addirittura stagnante, non hanno un riparo degno, né lenzuola né zanzariere. L’acceso ai farmaci è limitato e si curano in modo tradizionale”. Se un tempo molto lontano questa pratica era sufficiente, ora con la contaminazione e il contatto con le altre popolazioni, portatrici di malattie sconosciute ai pigmei, non è più possibile.

Sono molti, infatti, coloro che si recano al centro medico, anche se “resistono” nel non voler abbandonare le loro tradizioni. Continuano a battere la foresta alla ricerca di quelle piante che possono essere utili per curare il mal di testa e il mal di schiena, non rinunciano alla loro indole di raccoglitori. Juliette continua a vivere nella sua casa fatta di foglie essiccate. Vicino alla capanna l’acqua bolle sul fuoco, come sempre e come tutti i giorni. Una donna della sua famiglia è intenta a preparare un decotto di piante: “È molto efficace per la pancia, qui tutti conoscono i rimedi della foresta”, dice con orgoglio Juliette. Ma, a volte, l’orgoglio viene messo da parte e quando “c’è un centro sanitario nelle vicinanze degli insediamenti pigmei, dove non si sentono discriminati, i pigmei ci vanno”, spiega Ebelpoin.

Gaspard, un uomo sulla quarantina, mentre attende il suo turno nella sala d’attesa del centro medico, spiega che la vita “nella foresta è molto dura, quindi vado al villaggio, di tanto in tanto. Per vivere raccolgo bruchi, un piatto molto apprezzato e ricercato, ma sono un coltivatore di manioca e banane, cacciatore e pescatore”. Quest’uomo, vestito di stracci non ha nulla contro la modernizzazione, “ma temo che un giorno le nostre tradizioni scompariranno”.