L'”anomala” mediazione del console del Benin per la ristrutturazione milionaria della villa presidenziale 

AGI – Un contenzioso davanti alla Corte di Giustizia Tributaria di Forlì fa emergere una vicenda nell’ambito della quale la società italiana Aliva ha ottenuto ricavi per oltre 2 milioni e mezzo di euro per presunti lavori su edifici presidenziali nel Benin attraverso la società intermediaria Aegil, con sede nelle Mauritius, che si è `servita’ del cavaliere Guido Donà, console dello Stato africano a Venezia.

La complessa storia viene ricostruita nella sentenza pronunciata nei giorni scorsi dai giudici, presieduti da Guido Rispoli, con la quale è stato respinto il ricorso proposto dalla Colfamily srl, che nel 2021 ha incorporato la Aliva, contro tre avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Cesena per tasse non versate.

Al centro del documento, letto dall’AGI, c’è il concetto espresso dalla Corte che Aliva non potesse `scaricare’ le spese per lavori che non ha dato prova di avere effettivamente svolto nella Repubblica africana. 

Nel ricorso,i legali di Aliva (ora Colfamily) sostengono di avere versato delle provvigioni alla società Aegil Ltd per «un’attività che ha portato a ottenere direttamente tre commesse dalla Repubblica del Benin che hanno generato importanti ricavi per Aliva pari a 2.653.250 mila euro».

Una prima commessa avrebbe riguardato la fornitura e l’installazione del sistema di facciata ventilata sull’edificio della Presidenza della Repubblica nella villa Cotonou, una seconda e una terza per altri lavori sulla facciata della villa presidenziale e del palazzo del Ministero”. Tutte opere accompagnate da provvigioni «in linea con la prassi pari a circa il 14% dei corrispettivi maturati». Nel complesso le provvigioni per Aegil sono pari a 475mila euro.

Secondo i giudici però questi lavori non sono stati documentati, come rilevato anche dalla Guardia di Finanza. «Non c’è nulla che documenti effettivamente quale concreta attività abbia compiuto Aegil rispetto alla Repubblica del Benin per il procacciamento delle tre commesse in favore di Aliva: non una mail, non un report, non delle stime, non delle bozze di contratto da analizzare.

Nulla di nulla che supporti che l’attività di procacciamento sia stata realmente eseguita e che quindi il relativo complessivo rilevante costo sostenuto da Aliva, pari a 475mila euro, possa essere obbiettivamente determinabile dal punto di vista economico». 

I giudici rilevano anche delle «anomalie» nel rapporto tra le due società: «in primo luogo, non risultano rapporti tra i legali rappresentanti delle due società; in secondo luogo i rapporti tra le due società sono sempre mediati dal cavalier Guido Donà, console a Venezia della Repubblica del Benin, che non risulta avere alcun ruolo all’interno di Aegil e che appare essere dalle mail agli atti il reale intermediario di tutte e tre le commesse; in terzo luogo non risultano esserci rapporti diretti tra Aegil e il Benin posto che anche i contratti di commessa da sottoscrivere con la Repubblica del Benin vengono trasmessi ad Aliva sempre attraverso Donà».

Da questo ragionamento in cui evidenzia il principio che «bisogna esplicitare concretamente in cosa si sia estrinsecata l’attività di intermediazione», la Corte deduce «la piena legittimità del recupero a tassazione operata con riguardo alle provvigioni di Aegil».