L’oro olimpico di Constantini-Mosaner e il senso del doppio misto

AGI – Alzi la mano chi, seguendo l’olimpico cursus honorum che si è concluso con l’oro di Stefania Constantini e Amos Mosaner nel curling a Pechino non ha ricavato una sensazione simile a quella che Monsieur Lacoste deve aver provato quando Madame Lenglen gli suggerì di impugnare la racchetta in un altro modo permettendogli di vincere molto più di quanto sarebbe riuscito a fare con una continental classica.

Lenglen, tennista in gonna plissettata che ha fatto impazzire mezzo mondo negli anni ’20 è stata probabilmente la migliore di tutti i tempi laddove il termine “migliore” comprende non solo i titoli vinti ma anche che tipo di personaggio si è stati nella propria epoca. Giocò il doppio misto nel tennis con tutti e quattro i moschettieri di Francia: Brugnon, Lacoste, Borotra e Cochet, i quattro che ancora oggi sono il simbolo ideale dei Gesti Bianchi.

Borotra sentenziò un giorno, a fine carriera: “A Suzanne dobbiamo molti dei nostri successi”.  Perché lungi dall’essere il lato debole della formazione, Lengle interveniva sulle strategie da seguire in campo, dettava i movimenti e le regole. Così come Constantini con Mosaner: lei determinata e gelida alla bisogna, lui silenzioso e pronto alla fatica dello sweeping (con una dedizione coniugale) e alla bocciata di forza quando il gioco lo impone.

Lui che nell’ultimo end cede alla tensione e spedisce una stone virtualmente in mezzo al pubblico (per fortuna no visto che pesano 20 kg l’una); lei che invece va all’ultimo lancio, non permette nemmeno ad un labbro di tremare e si appoggia alla stone norvegese conquistando il punto che vale l’oro.

La donna del doppio misto non è fragilità al fianco della potenza. È il paradigma sportivo del mutamento sociale che vede la figura femminile più al centro di quanto sia mai stata nella storia. Non più mater familias, magari, ma di certo mater sportiva.

Non è un caso se il doppio misto abbia fatto la sua comparsa ai Giochi Olimpici solo ad Atlanta nel’96 e non nel tennis, ma nel badminton, terza disciplina sportiva più praticata nel pianeta. Si trattò del primo podio di uno sport olimpico praticato insieme da una donna e un uomo. The times are changin’, i tempi stavano cambiando e al Cio se ne sono accorti con un lieve ritardo. Ma a Losanna, si sa, gli orologi spesso camminano più adagio rispetto alla Storia.

Pochi mesi fa, a Tokyo, Ruggero Tati e Caterina Banti hanno vinto il primo oro “misto” per l’Italia, nella vela: una disciplina dove l’armonia è ancora più necessaria che nel curling per conquistare qualche risultato. E pensare che quando, nell’Inghilterra di fine ‘800, il doppio misto iniziò a essere praticato altro non era che un’occasione per le coppie sposate di praticare qualcosa insieme la domenica, o, per i single, di provare a a “rimorchiare”.

Lo straordinario successo della coppia azzurra a Pechino ci dice che ormai lungi dall’essere un ripiego, il concetto di misto è forse il più avveniristico che ci sia. Ci vuole capacità di comprensione e sacrificio, occorre saper comunicare e trattare. Ciò che dovrebbe essere tutto lo sport, insomma. Anche quando le cose non vanno come dovrebbero: ricordate l’incidente in cui Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio incorsero, nella danza, a Torino 2006 quando ancora avrebbero potuto arrivare a medaglia? Quello sguardo inceneritore di Barbara che sarebbe diventato uno dei top trend della storia del pattinaggio ai Giochi? In fondo si è mai visto qualcosa di più umano di così?

E poi, tutto sommato, per i maschietti è molto bello pensare che anche dopo un lancio a vuoto di Amos arriverà sempre un tocco di Stefania a salvare la situazione. E per le donne sapere che dopo il suo errore Amos non si piange addosso ma si rimette in carreggiata Mica solo su una pista ghiacciata per il curling.