“Mio padre, che non voleva lasciare il suo orto ed è stato ucciso dai russi” 

AGI – Milano, 15 mar. –  “Mio padre non voleva lasciare la sua casa, quando glielo abbiamo proposto si è rifiutato di farlo. Amava il suo giardino e voleva prendersi cura dei suoi pomodori e vederli maturare. Mi ripeteva che non avrebbe permesso a Putin di portargli via questo desiderio”.

Maria Semykoz, imprenditrice di 33 anni, racconta all’AGI di come suo padre Mykola sia stato ucciso a 78 anni dalle forze russe ma anche del messaggio “di libertà e dignità” che lei vuole portare nel mondo in suo nome. Il profilo twitter di questa giovane donna ucraina è diventato in queste settimane di guerra un ‘check point’ di speranza nelle atrocità per migliaia di frequentatori del social network.

“Era uscito a caricare il telefono” 

“Papà è stato ucciso l’8 marzo a Severodonetsk mentre attraversava una strada della città in cui ha vissuto per 50 anni. La zona in cui vivevano i miei genitori non aveva elettricità da quando è iniziata la guerra con la Russia. Le batterie dei loro telefoni erano esaurite, non potevano comunicare con noi e con nessun altro. Allora mio padre ha deciso di uscire a cercare un posto dove caricare il telefono”.

E’ in quel momento che Mykola va incontro al suo destino. “Erano iniziati i bombardamenti dell’artiglieria russa e lui è stato colpito da un frammento alla testa”. Maria e la madre lo hanno cercato per due giorni camminando in lungo e in largo. “Non avevamo idea di cosa gli fosse successo. Potevamo cercarlo solo noi perché, a causa degli intensi bombardamenti, le missioni di soccorso erano sospese. Ho postato su tutti i social media la notizia della sua scomparsa, in tanti hanno cercato di aiutarmi a trovarlo. Dopo due giorni mi è arrivato un messaggio in cui mi veniva comunicato che il suo corpo era nell’obitorio locale. Non abbiamo potuto seppellirlo in modo adeguato, come tutti è finito in una fossa comune”.

“Ha sempre sostenuto l’indipendenza dell’Ucraina”

L’ultima volta che aveva parlato col fratello di Maria gli aveva detto: ‘Non preoccuparti, stiamo bene. Siamo a casa e mangiamo borsch (una ministra di barbabietola tipica ucraina, ndr)’. Maria vuole scolpire la figura del padre come esempio: “Era un ingegnere e lavorava molto duramente, non prendeva mai un giorno libero. Per lui era importante dare a noi bambini una buona educazione. Ha sempre dato la priorità agli investimenti in libri, corsi, viaggi di istruzione rispetto a qualsiasi cosa materiale. Mi ha permesso di ottenere un’istruzione di alta qualità, diventare una cittadina del mondo, crescere e trasformarmi in un’ imprenditrice di successo”.

La sua passione “erano la natura e il giardinaggio. Trascorreva molto tempo nella sua piccola fattoria. Dava da mangiare a cani e gatti randagi, ossa e avanzi di carne li metteva in un congelatore per i suoi amici a quattro zampe”. Nel rifiuto a lasciare la sua città quando è scoppiata la guerra, “c’era il suo amore per l’Ucraina di cui da sempre sosteneva l’indipendenza. E’ stato un esempio di dignità, onestà, duro lavoro, lealtà, amicizia e ottimismo. Un uomo molto buono, semplice, ma forte”.

L’insegnamento che lascia, prosegue Maria che da una decina di anni vive “tra Londra e Dubai” e ha creato una start up di successo per la cura delle pelle, “è che vale la pena lottare per la libertà e la dignità umana. E’ più importante dei guadagni economici o politici a breve termine. La mia richiesta alla Nato e ai governi del mondo è che si impegnino per i diritti umani facendo tutto il possibile per aiutare gli ucraini a difendere il Paese e a sconfiggere il regime. Ho promesso a mio padre che andremo coi suoi nipotini a raccogliere le mele e le albicocche quando cresceranno liberamente”.