Morning bell: cosa si aspettano i mercati dopo l’invasione russa dell’Ucraina

AGI – Non è facile trovare una risposta, ma una cosa è certa: i mercati sono cinici, pensano ai soldi (non a caso ieri a Wall Street hanno brillato i titoli del settore della difesa), ma le Borse non sono miopi e sanno guardare anche lontano. Vedono che Putin sta vincendo la guerra in Ucraina ma non si lasciano impressionare più di tanto e a New York i listini avanzano.

Questo non significa che Wall Street scommette su Putin, anzi, il contrario. I mercati fanno capire a Putin che non si spaventano, probabilmente, secondo gli analisti, il rimbalzo di oggi è anche legato ai buyback dei big di Wall Street, in qualche modo la grande finanza e il governo Usa fanno quadrato, si alleano contro Putin, che vince in Ucraina, lo sfidano, oppure più realisticamente prendono atto che otterrà in parte ciò che vuole.

In ogni modo l’America, attraverso Wall Street lancia un messaggio a Putin, gli fa anche capire che non ha paura ma apprezza anche il fatto che la Russia verrà punita senza esagerare. Biden vara contro Mosca delle misure che congelano asset di proprietà russa per centinaia di miliardi di dollari, colpendo le attività in valuta estera delle maggiori banche tra cui la statale Vtb e Sberbank, ma non tocca né il gas, né lo Swift, il sistema che permette di scambiare le informazioni necessarie per le transazioni finanziarie da un paese a un altro. Insomma, Biden e l’Europa restano unite contro Putin, cercando di non farsi troppo male.

Putin invade l’Ucraina, stravince sul campo di battaglia, arriva alle porte di Kiev, ma i mercati salgono. Non si spaventano, sembrano quasi sfidarlo. Dopo una giornata drammatica, all’insegna della guerra e della volatilità sui mercati, Wall Street chiude in rialzo, con il Nasdaq che sale del 3,4%, lo S&P dell’1,4% e il Dow Jones dello 0,28%.

E i mercati asiatici stamattina la imitano, con Tokyo che avanza dell’1,8%, Shanghai dello 0,6% e Hong Kong giu’ dello 0,4%. I future a Wall Street calano, tra lo 0,5% e lo 0,8%, quasi non ci credessero a quello che hanno combinato la sera prima e i future sull’EuroStoxx, che pure a quest’ora sono poco attendibili, salgono dello 0,1%, dopo che ieri le Borse europee hanno chiuso in calo intorno al 3-4%, spaventate dai venti di guerra e dalla spietata avanzata dei russi in Ucraina. Insomma, ieri Wall Street ha fatto una specie di miracolo: ha rialzato la testa. Incredibilmente Microsoft, Tesla e Amazon sono salite di oltre il 4%. Che è successo? I mercati scommettono su Joe Biden che annuncia nuove sanzioni ‘soft’ contro la Russia? Oppure scommettono sul fatto che la guerra costringera’ le banche centrali a frenare sui rialzi dei tassi?

Bruxelles fa sapere che le sanzioni “senza precedenti” contro Mosca saranno innanzitutto “finanziarie”, non riguarderanno i big dell’energia e non escluderanno i russi dal sistema Swift. Insomma, ai mercati non dispiace del tutto che Putin vinca la guerra, non perché tifano per lui, ma perché guardano oltre: apprezzano che la Russia non sia stata estromessa dallo Swift, che le sanzioni siano soft, che l’Europa non verrà penalizzata eccessivamente sul gas e che le banche centrali in futuro saranno probabilmente meno aggressive. Digeriscono perfino il petrolio che vola sopra i 100 dollari, anche perché, se il greggio resterà a lungo su quei livelli, il potere d’acquisto dei lavoratori in America e in Europa scenderà, il che sarà un problema per i consumi, sarà un freno per l’economia, ma forse costringerà le banche centrali e in particolare la Fed a rivedere i loro piani sui rialzi dei tassi e a farne meno del previsto.

