Milan, subbuteo e Dylan Dog. Letta racconta Enrico

(AGI) – Roma, 30 lug. – I fumetti e il Subbuteo, il Milan e l’Europa. è Letta che racconta Enrico, quello che si inoltra nei meandri della memoria fino all’infanzia passata a Strasburgo dove ha iniziato a coltivare l’amore per l’Europa intesa come entità politica.

A scorrere le interviste del segretario del Partito Democratico si riesce a ricostruirne l’immagine di uomo, con le sue passioni e anche le sue insicurezze. “Papà aveva la passione per la tecnologia tedesca, aveva questo maggiolone verde con cui partimmo per Strasburgo”, racconta Letta in una intervista rilasciata a pochi mesi dal suo arrivo al Nazareno: “Si trasferì a Strasburgo con tutta la famiglia perché era la capitale europea del suo campo specifico, il calcolo delle probabilità.

L’infanzia a Strasburgo

Una persona pensa al Totocalcio, al Lotto…Invece ci diceva di non giocare perché era tutto studiato per non farti vincere”. Non avrà vinto alla lotteria, Enrico Letta, ma Strasburgo ha rappresentato per lui uno spartiacque: “Questo trasferimento a Strasburgo fu fondamentale: io ho fatto tutte le scuole elementari lì ed era un altro mondo.

Fu una scelta che mi ha cambiato la vita e di cui sono grato. A quell’epoca”, racconta ancora il leader dem, “Strasburgo era un posto strano per gli italiani: c’erano tanti italiani immigrati che facevano lavori di fatica e poi c’erano i diplomatici”, racconta Letta nello studio di Serena Bortone, a Oggi è un altro giorno, nel 2021.

“C’era un parroco, don Piero Marchetti, che nella sua chiesa accoglieva l’ambasciatore e il lavoratore emigrato. Per questa ragione ho molta attenzione per chi emigra”.

Ma determinante, per Enrico Letta, è stata anche la figura materna da cui ha ereditato il legame viscerale con la Sardegna: “Mia mamma è sarda, ho una fortissima origine sarda alla quale sono molto legato. Sono figlio dell’Italia intermedia, mia madre veniva da Sassari, mio padre da Avezzano e io sono nato a Pisa. Tutti centri medi o piccoli”, osserva il segretario che continua con il suo viaggio nei luoghi dell’anima.

Il legame con la Sardegna

“Nella mia famiglia si parlava tanto del terremoto in Abruzzo”, terra d’origine della famiglia paterna: “Ad Avezzano il terremoto aveva distrutto tutto. Mia madre dalla Sardegna arriva a studiare a Pisa perchè mio nonno materno era toscano. Da militare andò in Sardegna, a Porto Torres e lì si innamorò di mia nonna. Mia madre mi ha trasmesso l’attenzione per l’emancipazione femminile e l’amore per la cucina. La Sardegna per me è veramente tanto, ci ho passato mesi e mesi perchè quando la scuola finiva a fine maggio e ricominciava al primo di ottobre, andavamo in Sardegna e lì passavamo quattro mesi fra Sassari, Porto Torres e la Gallura. Mio nonno era dottore agronomo e aiutava i contadini a rimettere a posto i muretti a secco per delimitare gli stazzi, cioè i campi. C’era da fare la riforma agraria, bisognava accelerare e mio nonno diceva a questi contadini di sbrigarsi. Al che i contadini dicevano: dottore, fra cent’anni qualcuno passerà di qui e guarderà questo muretto, dirà se è fatto bene o male, e io lo voglio fare bene perchè non abbiano a dire che non sono capace”.

Dalla Sardegna a Pisa: il collegamento con la professoressa Turbante, insegnante di scienze, fa “aprire il cuore” ad Enrico Letta costretto ad ammettere di non essere mai stato portato per le scienze.

Gli anni del liceo

I complimenti del suo insegnante di Religione, che ricorda i volantinaggi davanti ai cancelli dell’istituto, sono invece paradigmatici di quello che accadrà al Letta adulto: “Studiava da premier“, dice l’insegnante. E Letta conferma: “Giocavo tanto a pallone, a pallacanestro, ma è vero che avevo questa passione per la politica e le elezioni scolastiche furono il primo cimento politico. Vincemmo e per un periodo la mia classe esprimeva tre rappresentanti su quattro in consiglio di istituto. Questo servì perché quando si trattò di inventare la prima gita all’estero, la sperimentammo in classe mia, in Grecia. Giocammo a pallone anche lì, in Grecia, ricordo una gita bellissima e stancante: andammo in pullman fino a Brindisi, poi il traghetto, le montagne per arrivare ad Atene”.

Anno scolastico 1984-1985, è quello del diploma e il registro scolastico recita: “Intelligenza duttile e vivace, ottime capacità di organizzazione, attenzione all’attualità politica…”.

La maturità per Letta è stata una passeggiata, non tanto o non solo per il suo amore per lo studio, quanto per un piccolo colpo di fortuna: “Ora lo posso dire perchè è prescritto: alla maturità del mio anno si portavano due materie e io fui tra i fortunati che ebbero la due materie previste, mentre altri ebbero il cambio di materia. Se fosse capitato a me il cambio di materia sarebbe stato un disastro. Io portai filosofia e greco, sono stato fortunato perché le sapevo bene”.

