Montanari: “Milei non sarà un Trump argentino”

AGI – Lorenzo Montanari, reggiano doc, dal 2008 negli Stati Uniti, è vicepresidente per gli affari internazionali di uno dei massimi think tank di fede reaganiana, ‘Americans for Tax Reform’ (Atr) guidato dal ‘campione’ americano della battaglia contro le tasse, il conservatore Grover Norquist. Montanari è anche Executive Director di Property Rights Alliance (Pra) ed editore dell’Indice Internazionale dei Diritti di Proprietà che questo centro di ricerca alabora annualmente.

“Lavoriamo da anni – spiega ad AGI – con la Asociacion Argentina de Contribuyentes di Jonas Torrico e con loro abbiamo promosso il patto contro l’aumento delle tasse (n.d.r. il Pawpayers Pledge)  firmato da Milei già nel 2021. Questì’impegno è stato uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale”. Campagna che Atr e Lorenzo Montanari hanno seguito passo a passo sin dalle primissime battute, quando in pochi avrebbero scommesso sulla vittoria dell’istrionico leader ultraliberista.

Il discorso d’insediamento di Milei a molti ha ricordato il “lacrime e sangue” evocato dal neo premier Churchill nel 1940. Sarà davvero ‘lacrime e sangue’ per l’Argentina? Non ritiene che il Congresso ha potrebbe ostacolare molte delle drastiche riforme annunciate? 

“Mi sento di sostenere, che oltre al famoso discorso “lacrime e sangue” di Winston Churchill ho percepito anche, a tratti, un po’ del discorso inaugurale dell’ex presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel 1933, in risposta alla crisi del 1929, soprattutto mi è venuta in mente la sua frase “l’unica cosa che dobbiamo temere è la paura stessa.” Al contrario di Roosevelt, Milei non vuole statalizzare l’economia o approvare un forte piano di sussidi sociali ma liberare l’economia dalla stretta morsa delle corporazioni sindacali e aprire il paese all’economia di mercato. Al tempo stesso, nel suo discorso inaugurale, per la prima volta nella storia pronunciato dalle scalinate del congresso, non ha voluto “vendere sogni” o promesse populiste ma raccontare la cruda realtà di un paese da decenni in bilico tra la sopravvivenza e il default economico. Frutto di 45 anni di politiche social-peroniste. “No hay plata” (non c’e’ denaro) questa è stata forse la frase più paradigmatica del suo discorso che anticipa una nuova era di responsabilità economica, “accountability”, lotta alla corruzione e all’eccessiva spesa pubblica. Il paese versa in uno stato economico comatoso e divorato dal 150 % di inflazione, dove più del 45% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e il 57% sono bambini. Secondo l’Indice della Libertà Economica l’Argentina si colloca al 144° posto su 176; mentre nell’Indice delle Barriere Commerciali l’Argentina si colloca all’80° posto su 88 paesi analizzati e al 95° su 125 per quanto riguarda l’Indice Internazionale dei Diritti di Proprietà. Certamente la vera grande sfida sarà proprio come far approvare il pacchetto di riforme liberali dal momento che la coalizione di governo non ha la maggioranza nel Congresso”.

Che rapporto c’è tra Milei e Trump? In Europa questa vicinanza è vista con preoccupazione…

“Trump non era presente all’inaugurazione ma ha espresso ammirazione per la vittoria di Milei, sostenendo il fatto che il suo acronimo “MAGA” significa, in questo caso,“Make Argentina Great Again”. Sinceramente, Milei non è Trump. Non dobbiamo confondere il suo stile comunicativo di outsider che, a tratti, ci può fare ricordare Trump. Milei, in realtà, appoggia idee molto lontane delle tipiche posizioni protezionistiche dell’ex presidente americano. Credo sia molto più corretto paragonarlo all’ex deputato ed ex candidato presidenziale Ron Paul, stella polare del pensiero libertario americano. L’Europa non deve assolutamente temere da un presidente liberale come Milei, anzi per l’Europa ma soprattutto per l’Italia credo si apra una fase di grandi opportunità di inversione economica in un paese come l’Argentina, per metà di origine italiana, proprio sulla scia delle liberalizzazioni promesse da Milei.”

Hanno impressionato alcune immagini della campagna elettorale. Ci può dire chi è veramente il nuovo presidente dell’Argentina?