Fantaeconomia? Può darsi. Può anche darsi che le Borse tornino a flettere. Anzi, sicuramente lo faranno, visto che l’indice Vix, meglio noto come l’indicatore della paura di Wall Street, è in rialzo del 13,6% rispetto a venerdì scorso. Tuttavia non e’ un caso che ieri il rendimento dei Treasury, che nei giorni scorsi era sceso all’1,8%, sia risalito quasi al 2%. Incredibilmente il tasso sui decennali risale e il Nasdaq, che in questi casi scende, avanza anch’esso. Un’anomalia? Oppure il segnale che a questo punto i mercati possono tirare un sospiro di sollievo, rispondere a muso duro a Putin, rimbalzando a Wall Street, magari con una ‘mirata’ operazione di buyback, e aspettarsi che la Fed rialzi i tassi, che la curva dei rendimenti si appiattisca e che l’economia a un certo punto inizi a frenare, costringendo le banche centrali a essere meno aggressive.

“C’è stata una reazione istintiva durante la notte dopo l’invasione della Russia in Ucraina, ma la situazione è ancora in via di sviluppo”, afferma Lindsey Bell, investment strategist presso Ally Financial a New York. “Ovviamente non siamo ancora fuori pericolo e abbiamo diverse settimane di volatilità davanti – aggiunge – ma i settori più deboli non stanno trascinando il mercato al ribasso, e questo è già un buon segno”.

Oggi riunione straordinaria del Consiglio Affari esteri Ue per il via libera al nuovo pacchetto di sanzioni, riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles e dei ministri Ecofin a Parigi e summit virtuale straordinario dell’Allenza Atlantica coi leader dei paesi Nato, incluso Biden, per fare il punto della situazione sull’attacco della Russia all’Ucraina.

I russi in Ucraina avanzano su tre fronti

Vladimir Putin “non considera più l’Ucraina come una Nazione sovrana. La tratta – dice il corrispondente di Bbc Radio 4, Winfred Robinson – come un pezzo di terra qualsiasi”. Putin ha iniziato un’invasione militare su larga scala dell’Ucraina, chiedendo all’esercito di Kiev di deporre le armi e sta procedendo su tre fronti: dal confine settentrionale con la Bielorussia, dalla Russia a est e dalla Crimea a sud. Si contano già a decine le vittime dell’attacco russo all’Ucraina. L’esercito russo si muove con aerei, elicotteri, colonne di carri armati e veicoli blindati e con bombardamenti di artiglieria, missili e armi leggere su questi tre i fronti. E’ una macchina da guerra infernale.

L’aeroporto di Hostomel, il secondo per importanza della capitale Kiev, è attaccato dal cielo con gli elicotteri e sarebbe ormai sotto controllo russo. Carri armati russi si muovono alla periferia di Charkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina, a circa 20 miglia dal confine russo.

Un’altra spinta offensiva è rivolta a Kherson, una città sul Mar Nero a nord della Crimea. Fonti russe parlano di “sfondamento” via terra delle loro truppe alla frontiera con l’Ucraina, mentre piovono missili sul porto di Odessa, dove ci sarebbero già stati 18 morti.

I combattimenti lambiscono ormai Kiev dove la popolazione si è rifugiata nelle stazioni della metro. La capitale ucraina è una citta’ spettrale, sotto attacco. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky ha introdotto la legge marziale, invitando la popolazione alla “calma”.

“Se possibile – ha detto – restate a casa”. Intanto però per le strade della città lunghe colonne di macchine, ferme e tutte in fila, tentano di uscire da Kiev per cercare un rifugio sicuro, temendo l’arrivo dell’esercito russo. Sulla capitale piovono i missili russi, secondo la Cnn le forze russe sarebbero a una trentina di chilometri dalla capitale. E Zelensky dà l’esempio: “Forze nemiche di sabotaggio sono entrate a Kiev ma io resto qui”.

