Le tensioni nella maggioranza sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil

AGI – Giornata di tensioni interne alla maggioranza in Senato, quella di ieri, sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil.

Dopo il fallimento della mediazione tentata nella riunione con i rappresentanti del governo, lunedì sera, la maggioranza ieri si è divisa sull’ordine del giorno al decreto Ucraina, presentato da Fratelli d’Italia, davanti alle commissioni Esteri e Difesa, riunite in seduta congiunta, nel giorno in cui, anche dopo l’incontro con Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio ha messo in chiaro che il governo “non ha alcuna intenzione di mettere in discussione ma rispetterà e ribadirà con decisione gli impegni Nato”.

L’odg di FdI, prima firmataria la senatrice Isabella Rauti, faceva riferimento a quello ‘gemello’ già approvato dalla Camera e impegnava il governo a “dare seguito” alle dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla “necessità di aumentare le spese per la Difesa puntando al raggiungimento dell’obiettivo del 2% del Pil”.

Il testo è stato accolto dal governo senza alcuna riformulazione: favorevoli Pd, Italia viva, Lega e Forza Italia. FdI, che è all’opposizione, ha deciso di non richiedere di mettere l’odg al voto. Richiesta, quest’ultima, che è stata avanzata, invece, dai partiti di maggioranza contrari all’aumento della spesa, M5s e Leu. Ma che la presidente della commissione Difesa, la dem Roberta Pinotti, non ha potuto accogliere, dal momento che, in base al regolamento del Senato, solo il ‘proponente’ – quindi FdI – può chiedere di mettere in votazione l’odg.

“È inaccettabile che il governo abbia deciso di accogliere l’ordine del giorno di FdI sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil entro il 2024 malgrado la forte contrarietà della principale forza di maggioranza”, hanno protestato la vicepresidente del M5s Paola Taverna e i senatori Vito Crimi, Gianluca Ferrara, Ettore Licheri, Andrea Cioffi e Gianluca Castaldi, mentre era in corso l’incontro programmato sul tema tra Draghi e Conte.

“Malgrado la nostra insistente richiesta, la presidente della commissione Difesa Roberta Pinotti non ha voluto metterlo ai voti – hanno aggiunto i pentastellati – di cosa ha paura? Forse dopo le parole di Papa Francesco temono che in molti abbiano un rigurgito di coscienza e si oppongano a questa scelta scellerata? Di cosa ha paura il Governo? La forza di un Paese non si misura con il numero di carri armati e cacciabombardieri, ma con la solidità economica delle proprie imprese, con il benessere dei suoi cittadini, con la capacità di resistere alle crisi economiche ed energetiche”.

Immadiata la replica della capogruppo dem a Palazzo Madama, Simona Malpezzi: “La decisione della presidente della commissione Difesa sull’ordine del giorno di FdI è ineccepibile – ha rivendicato – inattaccabile. Inviterei tutti a usare toni diversi. Ricordo, tra l’altro, che stiamo parlando di un ordine del giorno – già approvato alla Camera – che nulla aggiunge agli accordi presi in sede internazionale nel 2014 e ribaditi da tutti i governi che si sono succeduti”.

“Dopo il parere favorevole del governo noi abbiamo rinunciato, mentre 5 stelle e Leu volevano il voto”, avevano ‘denunciato’ gli esponenti di FdI, Rauti e Luca Ciriani, uscendo dalla commissione. “Non c’era motivo di chiedere il voto perché l’odg non era fatto per mettere in crisi la maggioranza ma una affermazione di principio”, avevano sostenuto.

“Ora che l’ordine del giorno fa parte integrante del decreto chi ha chiesto il voto si deve chiedere se in Aula voterà il decreto o no”, aveva aggiunto Ciriani, secondo cui è “inevitabile che il governo ponga la questione di fiducia”.

“L’odg non era strumentale – aveva insistito – abbiamo raggiunto il nostro obiettivo in coerenza con il nostro programma elettorale. Paradossalmente, erano loro, 5 stelle e Leu, che volevano spaccare la maggioranza”.

In serata, la conferenza dei capigruppo ha deciso che l’iter del provvedimento proseguirà nelle commissioni e poi passerà all’esame dell’Aula, oggi alle 18, anche se non dovessero terminare i lavori delle commissioni. Per poi procedere giovedì al voto finale sul decreto, su cui il governo si riserva comunque di porre la questione di fiducia.