Andreatta, più di un mentore

Tanti insegnanti, per Letta, ma un solo Maestro. Beniamino Andreatta è stato molto più di un mentore per il segretario del Pd. Un padre politico, verrebbe da dire a giudicare dalle parole colme di affetto e tristezza che Letta riserva allo storico esponente della Democrazia Cristiana: “E’ mancato 15 anni fa. Manca sempre: la lucidità e la capacità visionaria. è stato il privilegio maggiore della mia vita incontrarlo”, dice Letta interpellato dall’AGI.

Dall’ex ministro, il segretario Pd assimila innanzitutto lo stile politico improntato alla mitezza, al senso della misura e alla sobrietà. Non solo: Letta eredita anche la guida dell’Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione che raccoglie intellettuali, politici e imprenditori che si misurano sui temi dell’economia e che è diventata nel tempo il quartier generale del segretario dem.

Il legame con Andreatta è tenuto in vita anche dall’amicizia con Filippo, figlio di Beniamino e fidato consigliere del segretario dem. Ad accompagnare questo viaggio all’indietro nel tempo sono i soliti due colori, il rosso e il nero del Milan.

Ma anche il giallo e il rosso della Roma, per cui Letta nutre una simpatia dettata dal fatto di vivere nel quartiere di Testaccio, roccaforte romanista per antonomasia.

Mutuato dall’amore per il calcio è anche quello per il Subbuteo. Una delle iniziative politiche rimaste nella memoria di chi conosce il leader dem è quella che tenne ormai 15 anni fa a Dro, in provincia di Trento, dove fra tink tank e workshop organizzava tornei di calcio-tavolo.

L’amico fraterno, Enrico Bertolino, ricorda le partite a calcetto con il segretario Pd: “Partite meravigliose in cui c’erano trenta riserve e quando c’era da lasciare il posto a qualcuno, Enrico Letta fingeva di farsi male, elegantissimo”.

L’uscita da Palazzo Chigi

Parole che Letta conferma con un riferimento autoironico alla sua storia recente: “Sono bravissimo a uscire, ad entrare un pò meno…”. Il riferimento è a quel passaggio della campanella a Palazzo Chigi con Matteo Renzi.

“Facevo anche i giochi della gioventù e per marinare la scuola avevo scelto la specialità in cui si potevano fare più tappe. Io avevo scelto la corsa a ostacoli che non voleva fare nessuno, però mi permise di andare avanti fino alle provinciali e questo mi permise di marinare la scuola più volte”.

Ecco, la corsa: “Ho corso troppo e mi sono trovato a Palazzo Chigi senza aver pensato a cosa avrei fatto quando sarei stato lì”, sottolinea Letta guardando alla sua esperienza da premier, finita con la sfiducia in direzione da parte del suo stesso partito, guidato da Matteo Renzi.

Quel periodo a Palazzo Chigi ha rappresentato “un frullatore che mi ricordo come angosciante. La leggerezza l’ho ritrovata dopo. Per me è stato fondamentale uscire. La brutalità del passaggio a Palazzo Chigi è stata fondamentale perché mi ha obbligato a guardarmi dentro e dire ‘vediamo se riesco a fare altro nella vità. È qui che è tornato utile il regalo”, rappresentato dai giovani di Sciences Po: “Sono stati sette anni bellissimi. Ora non ne posso più della retorica, non reggo le liturgie e le ipocrisie della politica, sono diventato insofferente. Un’altra cosa che non reggo più è quando mi dicono: questo non si può fare. Stare con i giovani italiani mi ha fatto capire tante cose, innanzitutto che i ragazzi italiani sono migliori del mondo, sono più bravi degli altri ad adattarsi e trovare le soluzioni”.

Da Parigi, Letta è tornato con una squadra di giovanissimi che ha inserito nel suo staff. Ma sui giovani il segertario dem continua ad investire. Lo fa con la Scuola di Politiche diretta da Antonio Nicita che offre corsi gratuiti a ragazze e ragazzi di tutta Italia e che, dal 2015 al 2022 ha formato circa 200 giovani alla politica.

Alcuni di questi, una decina, sono ora impegnati nell’organizzazione della campagna elettorale. Ultima tessera del puzzle che compone l’uomo Enrico Letta sono i fumetti. Asterix e Tin Tin e Luky Luke.

La passione per Dylan Dog

Ma il suo preferito è Dylan Dog: “Mi piace, è fichissimo”, si illumina il segretario a parlarne: “è debole ma determinato, è ironico, autoironico, non si prende mai sul serio. è quello che avrei voluto essere o quello che potrei essere in un’altra vita”, spiega ancora Letta parlando dell’indagatore dell’incubo: “Io sogno tanto e molti sono incubi: sogno di perdere un aereo, ad esempio. O trovarmi alla frontiera senza giacca e portafoglio. Sogno serpenti. Però quando mi sveglio la mattina li ho presenti, ci ripenso, li riguardo. È segno di un certo senso di inadeguatezza, penso, ma è anche il pensiero fisso a chi parte, a chi emigra, a chi si trova in difficoltà. Mi dicono che sono molto freddo, che non lascio trasparire le mie emozioni, cerco di evitare di mettere in imbarazzo gli altri tirando fuori emozioni che non hanno molto senso. Ma sono anche uno a cui piace molto ridere e scherzare con gli amici. Invece mi fa arrabbiare una certa ipocrisia”.