Morning Bell: guerra e pandemia, la tempesta perfetta 

AGI – I mercati appaiono in ripresa dopo cinque chiusure settimanali negative consecutive, anche se Hong Kong tracolla e perde oltre il 5% e Shanghai arretra sopra il 2%, per la caduta libera di alcune big del tech come Alibaba (-8,5%) e dopo che le autorità cinesi hanno bloccato le attività produttive e di trasporto nella Silicon Valley cinese per 66 persone positive al Covid 19.

A Shenzhen hanno dovuto sospendere la produzione alcuni importanti fornitori di Apple, tra cui Foxconn. Inoltre sui tecnologici di Hong Kong pesa la decisione di venerdì scorso di Didi di sospendere i preparativi per l’Ipo. Didi, meglio nota come la Uber cinese, non è riuscita a soddisfare le richieste di Pechino sulla rivelazione dei dati sensibili dei suoi utenti. Tra i listini asiatici Tokyo chiude invece in rialzo dello 0,58%, sulla scia dell’arretramento del prezzo del petrolio. I future a Wall Street e quelli in Europa sono anch’essi in rialzo.

I mercati auspicano progressi nei negoziati sull’Ucraina, anche se la guerra imperversa e Mosca ha intensificato i bombardamenti sulle città ucraine, estendendoli all’era ovest di Leopoli, verso la Polonia. C’è anche grande attesa per la riunione della Fed, che mercoledì avvierà il primo di una serie di aumenti dei tassi. Il giorno dopo toccherà alla Banca d’Inghilterra rialzare il costo del denaro. Anche le banche centrali di Giappone, Indonesia, Taiwan e Russia s’incontrano questa settimana.

Sui mercati i cosiddetti indicatori di paura mostrano che nella fase attuale gli investitori sono spaventati ma, nello stesso tempo, tendono a riscaldarsi subito non appena sentono aria di accordo negoziale, di “passi in avanti”. “Questo significa – commenta Cesarano – che, guerra permettendo, e se la Fed non sorprende”, dunque conferma un rialzo iniziale dello 0,25% e altri 6-7 aumenti della stessa entità nel 2022, nonché una riduzione del bilancio graduale, “potremmo assistere a un po’ di recupero. Insomma, siamo ancora in una fase di rimbalzo”. 

A Roma è atteso il vertice sull’Ucraina tra il consigliere alla Sicurezza nazionale americano Sullivan e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Yang Jiechi. Intanto l’ambasciata di Pechino a Washington fa sapere di “non aver mai sentito parlare” di una richiesta di armi fatta alla Cina dalla Russia, come affermato invece da fonti Usa citate dal Financial Times e della Cnn.

Riprendono oggi i colloqui tra la delegazione di Mosca e quella di Kiev in videoconferenza, dopo che Mosca ha più volte accennato a “progressi”. Il premier ucraino Zelensky ribadisce l’impegno a continuare le trattative con Mosca per cercare un incontro con Putin. La speranza che i negoziati portino a riaprire i porti sul Mar Nero fa scendere un po’ i prezzi del grano e del mais, che sono saliti alle stelle. Salgono invece quelli della soia per una stretta in Argentina. Il prezzo dell’oro cede lo 0,5% a 1,975.70 dollari l’oncia. 

La Fed inizierà a rialzare i tassi

Mercoledì prossimo la Federal Reserve si prenderà tutta la scena e inizierà a rialzare i tassi di interesse. I mercati hanno già prezzato un rialzo iniziale di un quarto di punto e sei-sette moderati rialzi nel corso del 2022, per un totale di circa l’1,75%, in pratica un rialzo ogni volta che s’incontrerà per il resto dell’anno (complessivamente sei volte) tutti dello 0,25%, meno uno che potrebbe essere di mezzo punto.

Questo rialzo potrebbe essere piazzato a un certo punto della serie ma ancora la Fed non ha annunciato quando. Jerome Powell potrebbe prefigurarlo mercoledì e questa sarebbe una delle possibili sorprese che potremmo aspettarci da lui. L’altra riguarderà i tempi e le modalità di riduzione del maxi-bilancio della Fed, che attualmente è pari al 40% del Pil Usa. La Fed ha già lasciato capire che punterà sui reinvestimenti, più che sulle vendite di asset, ma mercoledì dovrà metterlo nero su bianco e chiarire meglio la sua posizione.
Poi toccherà a Powell intervenire e dire la sua.

Finora la guerra non ha cambiato il suo atteggiamento. Joe Biden lo ha riconfermato alla guida della banca centrale Usa con un compito preciso: ridurre l’inflazione. E lui non è venuto meno alle aspettative, ha perfino rispolverato più volte il ‘Whatever it takes” di Mario Draghi, assicurando che “faremo tutto quello che serve” per fermare i prezzi al consumo.

E per combattere l’inflazione, c’è un solo modo: rialzare i tassi. Tuttavia Powell sa che dovrà farlo con cautela, perché se rialza troppo i tassi, o lo fa troppo in fretta, finirà per spaventare i mercati e per azzerare la curva dei rendimenti, cioè rischia di far salire i tassi a breve più di quelli a lunga scadenza, il che per le Borse rappresenterebbe un segnale di recessione. Per cui deve agire gradualmente: puntare su un atterraggio morbido.

