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Le profonde radici nella storia della mandragola

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Mandragora Autumnalis,

La Mandragola (o Mandragora) è una pianta mediterranea dalla distribuzione incerta. Fin da tempi antichissimi ha suscitato l’interesse di medici, botanici, scrittori e addirittura stregoni. I sui principi attivi e la forma antropomorfa delle sue radici hanno contribuito a far sorgere numerose leggende sui suoi presunti “poteri” magici.

Pianta magica, afrodisiaco, allucinogeno, anestetico, medicinale: queste sono alcune delle proprietà che nella storia sono state attribuite alla mandragola, tra tutte le erbe officinali è forse quella che più ha colpito l’immaginario dell’uomo entrando a far parte di una miriade di leggende e miti.
La Mandragola (Mandragora sp.) è una pianta dalla distribuzione incerta, appartenente alla famiglia delle Solanacee e condivide con altre specie di questa famiglia (Atropa belladonna, Nicotiana sp., Datura stramonium...) un elevato contenuto di principi attivi che, a basso dosaggio, possono avere proprietà officinali. È diffusa in tutto il bacino mediterraneo dove è conosciuta da millenni, come testimoniano anche le più antiche tracce storiche risalenti al II millenio a. C.

Due diverse specie

Si distinguono due diverse specie: la Mandragora autumnalis e la Mandragora officinarum anche detta “di primavera” per il suo periodo di fioritura. La prima è una specie mediterranea in senso stretto con areale limitato alle coste mediterranee. In Italia si spingeva a nord fino a Lazio e Abruzzo, ma in queste regioni, come anche in Campania, non è più stata ritrovata, mentre è ancora segnalata più a sud e sulle isole. La distribuzione italiana di Mandragora officinarum invece è più incerta e fonti diverse danno indicazioni parzialmente contrastanti. Si tratterebbe di una specie alloctona casuale ossia non indigena e presente soprattutto nel nord-est della penisola in particolare in Trentino – Alto Adige.

L’etimologia del nome

L’origine etimologica è dibattuta, ma la teoria più accreditata fa risalire il nome al termine persiano mardum-giâ “l’erba dell’uomo”. Lo stesso riferimento simbolico si ritrova anche nell’origine medievale della parola tedesca con la quale veniva indicata la pianta: mann-dragen (“figura di uomo”). Secondo altre ricostruzioni la parola greca μανδραγόρας porterebbe in sé la radice sanscrita “MAD-” ossia inebriare.
Non è un caso che entrambe le etimologie rimandino alle caratteristiche principali della mandragola, quelle che hanno contribuito a creare e alimentare i miti che aleggiano attorno ad essa: la sua forma e i suoi “poteri”.

Un’aura magica

Se la mandragola si presenta come una comune pianta erbacea alta circa 30 centimetri con foglie a rosetta, fiori peduncolati e frutti a bacca, la sua vera particolarità, origine del suo fascino, si trova sotto il terreno. La sua radice a fittone, biforcuta e ramificata, infatti, ha una forma vagamente antropomorfa, caratteristica che ha contribuito a far attribuire alla pianta poteri soprannaturali.
Le proprietà della mandragola erano già note ai tempi degli egizi, che la utilizzavano per lozioni e unguenti dal potere anestetico, ma è soprattutto con i greci e i romani che acquista un’aura magica e addirittura mitica. Tra i romani, ad esempio, era diffusa la credenza che le radici della pianta ospitassero un demone. Sradicandola, l’urlo del demone, al momento di uscire dalla terra, sarebbe stato così lancinante da causare la morte di chi si trovasse nei paraggi. Il famoso botanico greco Teofrasto nel suo Historia Plantarum informa del complicato rituale necessario per estrarre la mandragola senza rischiare la vita: dopo aver tracciato tre segni a forma di croce sulla pianta, la si legava con una corda al collo di un cane, che veniva poi fatto correre fino a estirparla. Il raccoglitore poteva così mettersi al sicuro, tappandosi le orecchie ed evitare di essere travolto dall’urlo lancinante del demone che si prendeva, però, la vita del cane. Anche in questo caso il mito ha probabilmente origine dalla trasfigurazione della realtà: la difficoltà di sradicare la pianta è, infatti, risaputa.