In arrivo sanzioni Ue, la Nato resta fuori dall’Ucraina

A Bruxelles i leader dell’Unione hanno trovato un sostanziale accordo chiudendo su un secondo pacchetto di sanzioni abbastanza soft che non includera’ il sistema Swift e il settore del gas ma ponendo le basi gia’ per un terzo pacchetto di sanzioni, certamente piu’ dure. Inoltre anche la Nato ha convocato una riunione d’urgenza, dopo che gli Stati Baltici e la Polonia hanno chiesto l’attivazione dell’articolo 4 che prevede consultazioni in caso di minaccia alla propria integrita’ territoriale. L’Alleanza Atlantica continua ad essere impegnata per una soluzione diplomatica della crisi con la Russia, non ha truppe in Ucraina e “non intende dispiegarne” ma e’ pronta a “difendere qualunque alleato da qualsiasi attacco”.

Insomma, la Nato non entra in Ucraina, ma prepara la difesa dei Paesi baltici, che sono membri dell’Alleanza. Oggi la Nato vedrà i suoi leader riuniti in formato virtuale (nonostante gli appelli di Emmanuel Macron e Olaf Scholz per un summit in presenza). Il suo obiettivo, nella fase attuale, è quello di creare uno scudo difensivo e diversivi per fermare la manovra a tenaglia dell’esercito russo in Ucraina.

La Nato è convinta che Putin non si fermerà, poiché non ha senso aver messo in campo un simile dispiegamento di forze per fermarsi. In ogni modo l’Alleanza ha rilanciato il suo appello alla Russia affinché “metta fine immediatamente” alla sua azione militare e “ritiri tutte le sue forze dall’Ucraina e dall’area circostante”.

Mosca: nuove sanzioni? Peggioreranno solo la situazione

Minacce di nuove sanzioni a Mosca? “La loro preparazione andava avanti da anni”, ha commentato il ministero degli Esteri russo, mentre l’ambasciatore russo alla Ue, Vladimir Chizov, ha avvertito che nuove sanzioni punitive contro la Federazione “peggioreranno solamente la situazione e troveranno la risposte di Mosca”. Anche per Vladimir Putin “sanzionarci è stato un errore”.

“La Russia – spiega il presidente russo Putin parlando con degli imprenditori a Mosca – è parte dell’economia mondiale e noi non abbiamo certamente intenzione di danneggiare quel sistema. Non credo che ai nostri partner convenga spingerci fuori da questo sistema”.

La Cina si rifiuta di definire ‘invasione’ quella russa

La Cina si rifiuta di parlare di “invasione” russa dell’Ucraina, anzi, critica l’utilizzo di questo termine, definendolo “preconcetto”. Lo ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, la quale nega che Pechino sostenga l’intervento russo. “Una linea cauta”, la definisce il Washington Post, in risposta a un conflitto che molti analisti cinesi fino a pochi giorni fa non ritenevano che sarebbe mai diventato realtà. “In merito alle allusioni americane sul sostegno della Cina alla Russia – dice la portavoce – sono sicura che Mosca sarebbe felice di sentircelo dire”. La Cina, aggiunge, “non voleva assistere a quello che è accaduto oggi in Ucraina”.

Cosa succederà all’economia col petrolio sopra 100 dollari al barile

L’invasione dell’Ucraina e le sanzioni alla Russia fanno volare il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile. Stavolta però non solo il Brent sorpassa questa soglia, ma anche il Wti texano la supera, collocandosi al top dal luglio 2014.

Cosa significherà questo per l’economia? Il caro energia impatta negativamente soprattutto sui paesi importatori di gas e di petrolio e quindi sull’Europa, che importa entrambe queste materie prime, mentre gli Usa, essendo un paese sia importatore, sia esportatore di petrolio, non sempre ci perderà, anzi a volte potrà guadagnarci, poiché col rialzo dei prezzi potrà esportare più vantaggiosamente i suoi prodotti energetici.

In realtà però le cose sono un po’ più complicate di così. Fin dagli anni ’70 anche gli Stati Uniti erano importatori netti di petrolio, come gli europei, il che significava che l’aumento del prezzo agiva come una tassa, che incanalava i dollari dei consumatori americani nelle tasche degli esportatori stranieri. Tutto ciò però è cambiato circa un decennio fa, quando i produttori statunitensi hanno cominciato a utilizzare nuove tecniche di perforazione, il cosiddetto cracking, per rilasciare una marea di petrolio dalle formazioni di scisto, ricavate sbriciolando montagne e terreni.

