Le ragioni che hanno spinto Macron a scegliere Borne per la guida del governo

AGI – La nomina di Elisabeth Borne alla carica di primo ministro è anche il risultato di una serie di pressioni esercitate lo scorso fine settimana sul presidente Emmanuel Macron da una parte della sua maggioranza contraria alla prescelta, Catherine Vautrin, della destra tradizionalista. È questo il retroscena principale della scelta operata dal titolare dell’Eliseo, tre settimane dopo la sua elezione, mettendo fine solo ieri a una lunga attesa e a numerose speculazioni.

Il quotidiano Le Figaro propone la “storia segreta delle 48 ore al termine delle quali Macron ha rinunciato a nominare l’ex Les Républicains Vautrin”. Dopo tre decenni di nomine maschili a Matignon, alla fine la scelta del presidente è caduta sulla sua ex ministro del Lavoro, prima ancora della Transizione ecologica e dei Trasporti, 61 anni, studi al blasonato Polytechnique, nome storico del Partito socialista poi fedelissima di Macron.

“Macron dà anche l’impressione, cosa rara, di aver ceduto alla pressione. Quella che, come confessato da diverse personalità vicine, ha subito durante tutto il fine settimana”, ha scritto Le Figaro. Il quotidiano di destra ha riferito di una “fronda interna” di esponenti della maggioranza e di amici di Macron, che lo avrebbero bombardato di messaggi per esprimere la loro opposizione alla figura di Vautrin, ex ministro di Jacques Chirac.

Le accese critiche hanno riguardato per lo più la sua posizione contraria al matrimonio per tutti, la sua vicinanza a Eric Ciotti e l’incarico di portavoce di Nicolas Sarkozy. “Fino all’ultimo minuto avrebbe dovuto essere lei, ma per molti la sua nomina avrebbe significato abbandonare il progressismo, essenza del nostro Dna, il nostro marchio di fabbrica”, ha testimoniato un consigliere dell’Eliseo.

Per i vertici di En Marche, la scelta di Vautrin avrebbe significato un “inizio di quinquennio all’insegna della diffidenza con una parte della maggioranza”. A spingere contro Vautrin sono stati l’influente segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, il presidente dell’Assemblea nazionale, Richard Ferrand, e il leader del partito MoDem, Francois Bayrou.

Per loro era troppo a destra e senza esperienza di governo recente. Dello stesso parere il leader di En Marche, Stanislas Guerini, e il patron degli eurodeputati Renaissance, Stéphane Séournè. “È stato un omicidio orchestrato da alcune figure influenti e da esponenti di maggioranza più a sinistra per conservare il potere. Volevano una tecnocrate del Partito socialista mentre il presidente Macron voleva un’eletta con esperienza di terreno“, ha commentato un responsabile politico vicino a Vautrin. Alla fine Macron ha ceduto, rinunciando alla colorazione del “gollismo sociale” che voleva per il suo governo del secondo mandato, optando invece per un profilo più consensuale, “in grado di rabbonire la sinistra, ma senza spaventare la destra”, fa notare Le Monde.

In realtà Macron aveva puntato su Borne sin dal 28 aprile, giorno in cui si è tenuto il primo consiglio dei ministri post presidenziali e aveva avuto un colloquio privato all’Eliseo per valutare i suo futuro. Anche se Borne era al primo posto sulla lista dei ‘papabili’ a Matignon, il presidente riconfermato ha “avuto necessità di tirare su altre ipotesi per essere certo che la sua prima scelta fosse quella buona. Alla fine ne ha avuto due, ma non aveva promesso niente, a nessuna delle due”, ha detto a Le Figaro una figura della prima cerchia di Macron.

Ricevuta molto presto dal presidente, Borne si sarebbe poi stupita di non avere più avuto altri confronti con lui né riscontri dopo il loro primo colloquio. Per diversi esponenti di spicco di En Marche, in particolare quelli più a sinistra, Borne è la personalità che meglio rappresenta “la maggior parte delle grandi trasformazioni del primo mandato”, oltre ad avere una conoscenza approfondita dei partner sociali, a cominciare dai potenti sindacati, con i quali ha organizzato la gestione del lavoro durante la pandemia di Covid-19.

In diverse occasioni è stata presentata come “la ministra delle riforme impossibili rese possibili”, formula coniata lo scorso dicembre dal capofila del partito di Macron, Chrisophe Castaner. Se per uno stratega dell’Eliseo il nome di Borne, ex consigliera di Lionel Jospin, “potrebbe essere uno spauracchio per parte dell’elettorato di Macron a destra”, la delusione potrebbe essere compensata dal fatto che “le sue conoscenze potrebbero essere utili per gestire il dossier delle pensioni”, uno dei più scottanti del secondo quinquennio.

Ora che Matignon è stato affidato a Borne, la stampa d’Oltralpe fa riferimento a “una nuova offensiva dietro le quinte per cercare di ottenere l’appoggio degli ultimi in bilico tra Les Républicains, per recuperare alcune figure di sinistra per presentare una prima ossatura di governo entro mercoledì e completarla entro un mese”.

Da un lato c’è la sfida della formazione dell’esecutivo, con Sanità, Istruzione e Lavoro destinati a diventare i tre ministeri più importanti, come quello della Pianificazione ambientale, che dipenderà direttamente da Matignon, scisso in due sotto ministeri ad hoc: Pianificazione territoriale e Pianificazione ambientale. Dall’altra c’è la scadenza cruciale delle legislative del 12-19 giugno e la necessità di conquistare la maggioranza all’Assemblea nazionale, con la convinzione già espressa da diversi esponenti di En Marche che la neo premier “ha la fermezza necessaria e le qualità giuste per portarci alla vittoria”.

Borne dovrà però fare i conti con una parte della sinistra che non gli perdona di essere passata dalla parte di Macron e con le componenti più a destra della maggioranza presidenziale. Appena nominata, la prima donna ad entrare a Matignon dal 1991 è già stata soprannominata “Piano B”, proprio come l’iniziale del suo cognome, ad indicare che si tratta di una opzione senza rischio che, però, non desta grande entusiasmo e molte critiche, anche perché nel segno della continuità. Per diversi analisti politici, se Macron ha atteso a lungo per ufficializzare la sua scelta, è stato per lasciare un “tempo di respiro democratico” ad una Francia divisa come non mai.