Le città gemelle con lo stesso nome, una in guerra e l’altra in pace

AGI – Il sindaco Timur Cikus mostra la cartina appesa sulla parete del suo piccolo ufficio in un palazzo azzurro che ospita anche la scuola.  Unite come tessere di un puzzle ci sono la sua città, Chilia Vece, con sullo sfondo i colori della bandiera rumena, e quella ucraina di Chilia, con le tinte nazionali. In mezzo, la sottile striscia blu del Danubio.

Stessa nome, un tratto di storia insieme e adesso si guardano stranite da una parte all’altra del fiume: una in guerra, l’altra in pace. “E’ nata prima la Chilia ora ucraina – spiega Cikus all’AGI tracciando un disegno a penna su un foglio per essere più chiaro – poi è cresciuta e si è estesa dando vita a Chilia Veche che è diventata rumena nel 1878”.

Dopo questa data, la ‘gemella’ invece è appartenuta prima all’Impero russo, poi alla Moldavia, di nuovo alla Romania, poi all’Unione Sovietica e infine all’Ucraina. 

Per arrivare a Chilia Veche c’è solo un modo: percorrere da Tulcea, la città più importante della regione dove stanno scappando i profughi da Odessa, una strada sterrata di un paio d’ore dopo essersi imbarcati sul traghetto con l’auto per un breve tragitto sul Danubio. “Ora però il passaggio tra le due cittadine è molto difficoltoso perché il traffico sul fiume è ridotto e dopo il tramonto c’è il divieto di passare da una sponda all’altra. La decisione è stata presa dopo che un paio di settimane fa due missili russi hanno colpito una base militare ucraina a una ventina di chilometri da Itzmir. Abbiamo sentito le sirene fin qui”.

Da Chilia Veche è  possibile scorgere la città gemella a occhio nudo anche quando il cielo è offuscato come oggi.  “Tante persone della mia città – racconta Cikus – hanno parenti e amici dall’altra parte. Prima della guerra però era già stato l’ingresso della Romania in Europa, nel 2006, a segnare un distacco tra noi e loro. Mentre prima era possibile andare e venire senza problemi, magari anche solo per una cena al ristorante, da quel momento in poi si è dovuto mostrare il passaporto assieme a un permesso che giustifichi la traversata”.

Il vicensindaco Petru ci accompagna in auto a casa di Gino, un pensionato di Nuoro che da due anni vive qui. L’abitazione  è riscaldata con la legna dei boschi di queste parti amati dai cacciatori per l’abbandonanza di selvaggina, in particolare di fagiani. Gino, una vita passata a trasportare gelati sui camion, versa nei bicchieri uno squisito liquore alla ciliegia di sua produzione. “Sono venuto per amore di una donna di qui che ho sposato e che prima faceva la badante in Sardegna. Le attività sono ridotte al lumicino, per lo più pastorizia e agricoltura, ma si sta tranquilli. O meglio, si stava: non nascondo che con mia moglie abbiamo pensato di tornare in Sardegna anche se non credo proprio che la Russia arrivi ad attaccare la Romania perché significherebbe la terza guerra mondiale”.

La moglie di Gino è andata in pulmann a fare compere a Tulcea. Il mezzo è stato messo a disposizione dalle autorità locali perché i viveri scarseggiano a Chilia Veche a causa della riduzione del traffico fluviale. La generosità dei rumeni coi profughi, osserva Gino commentando le immagini in tv sul loro arrivo, “dipende anche dal fatto che sono un popolo di emigranti che vuole resituire quanto ha ricevuto. Gli italiani qui sono molto amati perché li hanno trattati bene”.

Si offre di tradurre il pensiero del vicesindaco che, a differenza del primo cittadino, non parla inglese: “I rapporti tra le due Chilia sono buoni, quest’estate abbiamo anche dato vita a un festival culturale insieme. Io ho un cugino nella Chilia ucraina, è molto spaventato, ripete che non capisce il senso di questa guerra”.

Tra gli animatori del festival c’è Niko. Lo troviamo nel vicino bar ‘The select’ assieme a un gruppo di uomini, tra cui cinque vestiti da militari. “Non vogliamo partire per combattere – assicurando sorseggiando vodka -. Indossiamo la divisa perché si sporca meno e non dobbiamo lavarla”. Durante la loro animata discussione Putin viene citato più volte e, da quel che si può intuire, non in termini benevoli.

“Collaboro con l’associazione ucraina di Chilia con cui organizziamo questo Festival transfrontaliero – racconta Niko -. Abbiamo realizzato eventi culturali, soprattutto di danza e canto ma adesso ci stiamo dando da fare per i profughi. Molti di noi sono impegnati ad accogliere a  Isaccea i profughi come volontari”.

Controcorrente il pensiero di Sasha, tornato dopo 13 anni in Italia, a Milano: “La mamma di mia moglie era di Chilia ucraina, all’epoca i rapporti tra le due città erano più assidui. Adesso non ci vado da tanto, lo vedo come andare in America. Era meglio quando eravamo tutti comunisti”.

Non la pensa così il sindaco che in questi giorni mantiene un fitto scambio di messaggi col suo omologo di Chilia ucraina: “C’è grande amicizia tra noi, non li lasciamo soli”.

Ci fa leggere un messaggio del collega che gli scrive in inglese: “Non preocupatevi. Siamo forti! Resistiamo!”.