Queste tecniche hanno permesso alle aziende Usa di aumentare la produzione di shale oil di milioni di barili al giorno, trivellando in posti come il Nord Dakota, il Texas e il Nuovo Messico.

Nel 2018, gli Stati Uniti, grazie allo shale oil, sono diventati il più grande produttore di petrolio del mondo e nel 2019, sono diventati esportatori netti di greggio e di prodotti petroliferi, il che significa che hanno esportato più petrolio di quanto ne abbiano importato. Durante il boom dello scisto, le aziende Usa hanno trivellato in modo aggressivo, creando posti di lavoro e rilanciando l’attività economica in tutte quelle regioni.

I prezzi più elevati hanno arricchito gli investitori e incoraggiato ulteriori trivellazioni e investimenti. Oggi però la situazione è un po’ diversa. Negli ultimi anni infatti negli Stati Uniti le aziende e gli investitori sono riluttanti a perforare troppo e troppo rapidamente, perché dopo un crollo del mercato petrolifero, iniziato a partire dal 2014, i prezzi del greggio hanno iniziato a scendere al di sotto del livello che consentiva ai pozzi Usa di estrarre petrolio con profitto.

Ora, dunque, le aziende e gli investitori statunitensi tendono ad adottare un approccio a lungo termine sulla perforazione e non sempre la produzione di petrolio negli Stati Uniti riesce a tenere il passo con la domanda. Secondo gli esperti, se il petrolio rimarrà a 100 dollari quest’anno, le famiglie statunitensi, in media, spenderanno circa 750 dollari in più di energia rispetto allo scorso anno. Lo ha stimato Gregory Daco, capo economista della società di consulenza EY-Parthenon.

Daco stima che il rialzo del prezzo del petrolio ridurrà la crescita del Pil Usa di circa 0,3 punti percentuali nel 2022, il che, come commenta lui stesso, rappresenta un fattore “non insignificante nel contesto di un’economia già gravata da un’elevata inflazione”.

Nel mese di dicembre, secondo l’indice dei prezzi al consumo del Dipartimento del Lavoro, le famiglie americane hanno indirizzato quasi il 4% del loro costo della vita alla benzina. Ciò significa che il prezzo della benzina è stato uno dei più grandi driver di inflazione nel corso dell’ultimo anno. A gennaio negli Usa l’inflazione è salita del 7,5% rispetto all’anno precedente, il più forte aumento dal 1982.

Circa un sesto di tale aumento, pari a 1,2 punti percentuali, è dovuto all’aumento dei prezzi della benzina. Questo significa che se il petrolio resterà a lungo a 100 dollari toglierà uno 0,1% alla crescita annua Usa del secondo trimestre di quest’anno e mezzo punto percentuale a quella del terzo trimestre. Lo stima Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.

I consumatori americani, per ora, sono probabilmente in grado di sopportare il colpo perché possono disporre di oltre 2.000 miliardi di dollari di risparmi extra dovuti agli stimoli federali e ai sussidi di disoccupazione, distribuiti durante la pandemia.

Ora però la Fed intende ritirare questi aiuti, nell’ambito della sua politica di normalizzazione monetaria. E il petrolio a 100 dollari al barile, secondo quanto rivela il Wall Street Journal, probabilmente complicherebbe non poco questo piano della Fed. La banca centrale ha detto che prevede di aumentare i tassi di interesse nella sua riunione di marzo e ha indicato ulteriori aumenti nel corso di quest’anno.

La Fed spera di farlo in un modo che mantenga la ripresa intatta, la disoccupazione bassa e il mercato del lavoro in crescita. Se però l’aumento del prezzo del petrolio dovesse intaccare la crescita economica e far lievitare l’inflazione, la Fed potrebbe dover agire più lentamente per aumentare i tassi di interesse e dovrebbe farlo per evitare che, a partire dal secondo semestre, la crescita del Pil Usa si indebolisca troppo.

Insomma, il petrolio a 100 dollari al barile creerebbe un bel po’ di problemi alla Fed e a Joe Biden, frenando la lotta all’inflazione e costringendoli a correre ai ripari per evitare una caduta troppo brusca del potere d’acquisto degli americani.