Nel Medioevo il mito della mandragola si arricchisce di ulteriori significati: da potente ingrediente per numerose pozioni magiche fino a pianta infernale. La riscoperta dell’esoterismo contribuisce a diffondere tali credenze e la mandragola diventa un elemento fondamentale nei tentativi di teurghi, maghi e alchimisti di ricreare la vita partendo dalla materia inanimata. È in questo periodo che nei testi alchemici si diffondono miniature e immagini che ritraggono la pianta e la sua radice con delle vere e proprie sembianza umane; le foglie e i fiori a ricordare la capigliatura mentre la radice con la sua caratteristica biforcazione a richiamare il tronco e le gambe del corpo umano.

La mandragola tra realtà e leggenda

Realtà e leggenda si inseguono nella storia della mandragola, dove la forma antropomorfa si unisce ai principi attivi contenuti nella pianta, creando lo scenario in cui si fondono le sue proprietà reali e immaginate. La mandragola contiene un alcaloide tropanico ad azione simile a quella di atropina, josciamina e scopolamina, metaboliti secondari in grado di avere effetti fisiologici che, in piccole quantità, trovano utilizzo in medicina. Queste caratteristiche officinali hanno reso la mandragola una delle piante più utilizzate nella farmacopea occidentale. Citata dallo stesso padre della medicina Ippocrate che, come numerosi suoi contemporanei, ne descriveva le proprietà anestetiche e analgesiche. Anche la sua azione psicotropa era ampiamente riconosciuta, così come gli effetti dannosi del sovradosaggio.
Numerosi scritti spiegano come ottenere i risultati desiderati: annusando le bacche oppure lasciando macerare la radice nel vino o ancora facendola cuocere o bollire. Più difficile da definire, invece, è l’origine della leggenda che vuole la mandragora come propiziatrice della fertilità, mito presente in numerose tradizioni popolari le cui tracce si trovano anche nell’Antico Testamento.
A partire dal 1500 l’aura magica che circonda la mandragola inizia ad attenuarsi. Nei suoi Discorsi il medico senese Pietro Andrea Mattioli commenta le opinioni di illustri botanici riportando le proprietà analgesiche, anestetiche e ipnotiche della pianta, ma derubricando a semplice favola per gli sciocchi e i popolani la teoria che nelle sue radici vivesse un demone e non si potesse sradicare senza subirne il maleficio. Anche Niccolò Macchiavelli si prende gioco delle “virtù” della pianta nella sua commedia La Mandragola, dove una pozione a base della famosa radice viene utilizzata da Callimaco come pretesto per poter giacere con l’amata Lucrezia con il consenso del marito Nicia.

Un mito che continua ai giorni nostri

Non per questo, comunque, la pianta perderà il suo fascino e cesserà di ammaliare con il suo mito. Amuleti e decotti continueranno ad essere venduti come portafortuna o afrodisiaco e la sua leggenda ispirerà poeti, autori e drammaturghi: addirittura Shakespeare ne fa riferimento in più di una sua opera. Le profonde radici nella storia della mandragora ne hanno fatto una delle piante più temute e cercate fin dai tempi degli egizi e ancora oggi il suo fascino non è del tutto estinto. Recentemente la radice della mandragora si è guadagnata un ruolo anche nella storia del cinema. Ne Il labiritno del Fauno è la mandragola che guarisce temporaneamente la madre della protagonista, mentre nella lezione di erbologia in Harry Potter e la camera dei segreti i giovani aspiranti maghi imparano a trapiantare la mandragora, naturalmente muniti di grossi paraorecchie per evitare di essere storditi dall’urlo delle sue radici.

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Le profonde radici nella storia della mandragola ultima modifica: 2019-04-15T12:14:14+02:00 da Redazione Rete 7