In che modo? La risposta è un po’ tecnica ma sostanzialmente suona così: rialziamo i tassi gradualmente e contestualmente riduciamo il bilancio, ma puntando sui reinvestimenti senza per ora procedere anche a vendita di titoli. Per questo mercoledì i ‘radar’ dei mercati saranno puntati soprattutto sui tempi e sulle modalità di riduzione del bilancio, che costituiranno uno dei pezzi forte delle proposte della Fed. 

L’inflazione Usa non ha raggiunto il picco

Insomma, molte delle future mosse della Fed dipenderanno dall’andamento dell’inflazione Usa. La settimana scorsa i prezzi al consumo di febbraio sono saliti al 7,9%, il top da 40 anni. Tuttavia gli analisti escludono che l’inflazione Usa abbia toccato il picco, dunque è destinata a salire ancora Quanto? “Non è al picco – commenta Cesarano – ma dovremmo esserci vicini. Il dato sull’inflazione Usa a marzo verrà pubblicato poco prima di Pasqua, a metà aprile. E a marzo peseranno ancora i rialzi dei prodotti energetici. Attualmente il prezzo della benzina è salito al record storico di 4,3 dollari al gallone. Quindi impatterà sui dati di marzo. Il picco potrebbe arrivare quel mese, o forse ad aprile, dovrebbe attestarsi poco sopra l’8% e sarà interessante osservare se già a marzo-aprile comincerà a dare qualche segno di cedimento il ‘core’, cioè l’inflazione al netto dei beni energetici e alimentari”.

La Bce è diventata più ‘falco’, inflazione nel mirino

La settimana scorsa la Bce è diventata più ‘falco’, ha deciso di agire contro l’inflazione, in modo più ‘soft’ della Fed, ma di fatto ha accelerato la riduzione dell’accomodamento monetario. Insomma, Lagarde, come Powell, si è dovuta convincere che l’inflazione va combattuta, anche se per l’area euro aumenta il rischio di fronteggiare la stagflazione almeno un paio di mesi prima degli Usa, perché è all’epicentro della guerra ed è più dipendente degli americani dal gas e dal petrolio russo.

“Diciamo che nella Bce hanno vinto i falchi – commenta Cesarano – e alle colombe ha dato il contentino del condizionale sull’arresto del Qe”. Lagarde ha detto che gli acquisti non “saranno”, ma “potrebbero” essere fermati nel terzo trimestre, se l’inflazione non scenderà. “Verosimilmente non scenderà e quindi il condizionale di fatto è un presente”. “Sui tassi – aggiunge – la partita sarà più lunga. Adesso vincono i falchi e si guarda più all’inflazione, ma quando vedremo gli effetti sulla crescita, nel secondo semestre, potrebbero tornare in campo le colombe. La partita è ancora aperta”.

Giovedì prossimo, lo stesso giorno che la Boe annuncerà un nuovo rialzo dei tassi, sarà interessante verificare le posizioni della banca centrale europea, perché a un evento a Francoforte, interverrà tutto lo stato maggiore della Bce: il presidente, Christine Lagarde, il membro tedesco dell’esecutivo, Isabel Schnabel, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e il capo economista, Philip Lane. 

La stagflazione è dietro l’angolo

La forte volatilità dei mercati è legata al timore che le vicende belliche e i prossimi rialzi dei tassi possano frenare la crescita senza riuscire a raffreddare l’inflazione. Insomma, la temibile stagflazione è dietro l’angolo. Che significa? Diciamo che un’economia entra in stagflazione, quando soffre non solo per l’assenza di crescita ma anche per un forte rincaro dei prezzi. “La stagflazione – sostiene Antonio Cesarano – in questo contesto diventa uno scenario sempre più probabile almeno per l’Europa e successivamente potrebbe interessare anche gli Usa”.

Ci sono tutte le premesse perchè si entri in stagflazione in Europa, dove l’inflazione è prevista sopra il 5% nel 2022 e la crescita è sotto stress. “Diciamo che la stagflazione è attesa in Europa tra il primo e secondo semestre ed è in ritardo di almeno un paio di mesi negli Stati Uniti”. In questa fase l’Europa è più a rischio in quanto risente maggiormente dei crescenti prezzi dell’energia, mentre a proteggere gli Stati Uniti è la sua autonomia in termini energetici. L’effetto stagflazione comporterà un forte dilemma di politica monetaria.

Dopo il focus quasi monotematico sull’inflazione potrebbe seguire un maggior equilibrio per tenere conto anche del tema crescita per far ripartire l’economia. “Per prima comincerà la Bce – dice Cesarano – tra qualche mese potrebbe essere il turno anche della Fed, che prima però potrebbe tentare di avviare una breve fase di rialzo tassi/riduzione del bilancio”. A vantaggio della Fed c’è anche un altro fattore, ossia che vi sono componenti dell’inflazione che possono essere ridimensionate tramite il rialzo dei tassi come ad esempio i prezzi degli affitti e delle auto”. In Europa invece l’inflazione dipende in gran parte dal caro energia, una componente su cui i tassi incidono poco.