“La motosega è stata parte della strategia comunicativa di successo della campagna elettorale di Milei. Ha rappresentato simbolicamente ed emotivamente la fine della corruzione, di una eccessiva spesa pubblica assistenzialista, che ha fatto sì che la politica non fosse al servizio dei cittadini ma, al contrario, i cittadini al servizio della politica. E proprio il primo decreto, firmato da Milei, ha tagliato e ridotto la lunga lista dei ministeri da 19 a 9. Milei è un economista libertario molto vicino alla scuola austriaca dei Mises e Von Hayek. È un imprenditore e un ex Tv pundit che ha saputo captare e interpretare il malessere della gente di tutte le classi sociali. È stato un ‘underdog’ che ha saputo proporre una idea nuova di Argentina basata sulla libertà della persona dallo strapotere ingerente dello stato. Ha dato una visione e una speranza a un paese che aveva perso la fiducia in sé stesso. Milei è stato il primo presidente, fuori dagli Stati Uniti, a vincere le elezioni dopo avere firmato il patto sulle tasse, proposto dall’Asociación Argentina de Contribuyentes (Compromiso Con El Contribuyente ) e promettendo pubblicamente in Tv che non le aumenterà. Questa semplice quanto efficace promessa ha permesso a Milei di costruire la sua credibilità e differenziarsi rispetto al resto della classe politica”.

Crede che la liberalizzazione selvaggia e la dollarizzazione dell’economia siano mosse salva-vita per l’Argentina? 

“La dollarizzazione è l’unica soluzione al baratro di una inflazione al 150% e che potrebbe arrivare, secondo le stime, a una iperinflazione del 15.000%. La dollarizzazione è l’unica misura indispensabile per stabilizzare l’economia. Le previsioni, più moderate, dicono che l’economia argentina subirà una contrazione dell’1,8% nel 2023 e dello 0,7% nel 2024. Gli Argentini ancora ricordano l’ultima iperinflazione del 1989 dove i prezzi aumentarono del 3.079% con un aumento vertiginoso della povertà. La dollarizzazione ha funzionato benissimo in Ecuador quando l’allora presidente Jorge Jamil Mahuad Witt (1998-2000) adottò ufficialmente, nel 2000, il dollaro come moneta nazionale, stabilizzando l’economia e facendo passare il salario minimo da 49 dollari a 525 dollari. L’Ecuador passò da un tasso del 96% annuo del 2000 a un tasso d’inflazione che da 23 anni oscilla tra l’1.97% e il 3.5% uno dei più bassi nella regione latinoamericana”.

Il Fondo Monetario Interanazionale ha chiesto al nuovo presidente un “piano di stabilizzazione forte, credibile, sostenuto”. Crede che Milei riuscirà a rispondere a questa richiesta? 

“Durante il suo breve viaggio a Washington DC e New York, lo scorso 28 di novembre, Milei ha avuto ottimi incontri con l’attuale amministrazione Biden nella persona di Jake Sullivan e con alti rappresentanti dell’Imf. I mercati hanno reagito molto positivamente alla vittoria di Milei, con la borsa Argentina in rialzo del 20% il giorno dopo la sua vittoria. La forza di Milei è stata di vincere la presidenza con un programma chiaro per quanto riguarda le riforme economiche che il paese necessita, ciò che ha fatto di Milei il presidente più votato della storia argentina. Più che populista direi che Milei è un politico popolare. La stessa conversazione telefonica con l’attuale presidente dell’Imf, Kristalina Georgieva, è stata molto costruttiva sul piano di riforme strutturali dell’economia, le cui parole chiave sono: dollarizzazione, libero commercio, de-regulation, semplificazione burocratica, riduzione delle barriere commerciali, tagli fiscali e difesa dei diritti di proprietà”.

La presenza di Zelensky al giuramento è stata importante tuttavia sappiamo che una eventuale vittoria di Trump alle prossime presidenziali statunitensi cambierebbe radicalmente le priorità di Washington anche e soprattutto nei confronti di Kiev. L’Argentina di Milei come si collocherebbe rispetto alle due guerre in corso?

“La presenza di Zelensky ha sempre un forte potere simbolico soprattutto in eventi come l’inaugurazione di Milei. Non posso parlare a nome di Milei ma credo proprio, viste le sue idee, che l’appoggio verso l’Ucraina e a Israele sarà incondizionato”.

 

Come American for Tax Reform cosa vi aspettate da questa presidenza?

“Siamo stati invitati all’inaugurazione direttamente dal team di Milei come parte di una delegazione internazionale di leader liberali e conservatori. Inoltre, insieme a Grover Norquist, abbiamo avuto il piacere di incontrare la neo ministra degli Esteri, Dana Mondino, con cui abbiamo parlato di libero mercato, riduzione delle tasse, innovazione e proprietà intellettuale e, ovviamente, dei prossimi scenari presidenziali americani. Ieri abbiamo anche incontrato una quindicina tra deputati e senatori di Milei. Il 10 di dicembre rimarrà una data storica per l’Argentina che ama la libertà. La vittoria di Milei spero possa rappresentare l’ultimo “tango” del peronismo. È sicuramente la fine del paradigma assistenzialista e terzomondista di un paese che sperava di entrare più nei Brics che nell’Ocse. Con Milei tutto ciò cambia perché riporterà l’Argentina nell’alveo delle liberal-democrazie.