Le paure degli Usa, Netanyahu vuole portare la guerra in Libano

AGI – Arginare il conflitto mediorientale, ma soprattutto evitare che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, possa vedere nel Libano, e nella sconfitta di Hezbollah, una soluzione per rinsaldare le fila di un governo diviso e provato da tre mesi di conflitto. Nell’agenda ufficiale della missione del segretario di Stato americano non si fa cenno al Paese dei Cedri, ma a eventuali ‘escalation regionali’ della guerra.

A parlarne però è oggi il Washington Post che, attribuendo le informazioni a ‘conversazioni private’, tira fuori la grande paura degli Stati Uniti, mentre Israele entra in una terza fase cruciale contro Hamas. A sostegno della tesi anche le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Benny Gantz che ha difeso il premier affermando che “l’unica considerazione qui è la sicurezza di Israele, niente altro. È il nostro dovere verso il Paese i suoi cittadini, tutto il Governo su questo è d’accordo”.

Secondo il giornale americano comunque i colloqui tra l’amministrazione Usa e Tel Aviv ci sarebbero già stati, sulla base anche di una valutazione segreta della Defense Intelligence Agency (DIA) che, in un rapporto, sconsiglierebbe vivamente lo Stato ebraico nell’intraprendere un’iniziativa del genere sul Libano: l’Idf infatti si troverebbe a essere troppo sparpagliata nei vari fronti del conflitto e l’insuccesso sarebbe quasi certo.

Inoltre, sempre secondo il Washington Post, Hezbollah, avversario di lunga data degli Stati Uniti con combattenti ben addestrati e decine di migliaia di missili e razzi, vorrebbe al contrario evitare una grave escalation. In un discorso venerdì, il leader dell’organizzazione Nasrallah aveva promesso una risposta all’aggressione israeliana, lasciando intendere però che potrebbe essere aperto ai negoziati sulla demarcazione del confine con Israele. 

Per Blinken si tratta ora di riuscire a trovare la quadra di una situazione geopolitica complicatissima. Ieri i colloqui con Erdogan e il forte pressing per un sostegno al cessate il fuoco, oggi i colloqui con il Re di Giordania, Abdullah II, che ha a sua volta invitato gli Stati Uniti a fare pressione su Tel Aviv affinché ottenga uno “stop alle armi immediato” per evitare “ripercussioni catastrofiche” del proseguimento delle ostilità.

 A corroborare comunque le buone intenzioni del segretario di Stato ci sarebbero oggi le indiscrezioni della Cnn secondo cui Israele starebbe entrando in una nuova fase di guerra in cui le Forze di Difesa Israeliane, Idf, starebbero rivedendo la posizione “distruzione totale di Hamas” a favore di un ‘indebolimento’ invece del potere nella Striscia dell’organizzazione islamista.

Blinken intanto, dopo la tappa di Amman, che ha incluso anche una visita un centro del Programma alimentare mondiale nella capitale giordana, sta per volare a Doha, in Qatar, e poi stasera sarà negli Emirati, ad Abu Dhabi per altri colloqui con gli alleati arabi. Domani sarà in Israele e poi sarà la volta dell’Egitto. “Vogliamo essere sicuri che i paesi che la pensano allo stesso modo utilizzino i loro legami, la loro influenza, i loro rapporti con alcuni degli attori che potrebbero essere coinvolti per mantenere il controllo delle cose, per garantire che il conflitto non si estenda”, ha affermato il segretario Usa, ieri in Grecia.

La guerra tra Israele e Hamas, entrata nel suo quarto mese, fa temere un’esondazione con l’aumento della violenza non solo al confine israelo-libanese, ma anche in Iraq, Siria e nel Mar Rosso. Secondo il ministero della Salute di Hamas, le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza hanno provocato 22.800 morti, per lo più civili.

Riguardo alla ricostruzione di Gaza e alla sua governance, l’argomento sarà al centro delle discussioni tra il capo della diplomazia americana e i suoi partner arabi. In questo un ruolo particolare potrebbe svolgerlo la Turchia, e proprio di questo ha parlato ieri il rappresentante Usa con Erdogan.